Sono vicini di casa della Russia, vicini sì ma mai così lontani

Da Riga, Tallinn e Helsinki, la guerra in Ucraina ha tutto un altro aspetto, e la paura diventa un’esperienza molto più diretta. Ecco il racconto di chi vive a stretto contatto il potere del Cremlino.
Chi teme di trovarseli in casa da un momento all’altro, chi ha cancellato ogni traccia del loro passato comune e chi mantiene rifugi antiaerei dagli anni ’50, perché potrebbero servire presto. Di certo, nel Baltico, la Russia viene vista come il nemico alle porte. Un denominatore comune capace di unire Paesi diversi fra di loro che temono le mire espansionistiche di Mosca. In testa, ci sono le ex Repubbliche Sovietiche. Lituania, Lettonia ed Estonia. Ognuna con una propria storia, una propria lingua e proprie tradizioni che la dominazione dell’URSS prima e la propaganda del Cremlino poi, stanno cercando di cancellare. Ma davanti hanno governi e popoli determinati non solo a staccarsi dal loro passato, ma anche a essere protagonisti del loro futuro.
«I prossimi siamo noi»
Riga, la capitale della Lettonia, accoglie chi la visita con la sua città vecchia, la stratificazione architettonica, i suoi parchi e la maestosità della Daugava, il fiume che l’attraversa. Ma dietro a tanta radiosità, si percepisce subito un forte disagio. La città è piena di bandiere ucraine. Si trovano ovunque, anche sugli edifici istituzionali e i principali monumenti nazionali. Una delle più grandi, visibile a occhio nudo da chilometri di distanza, campeggia sulla sede della tv di Stato. «Quando l’Ucraina è stata invasa nel 2022, gran parte della popolazione ha pensato “i prossimi siamo noi”», spiega Sanita Jemberga, giornalista investigativa e direttrice del think-tank Re Baltica. Il motivo è presto detto: circa il 34% della popolazione lettone è russofona, che non significa russofila.
Ma Mosca sta utilizzando tutta la propria propaganda per aumentare il fastidio in questa parte del popolo, aiutata anche da alcune politiche di Riga. Al momento dell’indipendenza fu chiesto alle persone di etnia russa di scegliere quale passaporto volessero considerare come proprio. Molti, soprattutto le persone anziane, optarono per quello russo, in modo tale da andare in pensione prima. Oggi si ritrovano con un assegno mensile in rubli svalutati e il nepilsonu pase, ossia un passaporto particolare, previsto dalla legge lettone, per il quale sei un cittadino europeo e un non cittadino lettone: hai accesso a tutti i servizi, ma non hai il diritto di voto e non puoi lavorare nell’amministrazione pubblica.
L’invasione dell’Ucraina ha poi accelerato un processo di «lettonizzazione» che era già in corso. Sono stati abbattuti molti monumenti di epoca sovietica e anche le statue di alcuni scrittori russi. L’insegnamento della lingua di Pushkin è stato tolto dalle scuole, suscitando l’indignazione di molti. «La Lettonia è più esposta di altri Paesi», spiega ancora Sanita. «Molti commercianti aggirano le sanzioni inviando merci attraverso la Bielorussia. Il nostro confine è più vulnerabile». A questo, vanno aggiunti anche gli asset che alcuni oligarchi possiedono nel Paese e la presenza di politici dichiaratamente russofili.
La parentesi sovietica
Tutte cose che in Estonia non si vedono. Merito dell’influenza che la Finlandia esercita da sempre su questa terra. E del voler ridurre la dominazione sovietica a una parentesi. Infatti, i segni del suo passaggio sono rimasti pochissimi e tutti a scopo educativo, come il Museo del KGB, nel centro della capitale Tallinn. Un angolo di orrore che stride con un ambiente che invece è fiabesco. A differenza della Lettonia, l’Estonia dà di sé l’idea di una terra felice. Il Paese è fra i primi in Europa per la trasparenza dell’amministrazione e della libertà di stampa. Ma, soprattutto, ha puntato tutto il suo sviluppo sulla digitalizzazione. Questo ne ha fatto uno dei Paesi più informatizzati del mondo. Da anni, il 100% della popolazione possiede una carta di identità elettronica, tutto il territorio nazionale è attraversato da una banda larga e l’87% delle famiglie ha una connessione in casa. Perché qui, con una connessione, fai tutto. Anche una proposta di matrimonio.
