Storia di una famiglia di mafia, ecco come cambia Cosa nostra

Da mesi, hanno spiegato giovedì i magistrati della Procura di Palermo, due nuovi pentiti stavano svelando i segreti di Cosa nostra. Soprattutto quelli che riguardano Matteo Messina Denaro e gli investimenti all’estero della mafia palermitana e trapanese. Sono Vincenzo Spezia, storico esponente di vertice della famiglia di Campobello di Mazara; e Giuseppe Bruno, figlio di un vecchio costruttore di Bagheria diventato consulente del boss di Pagliarelli Giuseppe Calvaruso per alcuni affari immobiliari in Brasile. Proprio Spezia ha raccontato agli inquirenti che Messina Denaro era socio di Giacomo Tamburello: «Me lo disse Matteo nel 1983».
Giacomo Tamburello, la moglie (formalmente ex) Maria Antonina Bruno e il figlio Luca sono le tre persone per le quali i sostituti procuratori di Palermo Bruno Brucoli e Luisa Bettiol, assieme al procuratore aggiunto Vito Di Giorgio, hanno chiesto l’altro ieri la custodia cautelare in carcere.
Il primo, 65 anni, dopo una condanna non ancora passata in giudicato a 12 anni per traffico di stupefacenti tra Italia, Spagna e Marocco, era agli arresti domiciliari nella casa della madre, a Campobello di Mazara. «Se non avessi la sua pensione non saprei come fare», era solito dire ai militari che controllavano che non si fosse allontanato. In realtà, era ricchissimo.
La moglie Maria Antonina Bruno, 62 anni, e il figlio Luca, 42 anni, vivevano invece in Spagna. La prima a Marbella, il secondo a Benahavis, vicino Malaga, con la compagna spagnola Maria del Carmen Orovio Borrego e due figli.
Erano madre e figlio, di fatto, a gestire il tesoro della famiglia: oltre 200 milioni di euro finiti sotto sequestro e divisi tra una decina di società, resort nelle località più belle della Costa del Sol, lingotti d’oro, azioni, case, automobili e una quarantina di conti correnti aperti in banche di mezzo mondo tra le Isole Cayman, Andorra, Gibilterra, Lussemburgo, Svizzera e Principato di Monaco.
Il mafioso classico e il fantasma
La storia dei Tamburello riassume in modo quasi plastico le due facce della Cosa nostra siciliana e l’evoluzione dell’associazione di stampo mafioso di cui spesso parla il procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri. La transizione, cioè, verso una direzione sempre più affidata ai colletti bianchi, ai superesperti di finanza e gestione patrimoniale.
Giacomo, criminale di vecchio stampo, già latitante tra il 1990 e il 1994 e condannato più volte - la prima, nel 1987, per droga, poi in seguito anche per reati associativi - «ha fatto del traffico illecito di sostanze stupefacenti la sua principale illecita attività, quantomeno a partire dal 1983 - scrivono i magistrati - Un’attività pienamente inserita nelle logiche mafiose del territorio».
Il suo patrimonio, accumulato in modo «illecito», è stato «sicuramente marchiato e connotato da una gestione tipicamente mafiosa». Non a caso, secondo quanto riferito ai procuratori palermitani dai nuovi pentiti, Giacomo Tamburello era addirittura socio di Matteo Messina Denaro, al quale dava il 10% di ogni sua attività e del quale, ma questo è tuttora da accertare pienamente, forse gestiva parte del tesoro che gli investigatori italiani stanno cercando dal minuto successivo all’arresto del boss, avvenuto com’è noto il 16 gennaio 2023, dopo quasi trent’anni di latitanza, in via Domenico Lo Faso, un vicolo nei pressi della clinica privata La Maddalena a Palermo, nel quartiere di San Lorenzo.
Il figlio Luca, invece, laureato in discipline bancarie e finanziarie internazionali e con alle spalle esperienze lavorative presso importanti istituti di credito internazionali quali la Société Générale (New York), Morgan Stanley (Londra) e Banco Atlantico (Gibilterra e Monte Carlo), emerge dall’ordinanza come una figura centrale e dinamica nella gestione e nell’occultamento dei patrimoni illeciti della famiglia.
Dotato di competenze specifiche e, soprattutto, di una rete internazionale di contatti, Luca Tamburello è stato negli ultimi anni il protagonista di operazioni complesse di investimento, reinvestimento e movimentazione di capitali. Senza mai apparire. Una sorta di fantasma che pure, secondo i magistrati, ha sempre agito in sinergia con il padre, meno con la madre, la quale ha un pessimo rapporto con la nuora. In una telefonata intercettata dalla guardia di finanza, Maria Antonina Bruno si sfoga con il marito: «Quella è una serpe, fa le battute su di me, su di te, vedi com’è maligna? Tuo figlio non ragiona più», dice la donna, contestando alcuni investimenti immobiliari per i quali era contraria ritenendo che dietro ci fosse la regia della nuora. Una delle molte telefonate che hanno aiutato gli inquirenti a ricostruire i traffici della famiglia Tamburello.
