Quella valanga che portò morte e distruzione

«La popolazione conosceva bene la forza della natura, e c’era quindi il timore che qualcosa potesse accadere». E purtroppo è successo. Nella notte tra l’11 ed il 12 febbraio 1951, una domenica, poco prima dell’una, una valanga seminò morte e distruzione ad Airolo. La slavina si staccò dalla zona della Valascia e nello spazio di 10 minuti raggiunse il paese. I decessi furono dieci. Cinque persone sepolte sotto la neve si salvarono per miracolo, grazie al rapido intervento di civili e militari. E poi c’è stato anche chi, come un uomo, si recò prima dell’orario canonico sul posto di lavoro scampando al disastro naturale. Undici case, alcune stalle e laboratori e l’asilo vennero demoliti. Cento ettari di bosco, inoltre, furono cancellati. Il destino beffardo volle che la stessa notte, a Frasco, un’altra valanga uccise cinque persone (quattro dello stesso nucleo familiare) della Valle Verzasca.
La coltre ricoprì l’intero albergo
Quell’inverno Airolo «vide, sommando le misure giornaliere di neve fresca, ben 14 metri e 29 centimetri (allora gli accumuli medi stagionali si aggiravano attorno ai 4,5 metri, oggi sui 3,6 metri). Alla neve abbondante già presente al suolo (più di 2 metri), si aggiunsero 71 centimetri il 10 febbraio, 33 centimetri l’11 febbraio e 34 centimetri il 12 febbraio. Durante queste due ultime giornate la neve risultò pesante», ricordò MeteoSvizzera nel 2021. Nel Comune altoleventinese, allora, si diceva che «fiochèva michètt». Ossia «nevicavano michette», tanto spessa era la coltre che il cielo mandava giù. Tra i dieci abitanti deceduti tre erano bambini o ragazzi. Una donna morì con il figlio stretto al petto. «Un militare mi portava in braccio. Una mantellina, una bambola e il magone mi accompagnavano alla stazione», recita una poesia di Franca Da Rin Pedrini. La valanga travolse la parte del paese a ridosso della montagna. Tanto che la facciata dell’ex albergo Motta fu ricoperta di neve fino all’ultimo piano. Metà villaggio dovette essere ricostruita; ciò che avvenne tra il 1952 ed il 1953. La popolazione rientrò nelle abitazioni solo dopo Pasqua. In settembre il ritorno sui banchi di scuola, un momento significativo e commovente allo stesso tempo. Nei tre decenni seguenti si intervenne in modo importante per garantire la sicurezza investendo oltre 60 milioni di franchi in ponti da neve, premunizioni, terrapieni e rimboschimento.
Precipitazioni da record
«È stato l’inverno valangoso più catastrofico del XX secolo in Svizzera», ha affermato una decina di giorni fa Jürg Schweizer, direttore dell’Istituto federale di ricerca per lo studio della neve e delle valanghe (WSL) di Davos, dal cui archivio abbiamo tratto le fotografie che trovate in pagina. Oltre 230 le persone che furono colpite dalle valanghe (il bollettino, allora, veniva pubblicato una volta a settimana: in quei giorni nefasti fu fatta un’eccezione); 98 morirono. Ben 1.500 gli edifici rasi al suolo. I danni ammontarono a 3 milioni. Non solo il paese di Airolo fu messo in ginocchio, ma anche Vals (19 decessi) ed Andermatt (13 vittime). «Le precipitazioni nelle aree disastrate in gennaio e febbraio hanno superato il 300% della quantità normale», secondo il meteorologo del WSL Theodor Zingg, il quale ha analizzato nel dettaglio quell’«inverno nero». Addirittura in Leventina la percentuale raggiunse il 400%, in Valle Onsernone il 600%. Pazzesco. «La neve fresca della prima metà di febbraio ha poggiato su una base stabile. Tuttavia è scivolata verso il basso, portando con sé gli strati più profondi del manto nevoso. Questo è stato interessante per la ricerca sulla neve. Dimostra che anche un manto nevoso spesso e solido può avere un effetto sfavorevole in casi molto particolari», ha puntualizzato il 22 gennaio scorso il WSL sul proprio sito.
Il libro e i temi attuali
«L’anno della valanga» è il titolo del debutto letterario del compianto Giovanni Orelli. Siamo nel 1951. E la minaccia incombe sulla Valle Bedretto, isolata dal mondo e con l’evacuazione di metà marzo imposta dal Consiglio di Stato. L’amore fra Gionata e Linda fa da sfondo ad una penna profetica che mise la popolazione ticinese (e non solo) davanti ad alcune questioni dibattute ancora oggi, come ad esempio lo spopolamento delle valli e la «svendita» del territorio.