Ogni cittadino ha una sua identità digitale data dallo Stato e nella sua sezione può trovare tutto quello che gli serve per gestire la propria vita: dall’anagrafe, alle tasse, passando per la salute. La dichiarazione dei redditi si compila in tre minuti, il 98% delle ricette mediche è inviato via mail, il 51% vota online. E tutto nel rispetto della privacy. «C’è una parola alla base dello Stato estone - spiega Illimar Lepik von Wirén, ex diplomatico e agli inizi della sua carriera politica - ed è trasparenza. Se qualcuno entra nella tua casella personale per avviare un’indagine nei tuoi confronti, vieni immediatamente avvisato». Sembra quasi un anticorpo a un passato di sofferenza. Si calcola che solo dal 1941 al 1952 siano state 46mila le persone deportate dall’Estonia. Fra morti nei campi di lavoro in Siberia, giustiziati e vittime della repressione, si calcola che le persone venute a mancare siano state fra le 60mila e le 75mila. Donne, adolescenti, uomini, preti, spesso perseguiti a causa dell’articolo 58 del vecchio codice penale sovietico, che puniva i «reati controrivoluzionari» e che era lasciato volutamente generico per incriminare chiunque non fosse perfettamente allineato. Un popolo martoriato, che ha cancellato la parentesi nera del suo destino e si sta organizzando perché non ritorni mai più. Oltre agli investimenti dell’industria di difesa, l’Estonia è all’avanguardia anche per l’educazione digitale e la lotta alle fake news e alla propaganda russa.
La preparazione alla guerra
Di fronte, separate da due ore di traghetto, c’è la Finlandia che, nonostante non sia mai stata parte dell’URSS, vede nella Russia un’autentica minaccia per la sua sicurezza. Ad alimentare questo sentimento ci sono l’invasione dell’Ucraina e le invasioni del passato. La più dolorosa è stata la Guerra di Inverno, combattuta fra il 1939 e il 1940, con la quale Stalin strappò il 10% del territorio nazionale, ossia parte della regione della Carelia. Un ricordo ancora vivo in tutta la popolazione, tanto che, all’ingresso nella NATO la percentuale di finlandesi favorevoli era oltre 80%. «In Finlandia – spiega Moshes Arkady, direttore del Programma Russia, EU’s Eastern Neighbourhood ed Eurasia del Finnish Institute for International Affairs – c’è una forte coesione interna, un senso di solidarietà che affonda le sue radici nella storia. La consapevolezza delle minacce è sempre stata presente, anche durante la Guerra Fredda, e questo ha reso naturale per i finlandesi accettare sacrifici in nome della sicurezza e dell’indipendenza. Il servizio militare, per esempio, non è mai stato visto come un peso, ma come un dovere morale, quasi scontato, come la difesa della patria».
E, a proposito di difesa, la Finlandia è il secondo Paese in Europa per numero di rifugi anti bomba, dopo la Svezia. Ce ne sono oltre 50mila in tutto il territorio, in grado di ospitare 4,8 milioni di persone. Per legge, tutti gli edifici, privati, commerciali o istituzionali che siano, devono avere un rifugio, che varia per ampiezza e caratteristiche in base a quante persone deve ospitare e altri parametri. Trovare quelli pubblici non è difficile. Sono segnalati da un triangolo blu in campo giallo oppure si può utilizzare l’apposito motore di ricerca sul sito del Comune. Nella sola Helsinki ce ne sono 5.500, in grado di ospitare fino a un milione di persone, quindi più della popolazione della capitale. In caso di emergenza, un cittadino ha tempo 72 ore per scegliere il rifugio dove troverà riparo e conviene che ci pensi bene perché a partire dal segnale aereo, avrà solo 10 minuti per raggiungerlo. La protezione civile organizza di continuo corsi per prepararsi a un eventuale attacco. Il tutto, in uno dei Paesi più democratici d’Europa, nonché nuova frontiera della NATO. Del resto, i vertici militari hanno avvisato: un attacco da parte di Mosca non è da escludere.
La Finlandia si prepara a difendersi e intanto sta rinforzando i tratti sul confine dove è più facile che possano passare truppe e carri armati. Storie da un quadrante dell’Unione Europea che potrebbe diventare un attore importante nel determinare la politica estera di Bruxelles nei prossimi anni. Se non altro, perché loro i russi li hanno provati e non vogliono ripetere l’esperienza.