Processo

Quel fiume di cocaina nella crack house: «Spaccio e consumo senza sosta»

Chieste pene detentive dai 4 anni ai 36 mesi sospesi per i membri di una banda che ha trafficato quasi un chilo di droga — L’accusa: «Ognuno aveva un ruolo fondamentale» — Le difese: «Erano tutti nel vortice della tossicodipendenza» — Domani la sentenza
© CdT/Chiara Zocchetti
Irene Solari
22.01.2026 20:30

Un fiume di cocaina - quasi un chilo - che entrava ed usciva senza sosta da un appartamento a Bellinzona, punto cardine di un’attività di spaccio e consumo di stupefacenti, tanto da guadagnarsi la nomea di vera e propria «crack house». Questo il quadro che è emerso oggi davanti alla Corte delle Assise criminali, presieduta dal giudice Curzio Guscetti (a latere Luca Zorzi e Fabrizio Filippo Monaci). Alla sbarra quattro uomini: due cittadini albanesi, un 42.enne e un 49.enne e due cittadini svizzeri, un 52.enne e un 32.enne domiciliati nella regione, difesi rispettivamente dagli avvocati Sara Gasparoli, Stefano Stillitano, Felicita Soldati e Maricia Dazzi. Il procuratore pubblico Luca Losa ha chiesto una condanna a 4 anni di carcere e l’espulsione dalla Svizzera per 7 nei confronti del 42.enne albanese, ritenuto dall’accusa «il capo della banda». Mentre la difesa ha chiesto per lui una riduzione a 3 anni di detenzione, di cui 18 mesi da scontare e il resto sospeso per 3 anni. Pene più leggere, invece, sono state chieste dal pp per gli altri tre imputati, che hanno raggiunto un accordo tra le parti. Per il 49.enne albanese 36 mesi di carcere di cui 9 da espiare, gli altri sospesi per 3 anni, oltre all’espulsione per 5 anni. Per il 52.enne del Bellinzonese (che metteva a disposizione l’appartamento) 36 mesi, di cui 6 da espiare, sospesi per 2 anni e, infine, 36 mesi, di cui 6 da espiare, sospesi per 3 anni per il 32.enne. La sentenza è attesa nella mattinata di domani.

Organizzazione e degrado

Sugli imputati pendono, a vario titolo, i reati di infrazione aggravata e ripetuta contravvenzione alla Legge sugli stupefacenti, ripetuto riciclaggio di denaro e infrazione alla Legge sugli stranieri (entrata e soggiorno illegale). Fattispecie, commesse dal settembre 2024 al gennaio 2025, che sono state riconosciute dagli imputati. «Quella messa in campo dai quattro uomini era un’organizzazione piuttosto rudimentale ma efficace. Ognuno aveva un ruolo senza il quale la crack house non poteva funzionare», ha dettagliato Losa nella sua requisitoria. «Non si trattava di ‘‘semplice’’ spaccio, in quell’appartamento ci si poteva fermare per consumare. L’andirivieni era costante a ogni ora, giorno e notte. E di conseguenza anche lo stato di degrado sociale». Il ciclo di cocaina, a mente dell’accusa, era costante «poiché autoalimentato». I ricavi della vendita, infatti, venivano reinvestiti nell’acquisto di nuova cocaina o usati per le spese quotidiane. «I membri della banda sapevano come massimizzare i guadagni e fidelizzare gli acquirenti, vendendo anche al di fuori dell’appartamento». In particolare, Losa si è concentrato sull’agire del 42.enne albanese, ritenuto il «motore» dell’organizzazione: «Era lui che raccoglieva il denaro guadagnato e che comprava nuova droga. Ed era sempre lui a decidere prezzo, quantità e clienti a cui venderla. Oltre a ‘‘ripagare’’, sempre in cocaina, gli altri membri del gruppo». A mente del pp, l’uomo «non si è fatto scrupoli a guadagnare sulle spalle di altre persone. Da quando è arrivato in Svizzera non ha mai lavorato un solo giorno, ha solo delinquito. Ha già diversi precedenti penali per stupefacenti e lesioni con un oggetto pericoloso. Quando si trovava ancora in Albania era stato pure condannato per la detenzione di un kalashnikov».

«Sta già pagando»

«Non voglio sminuire la gravità dei fatti contestati», ha esordito l’avvocato Gasparoli, patrocinatrice del 42.enne. «Ma la responsabilità del mio assistito va valutata alla luce del dramma umano che sta vivendo. Non è il volto del narcotraffico internazionale, è un uomo che si è trovato in difficoltà e che viene da una dimensione di povertà assoluta. Ha a carico la moglie e la madre gravemente malata ed è padre di tre figlie piccole. Ha sbagliato e sta già pagando un prezzo umano altissimo con la lontananza dai suoi cari». Anche gli altri difensori - Stillitano, Soldati e Dazzi - hanno preso brevemente la parola. Tutti hanno evidenziato la disperazione della tossicodipendenza, un vortice in cui gli imputati sono caduti tutti. E che li ha portati a delinquere principalmente per procurarsi la droga da consumare. A testimonianza della situazione difficile anche lo stato di estremo degrado dell’appartamento, nel quale persino la polizia ha faticato ad entrare. Tutti i quattro uomini, inoltre, hanno ammesso i fatti e ampiamente collaborato con le autorità, permettendo di chiudere l’inchiesta in tempi brevi, hanno spiegato i legali. Gli imputati sono inoltre detti dispiaciuti e intenzionati a cambiare vita.