«Non c’è una nuova dottrina Monroe, ma competizione globale USA-Cina»

Gabriele Natalizia, professore associato al dipartimento di Scienze politiche dell’Università la Sapienza di Roma, insegna Sicurezza e politica internazionale e dirige il Centro studi Geopolitica.info.
Alcuni dei suoi ultimi lavori riassumono facilmente l’àmbito degli interessi scientifici che lo interessano: Alcuni dei suoi ultimi lavori riassumono facilmente l’àmbito degli interessi scientifici che lo interessano: Il gioco delle grandi potenze. La competizione nel Mediterraneo allargato (Luiss University Press, 2024); Renderli simili o inoffensivi. L’ordine liberale, gli Stati Uniti e il dilemma della democrazia (Carocci, 2024²); La NATO verso il 2030. Continuità e discontinuità nelle relazioni transatlantiche dopo il nuovo concetto strategico (Il Mulino, 2023).
«Donald Trump non è la causa dell’instabilità a cui assistiamo, che precede, e anche di molto, il suo arrivo alla Casa Bianca prima nel 2017 e poi nel 2025 - dice subito Natalizia al Corriere del Ticino - L’instabilità a cui facciamo fronte, progressivamente cresciuta negli anni, trova origine nel triennio 2007-2009, un autentico turning point. Sono gli anni in cui prende forma negli USA la crisi economico-finanziaria che poi avrà ripercussioni a livello internazionale molto profonde fino al 2013. In quella fase si comincia a parlare di un declino, quantomeno relativo, della dimensione economica dell’Occidente. Negli stessi anni, la capacità risolutiva del potere militare statunitense e, in generale, del mondo occidentale, si dimostra appannata. Afghanistan e Iraq, da missioni inizialmente di successo, si trasformano in un fallimento catastrofico per gli obiettivi che gli USA si erano posti, ossia lo state-building e il democracy-building».
È alla fine degli anni 2000, dice ancora Natalizia, che «dai principali report sullo stato dei diritti politici e delle libertà civili nel mondo si comincia a segnalare il declino della liberal-democrazia e il rischio di un riflusso autoritario. In quella stessa fase, sia la Russia sia la Cina iniziano apertamente ad affermare che lo status quo emerso dalla fine della guerra fredda non era più accettabile. Lo dice per primo Putin, nel 2007, alla conferenza sulla sicurezza di Monaco; e lo ribadisce Xi Jinping quando si insedia nel ruolo di segretario del Partito comunista cinese, nel novembre del 2012».
Da quel momento, è questa l’analisi di Natalizia, «cominciano a moltiplicarsi focolai di instabilità e di crisi. Nel 2008 c’è la guerra russo-georgiana in Ossezia del Sud; poi l’ingresso di Mosca in Medio Oriente, e in particolare in Siria, nel 2015. Nel 2014 c’è il referendum sulla Crimea e l’inizio della guerra civile in Donbass, ma anche l’escalation dei toni con Taiwan da parte della Cina. Seguiranno la crisi del Covid, che avvelena i rapporti anche all’interno dell’ONU, i colpi di Stato in Sahel dal 2020 al 2023. Fino ad arrivare, nel febbraio 2022, all’aggressione russa all’Ucraina e, l’anno successivo, alla destabilizzazione del Medio Oriente. Insomma, un susseguirsi di crisi di cui Donald Trump è la conseguenza, non la causa»
Primato internazionale
Ciò che oggi è in gioco, spiega ancora Natalizia, è «il primato internazionale. Obiettivo che possono, però, perseguire soltanto Stati Uniti e Cina, le uniche due grandi potenze in grado di coltivare obiettivi globali». Non la Federazione russa, impegnata in «una partita poco più che regionale nell’area in cui insiste, ovvero lo spazio post-sovietico. La guerra in Ucraina ha fortemente allineato Mosca e Pechino, ma né gli americani né i cinesi considerano la Russia un pari. Per Washington, la Russia non è più da anni una sfida strategica. La priorità, in questo senso, è stata attribuita alla Repubblica popolare cinese, l’unico Paese visto in futuro come un vero e proprio competitor: per la dimensione economica raggiunta e per la decisione di investire una parte consistente delle proprie risorse in ambito militare. L’obiettivo dichiarato della Cina è diventare militarmente un pari degli USA entro il 2049, ossia per il centenario della rivoluzione».
