L'esperto

«Sulle proteste in Iran, l’influenza del “modello” Venezuela»

Giuseppe Acconcia è professore all'Università Statale di Milano – È tra i massimi conoscitori delle dinamiche mediorientali – Con lui parliamo della situazione a Teheran
© AP
Paolo Galli
12.01.2026 06:00

Professor Acconcia, qual è la chiave per leggere quel che sta accadendo in Iran?
«Arriviamo da quindici giorni di manifestazioni, iniziate il 28 dicembre scorso con gli scioperi nei bazar. Sono proteste fondamentalmente contro il carovita, l’inflazione, oltre che la corruzione che colpisce il Paese. Ora si sono aggiunte, a queste contestazioni, ulteriori rivendicazioni contro il regime degli ayatollah. Ci sono notizie molto frammentate, anche perché da giovedì pomeriggio in Iran non è possibile avere accesso ai social network, però sarebbero centinaia i morti e migliaia le persone arrestate. E si parla di numeri drammaticamente più alti. Insomma, siamo di fronte alle più estese manifestazioni antigovernative degli ultimi anni, persino oltre le tre grandi ondate di proteste recenti, quella del 2009 contro Ahmadinejad, quella del 2018, per certi versi simile a questa, e quella del 2022 innescata dall’uccisione di Mahsa Amini, la giovane donna curdo-iraniana, per mano della polizia morale».

La repressione, sempre più dura, rafforza o indebolisce il potere della leadership iraniana?
«Questo è il punto da chiarire. Perché di fronte alla minaccia della propria sopravvivenza, le autorità iraniane hanno sempre risposto con l’escalation. E i segnali dialettici vanno, anche in questo momento, in quella direzione, specie in caso di un coinvolgimento statunitense, con la minaccia su Israele. È evidente che la polarizzazione della società iraniana spingerà i conservatori a essere sempre più duri. Dall’altra parte, però, sarà molto importante vedere fino a che punto si spingeranno le pressioni internazionali. Donald Trump inizialmente ha sostenuto queste proteste, però non ha voluto incontrare Reza Pahlavi, l’erede dello scià, che alcuni contestatori considerano come una sorta di leader della protesta».

Quanto pesa realmente il ruolo degli Stati Uniti nelle tensioni interne iraniane e nel discorso del regime sulle proteste?
«Fino a questo momento, Trump è stato abbastanza generico, parlando in nome della “libertà” e sostenendo i manifestanti. Lo stesso Trump, al contempo, si mostra anche molto riluttante a intervenire in contesti di grande incertezza come potrebbe essere quello iraniano, proprio perché non si sa quale può essere il risultato di un intervento diretto. Certo quanto avvenuto in Venezuela, può aver pesato nel motivare le proteste. Sappiamo bene come Trump è intervenuto, con un’azione mirata, arrestando Maduro e la moglie. Una cosa simile potrebbe, ora, avvenire in Iran, provocando non tanto un cambiamento radicale, bensì un rafforzamento dell’area riformista del regime, quei politici - come il presidente Masoud Pezeshkian - che hanno sempre guardato con interesse alla piazza e ai motivi delle proteste. Quella è la fazione politica che più può trarre vantaggio dalle attuali mobilitazioni. Anche in questo senso, possiamo guardare al modello venezuelano, visto che anche lì l’arresto mirato di Maduro non ha portato, almeno sinora, a un cambiamento radicale all’interno del Paese, bensì a una sorta di transizione che ha mantenuto in vita il sistema».

Gli stessi iraniani della diaspora si mostrano da un lato certi della svolta, dall’altro molto preoccupati per i familiari in Iran.
«La possibilità che questo cambiamento porti al ritorno della monarchia non convince tutti gli iraniani, anche perché la monarchia è stata spesso un ostacolo alle libertà. Fu questo uno dei motivi che portò alla rivoluzione del 1979 e all’ascesa di Khomeini. Insomma, quale sarà il futuro del Paese? La mancanza di certezze provoca angoscia. E lo stesso vale per l’eventuale perdita del controllo delle proprie risorse, a cominciare da petrolio e gas. Anche molti attivisti, che pure sperano nel cambiamento, hanno ancora un atteggiamento molto cauto».

In questo articolo: