Meteorologia

Un El Niño da record accende il Pacifico: attività degli uragani al 181% della norma

L'Atlantico resta invece insolitamente calmo, con valori inferiori del 90% alla media – Gli esperti della NOAA danno al 90% la probabilità di un evento estremamente intenso nell'inverno 2026/2027
Red. Online
07.09.2026 18:01

Tre uragani contemporaneamente sul Pacifico, una stagione atlantica quasi paralizzata e, ancora, un fenomeno climatico che si avvia a diventare il più potente mai misurato. Il bilancio tracciato da MeteoSvizzera nel suo blog fotografa un'estate 2026 che, sopra gli oceani tropicali, ha rotto ogni equilibrio consueto.

Il motore del Pacifico

El Niño, riassumendo al massimo, è la fase calda dell'oscillazione ENSO: un riscaldamento significativo delle acque del Pacifico tropicale orientale che si ripercuote sul clima di mezzo pianeta. Che il secondo semestre del 2026 sarebbe stato segnato da un episodio robusto, d'altro canto, era chiaro già in primavera, quando i modelli avevano iniziato a convergere su questo scenario. Quello che si sta osservando ora, però, va oltre le attese.

Secondo il Climate Prediction Center della NOAA, la National Oceanic and Atmospheric Administrationla, la probabilità di un evento estremamente intenso nell'inverno 2026/2027 è del 90%. Non solo, anche l'ipotesi di un El Niño storicamente forte, il più marcato dall'inizio delle misurazioni sistematiche, nel 1950, è nettamente aumentata. L'Organizzazione meteorologica mondiale, nel suo aggiornamento del 3 settembre, indica una probabilità prossima al 100% che il fenomeno persista nei trimestri settembre-novembre 2026 e dicembre 2026-febbraio 2027, con il picco atteso verso fine anno.

Numeri che raccontano uno squilibrio

L'effetto sugli uragani, ribadisce MeteoSvizzera, è già misurabile. Il parametro di riferimento è l'indice ACE, acronimo di Accumulated Cyclone Energy, che non conta semplicemente il numero di cicloni ma ne pondera intensità e durata: un indicatore, quindi, dell'energia complessivamente liberata da una stagione.

Rispetto alla norma 1991-2020, nel 2026 l'attività risulta in aumento nel Pacifico centrale (+181%) e nel Pacifico orientale (+32%), mentre è diminuita nell'Atlantico settentrionale (-90%). Uno scarto di questa ampiezza tra i bacini non è casuale. Le acque più calde del Pacifico centrale e orientale forniscono ai sistemi tropicali il carburante di cui hanno bisogno; sull'Atlantico, invece, El Niño rafforza il cosiddetto wind shear, la differenza di velocità e direzione del vento tra i vari livelli dell'atmosfera, che letteralmente decapita i cicloni in formazione prima che riescano a organizzarsi.

Tre uragani in contemporanea

L'esempio più visibile è arrivato all'inizio di settembre. Nella tarda serata di mercoledì 2 settembre, la tempesta tropicale Marie è passata a uragano al largo della Bassa California, andando ad affiancare Karina e Lowell, entrambi di categoria 4 e in movimento verso ovest. Una tripletta simultanea che la climatologa Julia Cole, dell'Università del Michigan, ha definito un evento raro: «Il riscaldamento associato a El Niño favorisce la formazione di queste tempeste, che traggono gran parte della loro energia dalle acque calde».

Sul versante opposto del continente, il contrasto è netto: l'Atlantico è arrivato al 10 settembre, la data che statisticamente segna il culmine della stagione, in condizioni di sostanziale quiete.

E le conseguenze globali

El Niño non riscrive solo la geografia degli uragani, dunque. Modifica il regime delle precipitazioni ai tropici, siccità in alcune regioni, piogge violente in altre, e contribuisce a un aumento della temperatura media globale, aggiungendosi al riscaldamento di fondo di origine antropica. Il segretario generale dell'ONU Antonio Guterres ha parlato di un fenomeno che sta assumendo «proporzioni gigantesche».

Per la Svizzera e l'Europa centrale, invece, il segnale resta debole. Come ricorda il meteorologo Luca Nisi di MeteoSvizzera, gli effetti diretti alle nostre latitudini sono scientificamente incerti e difficilmente significativi. L'impatto principale è indiretto: un El Niño particolarmente intenso aumenta sensibilmente la probabilità che l'anno in corso rientri tra i più caldi mai misurati a livello mondiale.

Un dettaglio che, dopo un'estate 2026 destinata a superare il 2003 come la più calda della storia svizzera, suona tutt'altro che rassicurante.