Sacrificio leghista per il Governo

Da uno stato d’animo a ostaggio del potere. Come una sindrome di Stoccolma repubblicana, la parabola della Lega è tutta qui. Michele Guerra definisce il suo Movimento seriamente malato e della malattia fa una diagnosi onesta: la morte dei leader di riferimento e la conseguente esplosione di guerre intestine e meschini carrierismi. Film già visto in altre lingue. Chi ha vissuto la balcanizzazione del PLR tra il 2005 e il 2011 conosce la trama e lo stesso finale. Ma i parallelismi finiscono qui. I liberali, nonostante le numerose tranvate, hanno sempre mantenuto la maggioranza relativa in Gran Consiglio e sul territorio. La gestione del potere è connaturata nell’anima dell’ex partitone e nella sua storia ultrasecolare. Sono inscindibili. La Lega, viceversa, si è fatta posto a tavola per volontà degli elettori ma con un curriculum da parvenu e dal convivium del potere è stata soffocata, forse per troppo appetito.
Dai partiti storici ha assorbito vizi e virtù: dalle pratiche parassitarie all’affidabilità istituzionale. Non tutto è stato sbagliato, scriverlo sarebbe falso. Il Movimento ha prodotto negli anni dirigenti all’altezza che hanno ben servito le istituzioni ad ogni livello. Ma l’origine della malattia sta proprio nell’inerzia perseguita dopo il 2015 e un’ubriacatura di trionfi: sacrificare tutto sull’altare della politica governativa e sulla sua conservazione. Per dieci anni mantenere due consiglieri di Stato non è stata più la conseguenza di un’azione politica ma l’unica ragione di esistere. E così quando i ministri hanno prodotto politiche contrarie ai decaloghi e al DNA leghista, la fattura è stata pagata dal partito con un’inesorabile perdita di consensi e di seggi in Gran Consiglio.
La Lega insomma ha fatto il partito storico senza esserlo né poterselo permettere: una recita contro natura a cui i leghisti per primi non hanno creduto, dandosi alla fuga. L’errore sembra ripetersi di nuovo. L’accordo sottoscritto con l’UDC mette ancora una volta in primo piano la tutela del seggio governativo. Così facendo la Lega ha rafforzato la possibilità che venga confermato, ma il 12 aprile rischia di ritrovarsi con un gruppo parlamentare da cabina telefonica. A meno che in via Monte Boglia non vi sia l’inconfessabile, e forse lucida, presa di coscienza che una stagione politica si è chiusa per sempre per mancanza di persone e prospettive e che l’unica opzione per la sopravvivenza sia il trasloco in un’abitazione il cui proprietario delle mura sarà l’UDC svizzera.

