L'inchiesta

Il tesoro di Messina Denaro, ecco che cosa c'è nell'ordinanza

Il tesoro del boss, si comprende in modo chiaro leggendo gli atti giudiziari, era gestito prevalentemente in franchi svizzeri, valuta considerata evidentemente sicura e utilizzata in quasi tutti i depositi aperti nelle banche del Lussemburgo, del Principato di Monaco e delle Isole Cayman
© KEYSTONE (EPA/CARABINIERI)
Dario Campione
28.05.2026 20:28

La prima a insospettirsi è stata una funzionaria di una banca di Andorra che, davanti a un conto corrente con 12 milioni di euro, ha cominciato a farsi qualche domanda. Agli istituti di credito che chiedevano la provenienza del suo ingentissimo patrimonio, fino ad allora, Maria Antonina Bruno, ex moglie di uno dei più grossi narcotrafficanti siciliani, Giacomo Tamburello, raccontava la storiella dell’eredità. Il marito era morto lasciandole una grossa somma e lei era diventata ricca. Una favola a cui in tanti hanno fatto finta di credere, ma che non ha convinto la solerte dipendente della banca di Andorra. È nata così, da una segnalazione dell’istituto di credito, l’indagine della DDA (Divisione distrettuale antimafia) di Palermo che ha ricostruito il gigantesco tesoro - 200 milioni di euro la stima per difetto - accumulato dalla donna, dall’ex consorte e dal figlio della coppia, Luca. Grazie alla collaborazione delle polizie di mezza Europa i magistrati sono riusciti a far mettere i sigilli all’enorme patrimonio frutto del reinvestimento dei soldi incassati in oltre 30 anni di traffici di droga realizzati col beneplacito di un socio di straordinaria caratura criminale, il boss Matteo Messina Denaro.

Nel business del traffico degli stupefacenti Tamburello, arrestato a Campobello di Mazara, paese del Trapanese in cui il padrino ha passato gli ultimi anni di latitanza, è entrato che aveva poco più di 20 anni. Commerciante di vestiti, unico mestiere onesto fatto, per anni entrato e uscito più volte dalle carceri italiane e spagnole, ai vecchi affari di droga non ha mai rinunciato, nemmeno da latitante. Prima l’hashish dal Marocco acquistato coi soldi di Matteo Messina Denaro, poi la cocaina e l’eroina, Tamburello ha guadagnato una fortuna. Solo in 4 anni, dal 1990 al 1994, otto miliardi di vecchie lire, dicono gli inquirenti. Un tesoro che il narcos di Campobello ha saputo far fruttare. Ville lussuose in Spagna, conti correnti a Gibilterra, Andorra, Libano, Lussemburgo e isole Cayman e decine e decine di società schermo come la Lujo Family Office, la spagnola Smiley Bubbles la Cinzano Ltd, gli hanno consentito di moltiplicare esponenzialmente il denaro sporco.

Nella partita, negli ultimi anni, è entrato anche il figlio, fresco di studi internazionali in economia e con rapporti con la finanza di mezzo mondo. Anche lui finito in galera, insieme ai genitori, con l’accusa di reimpiego di capitali illegali aggravata dall’avere agevolato la mafia. È stato Luca, con uno spericolato investimento ad acquistare Villa Natacha, a Marbella, in Spagna. Tamburello ha dato fondo a tutte le sue liquidità e ha messo insieme 3milioni a cui due soci hanno aggiunto 300mila euro. ‘Ho rischiato tutto’ diceva, a ottobre del 2025, non sapendo di essere intercettato, mentre progettava di prendere la residenza a Dubai e di spostare 12 chili di oro della madre dal Lussemburgo al Principato di Monaco.

Le attività illegali dei Tamburello, ne sono convinti i pm, «sono sempre state caratterizzata da un consapevole rapporto di contiguità funzionale con Cosa nostra, con particolare riferimento alla famiglia di Campobello di Mazara e, più in generale, al mandamento di Castelvetrano, a cui è risultato collegato attraverso esponenti di spicco».

Il conto in una banca ginevrina

Sono 226, in tutto, le pagine dell’ordinanza con cui i sostituti procuratori della Repubblica di Palermo Bruno Brucoli e Luisa Bettiol e il procuratore aggiunto Vito Di Giorgio hanno chiesto la custodia cautelare in carcere di Giacomo Tamburello, 65 anni, della moglie Maria Antonina Bruno, 62 anni e del figlio Luca, 42 anni, oltre al sequestro di decine di beni mobili e immobili tra cui il «conto corrente M-582019 aperto presso una banca ginevrina e pervenuto alla società “Cinzano Ltd” in data 06.12.2021». Un’ordinanza nella quale la Svizzera ricorre almeno un centinaio di volte e in tre filoni principali: il traffico di droga, lo spostamento di denaro contante e lo spostamento di patrimoni, asset finanziari e depositi di oro.

