Il caso

Stop alla diplomazia russa: «Spionaggio inaccettabile»

Si allunga la lista dei Paesi che hanno espulso dal proprio territorio i funzionari del Cremlino – Dopo Germania e Francia, «per motivi di sicurezza» ieri è toccato a Italia, Spagna e Danimarca – Greminger: «Andiamo verso una nuova Guerra fredda» – Schwok: «La Svizzera dovrebbe fare altrettanto»
Francesco Pellegrinelli
Francesco Pellegrinelli
06.04.2022 06:00

E la Svizzera? «Per questioni di sicurezza nazionale non possiamo esprimerci». Il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE), per bocca della sua portavoce Elisa Raggi, dribbla la domanda e sulla questione di un eventuale provvedimento svizzero nei confronti della diplomazia russa preferisce non rispondere. «Questione di sicurezza», appunto. Lo stesso concetto che, invece, ritorna nelle spiegazioni delle cancellerie di mezza Europa a sostegno di un’azione congiunta.

«Abbiamo espulso 30 diplomatici russi per motivi di sicurezza nazionale», ha annunciato ieri mattina il ministro degli esteri italiano Luigi Di Maio. Poco dopo è stata la volta di Spagna e Danimarca. Una misura, fa sapere la Farnesina, «presa in accordo con i partner europei e atlantici».

«Una reazione alle immagini di Bucha e un ulteriore segnale di coesione da parte dell’Unione europea», commenta al CdT Mara Morini, dell’Università di Genova. E la Russia? Il Cremlino parla di espulsione «ostile» che non farà che «deteriorare le relazioni con Mosca».

Ma se Di Maio nel commentare la decisione parla - riferendosi ai 30 diplomatici russi - di “persone non grate”, l’omologo danese Jeppe Kofod si spinge oltre: «Vogliamo mandare un chiaro segnale alla Russia che lo spionaggio su suolo danese è inaccettabile».

Un riferimento esplicito all’attività di spionaggio era già emersa la settimana scorsa, nelle note governative di altri Paesi. «Minaccia per la sicurezza nazionale» o «attività di spionaggio», in questo caso, la sostanza non cambia. Ma di cosa si tratta esattamente?

«L’operazione è stata concordata dai principali Paesi europei», fa notare Aldo Giannuli, già professore di Storia del mondo contemporaneo alla Facoltà di scienze politiche di Milano ed esperto di servizi segreti. «Ma al di là di ogni ragione strategica, si tratta di una normale prassi che caratterizza ogni crisi internazionale. È successo nel 2014 durante l’aggressione della Crimea e succede nuovamente oggi con una portata maggiore». Ma che dire del riferimento all’attività di spionaggio? «La presenza di spie che lavorano sotto copertura diplomatica non è un fatto nuovo», fa notare Giannuli, il quale tuttavia invita a guardare il tutto con un certo pragmatismo: «L’immagine dell’agente 007 sarebbe fuorviante. Non ci sono pesanti tendaggi che nascondono orecchie indiscrete, né microspie inserite in fantomatici oggetti. Lo spionaggio di cui si parla si riduce alla raccolta di informazioni».

L'operazione è stata concordata dai principali Paesi europei. Ma al di là di ogni ragione strategica, si tratta di una normale prassi che caratterizza ogni crisi internazionale
Aldo Giannuli, già professore di Storia del mondo contemporaneo

Gli avvertimenti del SIC

Eppure, qualche preoccupazione, anche a livello svizzero, è già stata espressa. A ricordalo al CdT è Réné Schwok, professore all’Università di Ginevra ed esperto in sicurezza internazionale: «Secondo un rapporto del SIC, il servizio delle attività informative della Confederazione, un terzo dei diplomatici russi accreditati in Svizzera appartiene ai servizi segreti russi». Dal rapporto, risalente al 2019, emerge addirittura che «la Confederazione potrebbe essere una delle più importanti sedi dei servizi russi in Europa».

«La decisione di espellere parte del corpo diplomatico russo dalle ambasciate europee è un chiaro riflesso che ci stiamo avvicinando a una nuova guerra fredda», commenta dal canto suo Thomas Greminger, diplomatico svizzero ed ex segretario generale dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). «Attenzione però a non enfatizzare troppo la decisione. Si tratta di una misura principalmente simbolica», aggiunge Greminger.

A quale titolo possiamo allora definire questi diplomatici delle spie? «È notorio che nelle ambasciate dei grandi Paesi vi siano collaboratori di cui si conosce poco o nulla riguardo alla loro attività. In questi casi, possiamo immaginare che appartengano ai servizi informativi. Ma non si tratta di “spie alla James Bond”. Sono persone incaricate di analizzare dati specifici relativi a un Paese, per esempio, nel campo della sicurezza o in ambito economico commerciale», spiega l’alto funzionario svizzero. Per questo motivo, interrompere i rapporti diplomatici con queste figure non compromette il funzionamento di un’ambasciata. «Pur rimanendo un atto politico che indica insoddisfazione, non è un’azione estremamente grave».

Più critico, invece, Schwok. «In Svizzera i servizi segreti sono attivi in diversi ambiti sensibili della nostra società, dalle centrali nucleari, ai laboratori chimici, dall’informatica all’informazione». La lista delle attività «spiate» dai servizi russi è lunga, osserva Schwok. «Sono attività, alcune illegali, che durante la pace vengono tollerate, ma che durante i momenti di tensione diventano inaccettabili per diversi Stati».

La Svizzera è stata inserita dal Cremlino nella lista dei Paesi ostili. Nel caso in cui questa collocazione significasse qualcosa di estremamente negativo, potremmo sempre adottare l'espulsione del personale diplomatico
Thomas Greminger, diplomatico svizzero

Cosa fare?

Come dovrebbe comportarsi allora la Svizzera? Secondo l’alto funzionario Greminger, per il momento sarebbe prematuro espellere il corpo diplomatico russo dal nostro Paese. «La Confederazione ha deciso di applicare integralmente il pacchetto delle sanzioni UE. Si tratta di un segnale forte e sufficiente per manifestare il proprio malcontento». Andare oltre, al momento, non avrebbe senso, spiega Greminger. «La Svizzera è stata inserita dal Cremlino nella lista dei Paesi ostili. Nel caso in cui questa collocazione significasse qualcosa di estremamente negativo, potremmo sempre adottare l’espulsione del personale diplomatico. Ma, al momento, ripeto, non la consiglierei».

Di parere opposto, invece, Schwok: «La Confederazione senza indugiare dovrebbe seguire l’esempio di quei Paesi europei che hanno espulso i diplomatici russi». Secondo Schwok, l’argomento di chi sostiene che la Svizzera perderebbe la sua neutralità, non regge. Il riferimento va alle dichiarazioni dell’ex segretario di Stato Yves Rossier che, dalle colonne della NZZ, si è espresso contro l’espulsione. Schwok, a questo proposito, ricorda come la Turchia oggi rivesta un importante ruolo di mediatore, nonostante faccia parte della NATO e nonostante abbia venduto i droni di fabbricazione turca agli ucraini. «Non bastasse, la Turchia ha preso una serie di decisioni molto profilate nel conflitto. E tuttavia, oggi, Mosca accetta Ankara come mediatore per i negoziati russo ucraini».

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