In questo quadro, si inserisce lo scontro latente, ma sempre più visibile, su Taiwan. Che Natalizia giudica, tuttavia, «una questione anzitutto simbolica. L’economia di Taiwan vale all’incirca il 5% di quella cinese, non giustificherebbe una guerra. Non solo: riprendersi l’isola con le armi, a parte i costi umani ed economici potenzialmente enormi e maggiori dei vantaggi attesi, potrebbe delegittimare l’immagine della Repubblica popolare. In questo momento, gli americani riflettono molto di più su un altro scenario: il blocco navale, che Taiwan potrebbe reggere per non più di 10 giorni».
L’idea che gli americani possano lasciare Taiwan al suo destino, in nome di una rinnovata dottrina Monroe di divisione del mondo in sfere d’influenza, o a causa dell’imprevedibilità delle decisioni della Casa Bianca, non è però condivisa dallo studioso romano.
«Il modo di agire di Trump e dell’amministrazione di Washington può forse creare un problema di credibilità agli Stati Uniti, ma Trump è l’evoluzione di una dottrina strategica che ha origine negli anni della presidenza di Barack Obama. Naturalmente, di fronte a uno scenario di competizione che è peggiorato, anche l’evoluzione ha preso una china più radicale. Ma Trump vuole ciò che volevano Biden, Obama e tutti coloro i quali li hanno preceduti: non una diversa divisione nel mondo in blocchi, perché questo sarebbe un arretramento della posizione americana, quanto piuttosto la difesa dell’egemonia globale di Washington. Gli Stati Uniti combattono per il primato globale, che non prevede l’esistenza di zone di influenza, ma soltanto di alleati e partner i quali, in ogni regione, contribuiscono alla difesa di quel primato. Se di rilancio della dottrina Monroe si vuole parlare, bisogna farlo all’interno di questo quadro egemonico».
Gli Stati Uniti sono impegnati a controllare soprattutto «l’Indo-Pacifico, l’area più importante dal punto di vista demografico, economico, militare - dice ancora Natalizia - Chi controlla quel quadrante, automaticamente è egemone su tutto il resto. Gli USA sono convinti che si vada nella direzione in una escalation ulteriore con la Cina nell’Indo-Pacifico. Non necessariamente militare, anche se non lo possiamo escludere. Per questo, non possono permettersi di avere un quadrante Nord Atlantico insicuro. Prima di poter competere nell’Indo-Pacifico nella migliore delle maniere, devono riassicurare il quadrante Nord Atlantico, e per questa ragione sollevano il tema della Groenlandia, di Panama, del Messico, del Venezuela».
La guerra in Ucraina
E l’Ucraina? Rientra anch’essa in questo riassestamento? «Naturalmente sì - conclude il direttore di Geopolitica.info - non può esserci un così grave ferita aperta in Europa. Chiudere la guerra in Ucraina è funzionale, poi, anche a un altro obiettivo che tradizionalmente gli Stati Uniti perseguono: non avere più fronti aperti contemporaneamente».
Nei prossimi anni, «la competizione con la Cina sarà totale, assoluta, simile a quella con l’Unione sovietica durante la guerra fredda. A questo proposito, Donald Trump accusa l’amministrazione di Joe Biden di aver commesso un errore madornale, ovvero aver fatto avvicinare, come mai era successo prima, Mosca a Pechino, trasformando la Russia sostanzialmente in un junior partner dei cinesi. Giusto o sbagliato che sia, non do un giudizio di valore, Trump persegue l’obiettivo di separare i due grandi Paesi asiatici, cosa che gli USA avevano peraltro già fatto negli anni ’70, anche se al contrario. Allora, gli Stati Uniti cominciarono a fare concessioni a Pechino, compreso il seggio permanente al Consiglio sicurezza dell’ONU, e riuscirono a ottenere, sostanzialmente, il completo disallineamento della Repubblica popolare cinese dall’Unione Sovietica. Oggi sono impegnati nella stessa direzione. Qualcuno parla di Reverse Kissinger: fu il segretario di Stato di Richard Nixon a decidere di concentrare l’attenzione su Mosca. Il tema Ucraina, oggi, va letto anche in questo modo».
