Oltre la malattia

Perché «Anna dai capelli corti» sta crescendo

Dieci anni di incontri, di condivisione e di scambio di esperienze - Dieci anni di sostegno reciproco e di accompagnamento - Una volta vissuto il tumore al seno, l’obiettivo è evitare la solitudine e la paura
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Paolo Galli
25.10.2025 06:00

Nell’epoca in cui si chiede sempre, e comunque, la sintesi, possiamo riassumere così la natura del gruppo Anna dai capelli corti, basandoci sulla definizione che troviamo nel sito: «Il gruppo riunisce giovani donne con l’esperienza del tumore al seno che si incontrano dopo le impegnative cure, creando legami e scambi che permettono di uscire dalla solitudine e dalla paura della malattia». Ma è evidente, c’è di più. C’è molto di più. È proprio su questo «di più» che è nata, pochi giorni fa, l’associazione Anna dai capelli corti, a dieci anni dalla creazione - all’interno del Centro di Senologia - del gruppo delle «Anne». Ne abbiamo parlato con la presidente Gabriella Bianchi Micheli - psicoterapeuta e psiconcologa FSP -, ma anche con un’«Anna», che in realtà si chiama Aurora, Aurora Azzola, vicepresidente dell’associazione.

La presenza dei professionisti

«L’obiettivo principale è quello di aiutare e sostenere le giovani donne a riprendere la propria vita quotidiana dopo le impegnative cure oncologiche, ritrovando un equilibrio psicofisico e riacquistando fiducia in loro stesse», spiega la dottoressa Bianchi Micheli. «La narrazione e lo scambio aiutano ad andare oltre l’esperienza traumatica della diagnosi, favorendo il fluire delle emozioni per giungere ad accoglierle e accettarle». Le «Anne» si incontrano sempre alla presenza di una figura professionale attiva nel settore «per facilitare la discussione quando emergono domande relative alla malattia o alle cure specialistiche oppure quando si manifestano vissuti ed emozioni difficili da contenere ed elaborare tra pari». La presenza di professionisti dedicati (psiconcologa, infermiera, ginecologa, fisioterapista), insomma, facilita la creazione di uno spazio «neutro per esprimere ed elaborare i vissuti emotivi spesso trattenuti, che pesano ma che sono poco dicibili a chi la malattia non l’ha avuta. Questa è la diversità rispetto ai gruppi di auto-aiuto».

Il ruolo della condivisione, nell’elaborazione dell’esperienza oncologica, è chiaro. Prosegue la dottoressa: «L’obiettivo è quello di creare uno spazio di condivisione e scambio tra donne con una diagnosi di tumore al seno prima dei 50 anni, per aiutarle ad affrontare concretamente le diverse problematiche specifiche alla giovane età con particolare riferimento alle prospettive professionali, alla fertilità, ai figli, alla sessualità, alle relazioni familiari e interpersonali. La condivisione di esperienze e vissuti emotivi favorisce l’elaborazione della malattia e l’accettazione degli effetti collaterali nelle varie fasi di cura».

Le sfide e le iniziative

In questi dieci anni di attività, non sono mancati i momenti significativi e trasformativi all’interno del gruppo. «Sul nostro sito www.annadaicapellicorti.ch sono descritte le attività di approfondimento, svago, sport e altro svolte negli anni. Abbiamo inoltre finanziato, grazie all’aiuto dei nostri sostenitori, numerosi progetti di ricerca scientifica inerenti la malattia in giovane età (Studio Positive sulla gravidanza dopo tumore al seno; Studio Kaiku sugli effetti collaterali delle terapie oncologiche; Studio sulla cardiotossicità della radioterapia; Studio Re-work sulla ripresa lavorativa dopo il tumore). La pubblicazione nel 2021 del nostro libro “Doppio laccio. Il cancro al tempo del coronavirus, quando la malattia diventa risorsa”, è stato un momento fondamentale per il gruppo. Più di 30 pazienti hanno descritto con coraggio e umanità l’esperienza della malattia oncologica in relazione all’esperienza di confinamento del Covid lasciando emergere una capacità resiliente appresa dall’esperienza oncologica. Comprendere che strategie apprese in passato aiutano ad affrontare nuove realtà faticose della quotidianità è stata una scoperta inattesa, che ha permesso alle “Anne” di elevarla a elemento di forza e coraggio terapeutico del gruppo». Altre esperienze importanti - prosegue la dottoressa - sono state la SfilAnna nel 2024 e lo spettacolo Fil Rose del TeatrAnne, che è in scena attualmente (prossime date 23.11.2025 alle 18.00 all’Oratorio di Balerna e 29.11.2025 alla Sala Multiuso di Arbedo-Castione). «La SfilAnna è stata organizzata in collaborazione con gli allievi delle scuole ticinesi di sartoria e si è conclusa con una sfilata delle “Anne” indossando abiti e accessori creati dalle scuole SAMS e STA di Lugano. Il Fil Rose delle TeatrAnne è nato dall’incontro con le registe Gaby Lüthi e Alessandra Ardia della compagnia DuoDeno. Lo spettacolo è stato tratto dai racconti e dai ricordi delle Anne».

Il «dopo»

Colpiscono le tante nuove sfide delle «Anne». Ci sono diversi aspetti che risultano, ancora oggi, sottovalutati della vita dopo la malattia. La dottoressa Gabriella Bianchi Micheli spiega: «Quando si parla di malattia si pensa ai trattamenti salvavita (chemio, radioterapia, chirurgia). Una volta terminate le cure iniziali si dà spesso per scontato che le pazienti siano guarite. In realtà quello è il momento più faticoso a livello psicologico. Si sentono sole, le visite in ambulatorio o in ospedale si diradano; è il momento del consuntivo del percorso fatto e dell’accettazione dello stesso. Inoltre, gli effetti collaterali dei trattamenti sono ancora presenti, spesso incrementati dalle cure anti-ormonali. Senza contare che la ricostruzione del seno necessita di più interventi, con nuove cicatrici e percorsi faticosi di ripresa fisica. Parlare di effetti collaterali (stanchezza, dolori, disturbi legati alla menopausa indotta) quando per familiari, amici e a volte anche per i curanti, la paziente dovrebbe sentirsi guarita e soddisfatta, non è facile. Le donne ci raccontano di sentirsi sole e incomprese. La condivisione nel gruppo favorisce la comprensione reciproca e lo scambio di strategie per ovviare agli scomodi e faticosi effetti collaterali a lungo termine».

«Tendersi la mano»

Sono aspetti di cui ci parla anche Aurora Azzola, vicepresidente dell’associazione Anna dai capelli corti e «Anna». «Confrontarmi e condividere gli aspetti della malattia è stato per me un grande aiuto. In questi momenti nasce uno spazio speciale, protetto, dove ci si può aprire senza paura e parlare di tutto ciò che il tumore al seno porta con sé. In questo spazio mi sono sentita accolta, compresa, e soprattutto meno sola. Sostenendoci a vicenda, ho scoperto una forza nuova, quella che nasce dal sentirsi unite anche nelle fragilità». È questo il senso dell’associazione, il cui nome è molto potente. Chiediamo ad Aurora Azzola che cosa significhi, per lei, essere «Anna dai capelli corti». «Essere un’“Anna”, per me, significa far parte di un gruppo straordinario di donne che hanno dovuto lottare, o stanno ancora lottando per la propria vita. Significa tendersi la mano, sostenersi nei momenti difficili e accogliere chi muove i primi passi in questo percorso, per farle sentire non sole». È anche una questione di messaggi, da lanciare e, ancora una volta, da condividere. È fondamentale la comunicazione. «Il messaggio che voglio condividere è che non bisogna mai lasciarsi abbattere dagli ostacoli che la vita ci mette davanti», spiega ancora la vicepresidente dell’associazione. «La speranza non deve morire, perché da questa malattia si può guarire. Quello che ho vissuto mi ha resa più forte, più consapevole e immensamente grata per ogni singolo istante di vita». E conclude: «Vorrei che se ne parlasse di più, in tanti contesti, anche con i giovani per esempio nelle scuole, perché la prevenzione può davvero fare la differenza e può salvare vite». Insomma, essere «Anna» è anche comunicare il senso della vita.

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