Vladimir Putin e la crisi del petrolio: il futuro dell'economia russa sempre più in bilico

Da una parte i colloqui di pace, diretti, con l'Ucraina. Dall'altra i proventi del petrolio, la principale fonte di finanziamento della macchina da guerra di Vladimir Putin, in picchiata. Con tutte le conseguenze del caso per l'economia del Paese. Il prezzo del petrolio russo, leggiamo sul New York Times, è diminuito a causa dell'offerta globale e, parallelamente, delle sanzioni internazionali pronunciate contro Mosca. Secondo il Ministero delle Finanze, lo scorso anno le entrate della Federazione derivanti da petrolio e gas sono diminuite di quasi un quarto. Il Cremlino, di riflesso, ha fatto leva su aumenti delle imposte e spesa in deficit per colmare il divario.
I calcoli di Putin
Domanda: significa che, vista la situazione, il citato Putin cambierà idea a proposito della sua guerra d'aggressione in Ucraina? Snì. Sappiamo che, fra imprenditori e opinione pubblica, il malcontento è piuttosto diffuso. Un malcontento figlio, appunto, delle tensioni economiche. Domani, domenica, Russia e Ucraina parleranno ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, alla presenza degli Stati Uniti.
Evidentemente, con l'economia in stagnazione e il Cremlino, al momento, impegnato a spremere risorse, è il popolo russo a pagare il prezzo più alto. O, meglio, a dover sopportare il peso di una guerra i cui costi hanno superato i 170 miliardi di dollari l'anno. «La situazione è gestibile» si è affrettato a dire Yevgeny Nadorshin, economista di Mosca, al New York Times. «Ma nessuno è tranquillo».
Putin, prima della guerra, mostrava sempre con orgoglio i dati dell'economia russa, in caduta libera dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica e i primi anni di post-comunismo. Il leader del Cremlino aveva ridotto il debito, deburocratizzato le tasse e, soprattutto, tenuto a bada l'inflazione. Non solo, i proventi del petrolio avevano garantito ai russi un miglioramento del tenore di vita.
Il quadro è cambiato
Il quadro, con la guerra su larga scala in Ucraina che sta per entrare nel suo quinto anno, è cambiato. Radicalmente. Il calo delle entrate petrolifere ha gettato la Russia in un baratro caratterizzato da deficit di bilancio prolungati, aumento delle tasse e inflazione pesante.
A colpire il commercio petrolifero russo, ribadisce il New York Times, sono stati due fattori. Il primo: i prezzi del petrolio sono diminuiti lo scorso aprile, dopo che l'OPEC, l'Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, ha deciso di aumentare gradualmente la produzione dopo anni di tagli. Negli ultimi mesi l'industria petrolifera russa è stata inoltre colpita dalle nuove sanzioni occidentali e dall'applicazione più severa di quelle esistenti. Il secondo, strettamente legato al primo: a ottobre, il presidente statunitense Donald Trump ha imposto sanzioni alle due maggiori compagnie petrolifere russe, Rosneft, di proprietà statale, e Lukoil, privata. Le misure varate dal tycoon hanno notevolmente ridotto la capacità delle compagnie di vendere greggio. Non finisce qui: la Russia ha pure dovuto affrontare un inasprimento delle restrizioni contro la cosiddetta «flotta ombra» illegale di petroliere che utilizza per il trasporto di petrolio. A inizio gennaio, per dire, gli Stati Uniti hanno sequestrato nel Nord Atlantico una nave battente bandiera russa utilizzata per trasportare petrolio venezuelano.
Una questione di alternative (e di sconti)
Con l'offerta globale tendente all'eccesso, gli acquirenti possono – per certi versi – sbizzarrirsi rispetto al greggio russo. Detto in altri termini, possono rivolgersi ad altri Paesi o chiedere sconti ancora più eleveti «per compensare il rischio di gestire merci soggette a sanzioni», per dirla con Sergey Vakulenko, esperto di energia presso il Carnegie Endowment for International Peace. Gli sconti sul petrolio russo, in effetti, sono aumentati drasticamente. Il Ministero dell'Economia ha dichiarato questo mese che il prezzo medio del petrolio russo era di 39 dollari al barile a dicembre, in calo rispetto agli oltre 57 dollari di agosto.
All'equazione, poi, bisogna aggiungere gli attacchi con droni dell'esercito ucraino, che sta colpendo petroliere legate alla russia nel Mar Nero e nel Mediterraneo. Kiev, come noto, da anni attacca anche in profondità nel territorio russo, puntando alle raffinerie per provocare crisi di approvvigionamento di carburante in diverse regioni. «L'unico fattore che può cambiare la situazione è la pressione economica sulla Russia» ha non a caso dichiarato venerdì il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. «La Russia deve rimanere senza fondi affinché la guerra possa volgere al termine».
Che cosa può fare, dunque, la Russia?
I prezzi del petrolio in calo, è vero, non sono una novità. Già in passato Putin si è chinato sul fenomeno. Negli anni passati, fa tuttavia notare sempre il New York Times, la Russia aveva più opzioni a sua disposizione. Tagliare la spesa, indebolire il rublo e via discorrendo. Se è vero che i costi della guerra incidono per il 30% sul bilancio annuale, pari a 580 miliardi di dollari, ridurre la spesa a occhio sembra un esercizio fra il complicato e l'impossibile. Per giunta, il rublo è rimasto forte. Sostenuto dalle restrizioni sulle importazioni e dagli alti tassi di interesse, nel 2025 il rublo ha registrato un aumento del 45% circa rispetto al dollaro statunitense. Banalmente, un rublo forte fa entrare meno denaro nelle casse del governo russo per ogni barile venduto.
Vista la situazione, il Cremlino ha aumentato il debito pubblico e, parallelamente, le imposte sui redditi di imprese e persone fisiche. Una mossa che ha innervosito, eufemismo, in particolare i proprietari di piccole imprese. Il deficit di bilancio della Russia, nel 2025, ha raggiunto i 72 miliardi di dollari. Si tratta del valore nominalmente più alto dal 2009, in «crescita» rispetto al -57,2 miliardi del 2020, l'anno della pandemia, e al -38 miliardi di dollari del 2024. Avanti di questo passo, viene da chiedersi quale sarà il deficit a fine 2026.
