L'intervista

Perché i dazi USA? «Forse il nostro pragmatismo è una minaccia»

Nicola Tettamanti, presidente di Swissmechanic: «Agli americani non piace la leadership elvetica in alcuni comparti strategici»
Donald Trump non sembra amare molto la Svizzera. ©Alex Brandon
Dario Campione
24.07.2026 21:10

Nicola Tettamanti è il presidente di Swissmechanic, l’associazione svizzera delle piccole e medie imprese (PMI) dell’industria metalmeccanica ed elettrica che, nel loro insieme, impiegano oltre 70 mila persone, generando un volume d’affari annuo di circa 15 miliardi di franchi.

«Non posso nascondere la delusione provata dopo l’annuncio dei nuovi dazi USA - dice Tettamanti al Corriere del Ticino - sapevamo che una volta concluso il periodo dei tributi temporanei ci sarebbe stato qualcos’altro, ma vedere che la Svizzera nuovamente dovrà subire un dazio superiore a quello dei Paesi dell’UE e del Regno Unito è stato sconfortante. Non siamo riusciti a far valere i nostri argomenti, nonostante il Dipartimento federale dell’economia, della formazione e della ricerca (DEFR) abbia fatto enormi sforzi in questa direzione».

La stessa accusa di lavoro forzato, utilizzata dal presidente americano per giustificare i dazi, «non è nemmeno da prendere in considerazione - dice ancora Tettamanti - la Svizzera, su questo terreno, è uno dei Paesi con i controlli più severi e puntuali».

Il presidente di Swissmechanic non nasconde la sua preoccupazione: «Per molte PMI svizzere, l’introduzione di ulteriori dazi significa costi più elevati, margini in diminuzione, crescente incertezza nella pianificazione e un evidente svantaggio competitivo rispetto ai concorrenti dell’UE. Se mi è concesso un gioco di parole - sottolinea Tettamanti - paghiamo il dazio di essere un Paese di successo con caratteristiche di gestione politica continua nel tempo. La nostra filosofia, molto pragmatica e priva di emozionalità politica, la nostra competenza e la capacità di essere attrattivi in molti settori forse sono state viste come una minaccia».

Non è certo la grandezza del mercato interno né il consumo a poter preoccupare la Casa Bianca, ragiona ancora Tettamanti, «piuttosto, forse, la leadership in comparti strategici quali la farmaceutica o in campi ad alto valore aggiunto come l’orologeria». Certo è che per le 1.250 imprese associate a Swissmechanic, gli USA restano, «con i loro investimenti sulla creazione di tecnologia, un mercato molto robusto, sempre più punto di riferimento. Nei mesi scorsi - dice sempre Tettamanti - con i dazi al 10% c’era stata una forte ripresa degli ordinativi. Il problema è che non possiamo lavorare con regole che cambiano ogni tre o sei mesi».

Accordi e ordinativi di lungo termine sono stati sostituiti con intese e commesse singole. E non è l’unico cambiamento affrontato dalle PMI elvetiche, che sono alle prese anche con la scelta tra differenziazione o concentrazione dei propri clienti. «Se si lavora con gli Stati Uniti non è sempre raccomandabile intrecciare intese commerciali con altri Paesi, ad esempio la Cina, anche per motivi di sicurezza. Il “No China” - sottolinea Tettamanti - è uno dei fattori che possono risultare determinanti per continuare a lavorare con gli USA. Non siamo di fronte a divieti specifici, ma in molte linee di prodotto le relazioni dirette con il gigante asiatico sono viste male».

Secondo il presidente di Swissmechanic è quindi «fondamentale proseguire con determinazione il dialogo con gli USA e lavorare rapidamente per ristabilire condizioni di concorrenza equivalenti a quelle garantite all’UE. Il commercio libero ed equo è un principio fondamentale, così come condizioni quadro affidabili e prive di discriminazioni, le stesse alla base del successo dell’industria svizzera orientata all’esportazione».