Tensioni

Trump dirotta su Cuba: «Avrò l’onore di conquistarla e farci quello che voglio»

Mentre la guerra in Iran prosegue, il presidente USA svia l'attenzione sull'isola alle prese con una gravissima crisi energetica: gli analisti parlano già di «Cubastrojka», ma Mosca non ci sta
©Mark Schiefelbein
Michele Montanari
17.03.2026 16:30

Mentre la guerra in Iran «vinta» alla velocità record di «un’ora» prosegue, il presidente USA Donald Trump svia l’attenzione dal Medio Oriente e dirotta su Cuba. La retorica è la stessa di sempre, quella del gradasso che può fare ciò che vuole delle sorti del mondo.

D’altronde, l’isola non se la passa bene: perennemente alle prese con problemi economici, le sanzioni USA sul petrolio venezuelano stanno lasciando a bocca asciutta L’Avana. Lunedì scorso un blackout totale ha colpito l'intero Paese caraibico per diverse ore. Non è stato il primo oscuramento prolungato e probabilmente non sarà l'ultimo. E il capo della Casa Bianca intanto gongola: «Avrò l'onore di conquistare Cuba», ha dichiarato il tycoon, aggiungendo di poter fare «tutto ciò che vuole» con Cuba, nel contesto dei negoziati tra Washington e L'Avana sul futuro del Paese.

Trump, interpellato dai giornalisti alla Casa Bianca, ieri ha dichiarato: «Sapete, per tutta la vita ho sentito parlare degli Stati Uniti e di Cuba. Quando lo faranno gli Stati Uniti? Credo proprio che avrò l'onore di prendere Cuba». E ha aggiunto: «Che la liberi o la conquisti, penso di poterci fare tutto quello che voglio. Volete sapere la verità? Al momento è una Nazione molto indebolita».

Trump ha riservato parole pure per gli esuli cubani fuggiti dal regime comunista: «Molte persone incredibili torneranno a Cuba, si spera non per restarci. Non vogliamo rendere le cose così piacevoli da indurli a restare. Ma probabilmente alcuni di loro vorranno restare. Amano Cuba così tanto...». Il capo della Casa Bianca, evidenzia la CNN, ha fatto rifermento ai molti membri della comunità cubana in esilio che avevano giurato di non tornare mai più sull'isola finché i Castro fossero rimasti al potere.

Negli scorsi giorni, però, dall'Avana è arrivata una prima storica concessione agli Stati Uniti. Il ministro del Commercio Oscar Pérez-Oliva Fraga, pronipote di Fidel e Raúl Castro, ha fatto sapere che gli esuli di Miami e gli altri cubani all’estero, sempre considerati dei «traditori», potranno investire ed essere proprietari di aziende private a Cuba. 

Negli ultimi anni, a dire il vero, la morsa si era già allentata. Un numero crescente di cubani emigrati negli USA ha infatti iniziato a tornare in patria con maggiore frequenza, per far visita ai familiari, per le vacanze e persino per avviare piccole attività commerciali con soci locali. Questo nonostante le dure sanzioni economiche statunitensi che, di fatto, bloccano la maggior parte degli scambi economici con l'isola. E nonostante le rigide restrizioni imposte dall'Avana sugli investimenti stranieri, che limitano notevolmente le transazioni tra i due Paesi.

Stando al New York Times, durante recenti colloqui tra funzionari statunitensi e cubani, gli emissari di Washington avrebbero chiesto all'Avana di rimuovere il presidente Miguel Díaz-Canel (successore di Fidel Castro e di suo fratello Raúl Castro) dal potere. Gli Stati Uniti avrebbero intensificato la pressione su Cuba, loro storica nemica e alleata di Mosca, dopo la deposizione del presidente venezuelano Nicolás Maduro, lo scorso gennaio. Il copione sarebbe lo stesso: rimuovere il dittatore, mantenendo intatta (ma assoggettata a Washington) la struttura del potere. D'altronde l'Isola non ha molto margine di manovra. Gli USA l'hanno messa in ginocchio, prima interrompendo le forniture di petrolio venezuelano verso Cuba, poi colpendo con sanzioni le petroliere dirette nel mar dei Caraibi e, infine, provocando una crisi energetica mondiale conseguente all’attacco sul regime iraniano.

Alle prese pure con la carenza di generi alimentari, impossibilitati a usare i mezzi di trasporto a benzina, e colpiti da continui blackout, i cubani sempre più spesso scendono nelle strade per protestare contro il governo, chiedendo l'erogazione di energia elettrica. Perché lì il buio è totale: i  blackout possono durare anche 48 ore. Lunedì scorso, la rete elettrica cubana è collassata lasciando senza elettricità dieci milioni di persone.

Secondo Trump, il governo cubano sull'orlo del collasso sarebbe disposto a raggiungere un accordo che porterebbe a una storica apertura economica e politica sull'isola. Avverrebbe quella che alcuni analisti definiscono Cubastrojka, in riferimento alla Perestrojka, l'allentamento del dominio sovietico sull'Europa orientale alla fine degli anni Ottanta. Non sarà una terra ricca di risorse come la Groenlandia e neppure come il Venezuela, ma Cuba ha certamente un significato enorme per gli Stati Uniti. Come scrive l'Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI), «è da sempre stata l’avversario ideologico privilegiato da sconfiggere fin dai tempi della rivoluzione che mise fine alla dittatura di Batista e l’arrivo al potere di Fidel Castro».

Senza contare la sua posizione strategica da alleata russa. Non a caso, dopo i sogni di conquista di Trump, il Cremlino si è affrettato a puntualizzare che «Mosca resta impegnata ad aiutare le autorità dell'Avana». «Naturalmente, siamo pronti a fornire tutta l'assistenza possibile e stiamo lavorando su tutte queste questioni con le nostre controparti cubane», ha dichiarato il portavoce del governo russo Dmitry Peskov, aggiungendo che i due Paesi alleati mantengono «livelli di contatto professionali e di esperti» durante la crisi energetica.