Sui diritti dei partitini sarà ancora battaglia

C’è chi le ritiene «utili a migliorare la partecipazione democratica» e chi, invece, le boccia senza appello. L’ultima parola spetterà al Gran Consiglio, ma per tutte e sei le proposte avanzate dal Movimento per il Socialismo (MpS) e volte a garantire ai partitini maggiori diritti in Parlamento la strada sembra essere più che in salita.
La maggioranza - formata da PLR, Centro, Lega e UDC - della Commissione Costituzione e leggi «non condivide e non intende entrare in materia su tali modifiche in assenza di una modifica generale dell’impianto legislativo che definisce il sistema elettivo attualmente in vigore». Le iniziative parlamentari presentate da Matteo Pronzini e Giuseppe Sergi, ricorda nel suo rapporto il deputato Paolo Ortelli (PLR), «vertono su un concetto di fondo, che è evidentemente quello di ampliare i diritti e le possibilità per i candidati eletti appartenenti a liste con un numero ridotto di deputati che attualmente non sono in grado di costituirsi in gruppo parlamentare». Si tratta, prosegue il relatore del testo di maggioranza, di «richieste puntuali che di fatto puntano a modificare l’assetto attuale partecipativo di questi candidati, frutto dell’esito della ripartizione dei seggi a seguito del risultato elettivo». In pratica, dice Ortelli, i due esponenti dell’MpS, chiedono che anche «i deputati eletti in liste che non raggiungono una presenza numerica minima possano beneficiare di maggiori diritti».
Un no su tutta la linea
Vediamo, allora, nel dettaglio che cosa chiedono Sergi e Pronzini. Attraverso la modifica dell’articolo 12 della Legge sul Gran Consiglio (LGC), i due deputati dell’MpS chiedono innanzitutto di ridurre da cinque a tre il numero minimo di deputati necessari per poter essere considerati un gruppo parlamentare, mentre con la modifica dell’articolo 13 vorrebbero che fossero necessari solo tre deputati (anziché cinque) per poter costituirsi quale gruppo misto. Entrambe le richieste vengono però respinte da Ortelli e colleghi, secondo i quali si tratta di «un tema molto delicato anche a fronte dell’evoluzione che negli anni ci ha consegnato una frammentazione sempre più marcata della rappresentanza delle diverse forze politiche in Parlamento». Inoltre, osservano, è «una richiesta di modifica apparentemente “banale” ma che rischierebbe di incidere e probabilmente distorcere profondamente l’intero funzionamento del Parlamento cantonale».
Non va meglio alle altre richieste avanzate dall’MpS. Con la modifica dell’articolo 29, ad esempio, gli iniziativisti chiedono che i deputati in liste non facenti gruppo possano partecipare senza diritto di parola alle sedute di commissioni e sottocommissioni, ma anche di aver accesso (modificando l’articolo 53) «a verbali, documenti e corrispondenza riguardanti i messaggi delle commissioni parlamentari». Soprattutto il fatto di partecipare alle riunioni commissionali restando in silenzio - evidenzia Ortelli - è «difficilmente attuabile per le naturali e ovvie conseguenze di gestione che comporterebbe, e questo proprio per la “inconsistenza” di un regime di non-diritto di parola all’interno di un consesso plenario».
Insomma, per la maggioranza commissionale è un no su tutta la linea: «Non si ritiene opportuno intervenire su aspetti che riguardano l’aumento dei diritti dei singoli deputati senza una revisione del sistema elettorale, che disciplina le modalità di elezione e di accesso al Gran Consiglio».
«Richiesta di buon senso»
Di diverso avviso la minoranza della Costituzione e leggi, composta da PS e Verdi. Come spiega la deputata Lisa Boscolo (PS) nel suo rapporto, infatti, le proposte dell’MpS «mirano a rafforzare la democrazia nel nostro Cantone». Non solo. Si tratta di «una richiesta di buon senso e di principio: la democrazia vive di partecipazione consapevole e la partecipazione è possibile solo se le informazioni sono accessibili». Garantire l’accesso alla documentazione, quindi, «non significa attribuire nuovi poteri o diritti di parola, ma semplicemente permettere a tutte le forze politiche e alla cittadinanza di comprendere meglio i temi in discussione. Solo così il dibattito pubblico può essere informato, aperto e fondato sui fatti, anziché su indiscrezioni». E ancora: «In una società che vuole essere realmente democratica, la trasparenza non è una concessione: è un dovere delle istituzioni e un diritto dei cittadini e delle cittadine». Per queste ragioni, la minoranza della Commissione si dice favorevole alla riduzione da cinque a tre del numero minimo di deputati necessari per poter essere considerati gruppo parlamentare, così come alla richiesta di partecipare, senza diritto di parola, alle riunioni commissionali. Malgrado questa proposta sia «la più difficile da applicare». Tutte e sei le richieste, tiene a sottolineare Boscolo, «hanno come obiettivo unico quello di migliorare la partecipazione democratica di tutti i gruppi politici in Gran Consiglio» e «favoriscono l’accesso a informazioni e dunque migliorano la comunicazione e la discussione».