Il tesoro di Matteo Messina Denaro, si comprende in modo chiaro leggendo gli atti giudiziari, era gestito prevalentemente in franchi svizzeri, valuta considerata evidentemente sicura e utilizzata in quasi tutti i depositi aperti nelle banche del Lussemburgo, del Principato di Monaco e delle Isole Cayman. E la Svizzera è stata al centro dei traffici di stupefacenti con i quali la famiglia del boss si arricchiva. Tutto comincia, secondo quanto accertato dalla Procura di Palermo e dalla DDA, moltissimi anni fa. Già nel 1983 la Svizzera era uno dei Paesi in cui gli affiliati alla cosca del capomafia trapanese «realizzavano condotte di riciclaggio, autoriciclaggio e investimento di proventi illeciti». Nel febbraio 1983, ad esempio, proprio Giacomo Tamburello trasportò 300 kg di hashish dall’Italia alla Svizzera. Altri 30 kg di hashish entrarono in Ticino dall’Italia via Ponte Chiasso, mentre nel maggio 1984 8 kg di hashish furono trasportati dalla Spagna a Dietikon, nel canton Zurigo. Un’altra indagine, stavolta della Procura milanese, fece emergere un’organizzazione dedita al traffico di hashish sull’asse Spagna–Svizzera–Italia, operativa tra il 1990 e il 1995. I magistrati di Palermo citano a questo proposito il trasporto dall’Italia alla Svizzera, con contestuale vendita, di circa 200 kg di hashish avvenuto tra il settembre e il novembre 1993, operazione che avrebbe fruttato 70 milioni di lire.

L’ordinanza richiama pure dichiarazioni di Rosario Spatola, il costruttore - cugino dei boss Salvatore Inzerillo e John Gambino - il cui nome fu collegato al finto sequestro di Michele Sindona e all’uccisione del giudice Gaetano Costa. Spatola, scrivono i pm di Palermo, nel 1984 avrebbe assistito in Svizzera alla consegna a Tamburello di una busta contenente 700.000 franchi come contropartita per l’hashish.

Oro e investimenti

Impossibile, ovviamente, riportare tutti i riferimenti dell’ordinanza. La parte sicuramente più curiosa e dettagliata riguarda una conversazione del 13 ottobre 2025 tra Luca Tamburello e un funzionario bancario monegasca indicato come «Ludovico». I due discutono di come gestire 12 kg di oro in quel momento custoditi in Lussemburgo, nella Bemo Banque: il funzionario consiglia di non replicare un precedente trasferimento fisico dell’oro tra Svizzera e Lussemburgo, definendolo anomalo; propone invece di vendere il metallo prezioso in Lussemburgo e di riacquistarlo in Svizzera, oppure di collocarlo in una cassetta di sicurezza in Svizzera. Nel dialogo viene citata la possibilità di usare caveau di UBS, descritti come tra i più grandi e più sicuri d’Europa, e di acquistare oro fisico in Svizzera per custodirlo in quei depositi. Alla fine, «Ludovico» consiglia di vendere l’oro, dato l’alto prezzo di mercato, e trasformarlo in altri attivi finanziari il cui valore si aggirerebbe attorno al milione di euro.

«Chiedeva il 10% su ogni affare, a partire dalla droga»

Era ovunque, nei traffici di droga, nelle imprese dei settori più disparati: Matteo Messina Denaro, per 30 anni imprendibile boss di Castelvetrano, era il socio occulto di decine di attività economiche da cui incassava il 10% dei ricavi. La sua non era una richiesta di pizzo, ma una partecipazione, da dietro le quinte, a tutto ciò che produceva ricchezza. Come il business messo su con gli stupefacenti da Giacomo Tamburello, narcos di Campobello di Mazara che con la droga è diventato ricchissimo. A raccontarlo agli investigatori che hanno arrestato Tamburello, l’ex moglie e il figlio, è il pentito Vincenzo Spezia, boss della famiglia di Campobello di Mazara, figlio di uno storico capomafia, Nunzio Spezia. «I soldi i Tamburello li hanno sempre dati a Matteo Messina Denaro perché altrimenti li ammazzava. Sono a conoscenza che la percentuale del 10% gli veniva data per ogni carico di droga che arrivava dal Marocco - ha detto ai pm di Palermo - ed era a conoscenza dei carichi e del loro arrivo perché era amico di quelli che smerciavano la droga una volta che questa dalla Spagna arrivava a Brescia… e da lì veniva inviata in tutta Italia». Il collaboratore parla di un vero e proprio rapporto societario tra il padrino e l’uomo che gestiva i traffici internazionali di stupefacenti anche nell’interesse dell’associazione mafiosa.

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