La valuta elvetica
Una cosa appare chiara, leggendo le 226 pagine dell’ordinanza. Sia il vecchio sia il giovane Tamburello hanno sempre pensato, e continuato a pensare fino a questo momento, che i franchi svizzeri siano la moneta più sicura del mondo, la moneta su cui puntare sempre. Una sorta di bene rifugio. Utilizzati sistematicamente per conservare e trasferire i proventi illeciti, i franchi svizzeri sono chiaramente apprezzati dai sodali di Messina Denaro per la loro stabilità, convertibilità e accettazione internazionale.
Una percezione di «sicurezza» confermata sia dalle conversazioni intercettate, sia dalle scelte operative compiute dai due Tamburello, i quali hanno sempre privilegiato la valuta elvetica rispetto ad altre per la gestione delle proprie ricchezze. «I soldi svizzeri non scadono mai», dice Giacomo Tamburello in una telefonata che la guardia di finanza ha registrato e i magistrati hanno poi riportato nel testo dell’ordinanza.
Alla fine, spiegano i pm di Palermo, la scelta di utilizzare conti in franchi svizzeri e di detenere fisicamente banconote svizzere, anche di vecchio conio (cambiabili nelle banche molto più facilmente di quanto avviene con altre valute), indica una preferenza per la moneta della Confederazione come «strumento di riserva e protezione del patrimonio illecito».
La cassaforte del boss e il conto a Ginevra
Nell’elenco dei beni da sottoporre a sequestro, i pm di Palermo ne hanno indicato uno solo custodito in Svizzera: il conto corrente numero M-582019 aperto presso la filiale di Ginevra di un gruppo bancario specializzato nella gestione dei patrimoni e di asset management e intestato, dal 6 dicembre 2021, alla società Cinzano Ltd, la cassaforte dei Tamburello e, soprattutto, il principale degli «schermi societari esteri» che, secondo gli inquirenti siciliani, la famiglia trapanese utilizzava per il reimpiego, la sostituzione e il trasferimento dei capitali riconducibili anche a Matteo Messina Denaro. «Soldi, beni e utilità provenienti dal traffico internazionale di stupefacenti e altre attività illecite».
Secondo quanto emerge dall’ordinanza firmata dai magistrati palermitani, la Cinzano Ltd è stata costituita il 6 aprile 2011 alle Isole Cayman. Maria Antonina Bruno, moglie di Giacomo Tamburello e madre di Luca, ne è la titolare effettiva (Beneficial owner) e amministratrice, assieme appunto al figlio Luca. Cinzano Ltd, riassumono i pm siciliani titolari dell’inchiesta, «è centrale nella strategia di occultamento e movimentazione dei capitali illeciti» in parte ascrivibili all’ex primula rossa della mafia trapanese, «con investimenti in beni immobili, metalli preziosi, partecipazioni societarie, azioni, titoli e strumenti finanziari in diversi Paesi: Lussemburgo, Spagna, Andorra, Principato di Monaco, Svizzera, Libano».
Oltre al conto di Ginevra, la società detiene molti altri depositi e portafogli titoli, principalmente presso la BEMO Europe Banque Privée in Lussemburgo. Al 27 agosto 2025, il portafoglio titoli intestato a Cinzano Ltd ammontava a oltre 7 milioni di euro, comprendendo azioni, obbligazioni e metalli preziosi, tra cui 12 kg d’oro in lingotti - gli stessi che Luca Tamburello avrebbe voluto portare fisicamente in Svizzera, in questo sconsigliato al telefono da un funzionario di una banca monegasca. La società è titolare inoltre di 682.240 azioni della libanese IBL BANK S.A.L., per un valore stimato di circa 700 mila euro.
Nel 2025, la società ha inoltre trasferito circa 7,4 milioni di euro dal Lussemburgo alla Banca Safra Sarasin del Principato di Monaco, in concomitanza con il trasferimento della residenza di Maria Antonina Bruno a Monte Carlo.
Spiegano i magistrati: «La Cinzano Ltd è stata utilizzata per schermare e diversificare gli investimenti, rendendo difficile la tracciabilità dei capitali e la riconducibilità agli indagati. Le operazioni sono state caratterizzate da una strategia di delocalizzazione in Paesi con normative antiriciclaggio meno stringenti e da una continua movimentazione di fondi tra società e conti correnti in differenti giurisdizioni. La società è parte di un reticolo di entità giuridiche tutte riconducibili alla famiglia Tamburello-Bruno».
Tra le operazioni illustrate nell’ordinanza si susseguono trasferimenti di fondi in euro, franchi svizzeri, sterline, dollari statunitensi e dollari di Hong Kong verso conti personali e societari di Maria Antonina Bruno; investimenti in azioni di società internazionali e multinazionali, tra cui anche grandi imprese svizzere (Sandoz Group AG, Novartis AG, Roche Holding AG) e obbligazioni di grandi gruppi (Pfizer, Shell, Walt Disney); acquisto, custodia e vendita di oro fisico.
La conclusione dei pm è chiara quando gli stessi parlano di «gestione sofisticata e consapevole dei rischi di tracciabilità e delle normative antiriciclaggio». Un vortice di operazioni, molte delle quali effettuate in franchi svizzeri, funzionali a occultare le ricchezze accumulate negli anni dal socio del capo della famiglia mafiosa di Castelvetrano.

