Il ricordo

San Gottardo, 25 anni dopo: «Chi crede nell’inferno, deve immaginarlo proprio così»

Moritz Leuenberger, all'epoca del tragico incidente nel tunnel del San Gottardo, era a capo del DECS ma anche presidente della Confederazione - Lo abbiamo raggiunto
© Keystone/KARL MATHIS
Paolo Galli
24.10.2026 06:00

Moritz Leuenberger, all’epoca dei tragici fatti, non solo era a capo del Dipartimento federale dei trasporti (DATEC), ma era pure presidente della Confederazione. Fu quindi proprio lui a metterci la faccia, per il Consiglio federale, in quei giorni drammatici. Sì, in quel terribile 2001, con tutti i suoi incidenti.

Venticinque anni sono tanti, eppure il ricordo è sempre presente. Quando oggi pensa a quella tragedia, qual è il primo ricordo che le viene in mente?
«Il fumo, il calore, le auto bruciate, i binari deformati. Chi crede nell’inferno, deve immaginarlo proprio così».

Il 24 ottobre 2001 si presentò davanti ai media a Berna prima di recarsi sul posto. Ho letto una sua intervista in cui parlava di aver commesso un errore di valutazione, allora, nel non raggiungere subito il Ticino.
«Venni a conoscenza dell’incidente durante una seduta del Consiglio federale. Successivamente, mi presentai davanti ai media a Berna. Lì dissi che, recandomi nel tunnel, avrei solo intralciato il lavoro dei vigili del fuoco. Il giorno dopo mi recai sul posto. Un grave incidente di portata politica richiede la presenza di un rappresentante politico. Avrei dovuto recarmi sul posto già lo stesso giorno? Me lo sono chiesto, anche attraverso alcune interviste successive. La risposta non è così scontata. Dopotutto si è trattato di una tragedia nazionale e a Berna sono presenti tutti i media nazionali».

Desiderava già da tempo il sistema di regolazione del traffico pesante, il cosiddetto «contagocce». Divenne operativo dopo la tragedia. Come si giunse a questa decisione, e in che misura la tragedia accelerò, in qualche modo, l’adozione della misura?
«Il sistema a contagocce non avrebbe impedito questo incidente. Tuttavia, tale sistema è finalizzato alla sicurezza. Il problema è che era controverso. Inizialmente, non ho trovato una maggioranza in Consiglio federale. Per far passare la misura, ho tenuto conto del clima emotivo diffuso nel Paese dopo l’incidente, e in questo senso la tempistica ha avuto anche una valenza politica».

A 25 anni di distanza, il tunnel le sembra più sicuro? Quale rischio residuo accetta la Svizzera e che cosa resta da fare?
«No, oggi non è più sicuro. Già allora, sul luogo dell’incidente, avevo sottolineato come l’unica soluzione per avere maggiore sicurezza sarebbe stata la seguente: due gallerie con corsie separate per senso di marcia. Il rischio di avere incidenti, in una galleria con due corsie in direzioni opposte, è maggiore. Questo rischio è stato accettato, però, con la galleria così come funziona ancora oggi».

Due gallerie separate sono più sicure, ma anche in quel caso il rischio rimane. L’incidente del 2001 è stato causato da un autista ubriaco e affaticato

Si sta procedendo al raddoppio del tunnel del San Gottardo. Quali garanzie di sicurezza può offrire un’opera del genere?
«Due gallerie separate sono più sicure, ma anche in quel caso il rischio rimane. L’incidente del 2001 è stato causato da un autista ubriaco e affaticato. Una persona in quelle condizioni può provocare gravi incidenti e danni anche in assenza di traffico in senso opposto».

Ai tempi, era tra le voci più critiche in merito a una seconda canna. Oggi è ancora convinto che si tratti della scelta sbagliata, sia per il traffico che per la sicurezza, oppure la ritiene utile per uno di questi due motivi?
«Due obiettivi politici si contrappongono: la sicurezza e la frequenza dei transiti. La sicurezza è meglio garantita con due gallerie separate. La riduzione del traffico stradale attraverso le Alpi, invece, no, anzi. Questo era il tema della votazione di allora e lo dissi chiaramente».

Nei momenti di crisi, i consiglieri federali vengono percepiti dalla popolazione solo nei loro rispettivi ruoli. Ma dietro al consigliere federale c’è sempre l’uomo, o la donna, evidentemente. Ripensando a quel periodo, a quel tragico 2001, ci sono stati momenti in cui l’uomo faceva fatica a essere consigliere federale e in cui, come uomo, ha provato un forte senso di stanchezza?
«Il divario fra il ruolo rappresentativo e le proprie convinzioni personali è frequente in questa funzione. Ma in caso di catastrofi di tale portata, accade qualcosa di diverso: in quei momenti, il mio coinvolgimento personale coincideva con la rappresentanza politica. Erano i momenti in cui abbandonavo la mia consueta distanza e l’ironia che mi contraddistingue. Tutta la Svizzera ha notato che ero sopraffatto dalle emozioni».

Vede delle similitudini tra il 2001 e il 2026? Oltre a Crans-Montana, si sono verificati altri drammi e, oggi come dopo l’11 settembre, mi sembra che si stia diffondendo un senso di smarrimento generale, a causa del contesto geopolitico. Che cosa ne pensa? E in che modo un consigliere federale può avere un impatto reale sulla popolazione?
«Vedo anch’io questi parallelismi. Un consigliere federale, però, non è semplicemente un “consolatore”. È vero che è anche suo compito rappresentare i sentimenti della popolazione, ovvero esprimere pubblicamente il dolore e la solidarietà verso le vittime. Ma il suo compito va oltre: deve impegnarsi affinché le ingiustizie vengano smascherate e perseguite. E deve chiarire se lo Stato o il dipartimento che rappresenta abbiano commesso errori. In caso affermativo, deve assumersene la responsabilità e garantire che ciò non si ripeta».

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