Ad Aarau si è trattato di «Amok», il movente resta ancora ignoto

«Con una probabilità che rasenta la certezza, possiamo dirvi oggi che l’uomo che abbiamo arrestato nelle prime ore di lunedì è la persona che alle 2.30 di domenica 30 agosto ha sparato contro i partecipanti all’Aarauer Rave, uccidendo una persona e ferendone sei». Sono le parole utilizzate, nel pomeriggio, dalla Polizia cantonale argoviese durante la conferenza stampa convocata nella sede di Schafisheim, davanti a una sala colma di giornalisti. Non solo svizzeri, ma anche giunti dalla Francia, dalla Germania e, soprattutto, dall’Italia. Tanto che le autorità hanno predisposto la traduzione simultanea in inglese.
Ma torniamo ai fatti. Il responsabile della sparatoria - considerato «autore isolato» - è un cittadino svizzero di 43 anni, senza passato migratorio, residente nel canton Giura. Non era noto alla polizia. «Per quanto sappiamo finora, non risultano precedenti penali, salvo infrazioni di lieve entità alle norme della circolazione stradale», è stato precisato. «Non risultano inoltre elementi di radicalizzazione o motivi ideologici o legati all’estremismo violento, né di destra né di sinistra. Non ci sono neppure indizi che l’autore avesse legami con le vittime».
Com’è andata
Il capitano Matthias Schildknecht, responsabile delle operazioni per la situazione speciale, ha spiegato che il 43.enne ha raggiunto Aarau in auto, ha parcheggiato e si è spostato a piedi sull’area dell’ippodromo, dove si era da poco concluso il party di musica elettronica. Armato di AK-74, ha sparato «più di quaranta volte» contro la folla, «in maniera indiscriminata», cambiando posizione e direzione. Poi, è tornato al parcheggio e ha esploso colpi di pistola - anche contro un’auto in partenza -, è salito in auto e si è dato alla fuga verso il Giura.
Il bilancio è di una vittima e sei feriti (inizialmente indicati in cinque: la sesta persona si è annunciata lunedì, era stata colpita da un rimbalzo o da un proiettile deviato). Due di loro sono ancora ricoverati in ospedale, ma «stanno meglio, compatibilmente con le circostanze». La vittima, cittadina italiana di 22 anni, è stata raggiunta da un colpo alla parte superiore del corpo, che ha interessato organi vitali.
Amok con movente ignoto
Se, inizialmente, le autorità avevano indicato tre scenari possibili - terrorismo, strage, o un altro fatto criminale -, ora il quadro è chiaro. «Oggi possiamo dire che questo attacco deve essere attribuito allo scenario dell’Amok», ha dichiarato Michael Leupold, comandante della Polizia cantonale argoviese. Con «Amok», termine derivato dal malese amuk («infuriare con rabbia cieca»), si indica un’esplosione improvvisa e incontrollabile di violenza omicida. Gli inquirenti sono convinti che il 43.enne abbia fatto tutto da solo. «Allo stato attuale non esiste alcun indizio della partecipazione di altre persone al fatto».
E il movente? Non è stato individuato. Resta da capire perché l’uomo abbia scelto proprio Aarau e quella festa, sempre che non si sia trattato di una casualità, come emerge dalle prime ipotesi.
Si è costituito, ma non parla
Insomma, il 43.enne avrebbe fatto tutto da solo. Anche nella notte successiva alla sparatoria. Si è infatti costituito, senza attendere che gli inquirenti arrivassero a lui (grazie ai filmati che hanno ripreso la sua auto che si allontanava da Aarau e alle testimonianze).
L’uomo si è presentato all’1 di lunedì alla Polizia cantonale del Giura, a Delémont (a una settantina di chilometri da Aarau). È arrivato con il veicolo utilizzato per il fatto di sangue e con le armi nel bagagliaio. Ha detto di essere l’autore della sparatoria di Aarau. Il procuratore capo della Procura di Lenzburg-Aarau Christoph Rüedi ha riferito che, al momento della costituzione, il 43.enne ha dichiarato «di avere problemi e di non stare bene da tempo».
Poi, è piombato nel silenzio. Durante gli interrogatori, si è avvalso del diritto di non rispondere. Da queste informazioni, ha spiegato Rüedi, emergerebbe che l’imputato «potrebbe soffrire di un disturbo psichico». Non si tratta di una diagnosi: la documentazione dovrà ancora essere acquisita e valutata e «sarà anche presa in considerazione una perizia psichiatrica».
Le armi detenute legalmente
Nel bagagliaio sono state ritrovate tre armi da fuoco: due pistole e un fucile d’assalto del tipo AK-74, della famiglia Kalashnikov. Armi detenute legalmente e correttamente registrate a nome del 43.enne. La polizia ha riferito che l’acquisto era stato autorizzato circa vent’anni fa dalle autorità del canton Giura. «Oggi i requisiti per il possesso sarebbero molto più severi», è stato precisato. Le prime analisi forensi hanno evidenziato «caratteristiche coincidenti» tra i bossoli trovati sulla scena e il fucile d’assalto sequestrato, nonché una delle pistole. Il 43.enne aveva prestato servizio nell’esercito come cuoco di truppa; nel 2013 aveva concluso il periodo di leva obbligatorio e restituito l’arma di servizio.
Che cosa non sappiamo
La Procura di Lenzburg-Aarau ha aperto un procedimento per omicidio intenzionale, in parte tentato, assassinio, in parte tentato, messa in pericolo ripetuta della vita altrui e violazioni della legge sulle armi. L’inchiesta è solo alle battute iniziali. Nelle prime dodici ore sono state condotte oltre 130 audizioni e raccolte oltre cento segnalazioni. Sono inoltre in corso l’analisi dei video, dei supporti elettronici e degli oggetti sequestrati.
Ma sono molte le domande senza risposta. Qual è stato il movente? Perché il 43.enne ha colpito i partecipanti all’Aarauer Rave? Perché si è spostato nel canton Argovia? E perché ha, infine, scelto di costituirsi? Non sappiamo ancora quale sia stata l’esatta sequenza dei colpi, quali colpi abbiano raggiunto le singole vittime e se l’autore avesse con sé tutte e tre le armi. Da chiarire sono, anche e soprattutto, la sua storia clinica, eventuali cure a cui si è sottoposto o contatti con servizi psichiatrici. Domande saranno sollevate anche sulla possibilità che una persona con probabili disturbi psichici detenesse regolarmente (almeno) un fucile d’assalto e due pistole.
«Ad alcuni quesiti, oggi non conosciamo ancora la risposta», ha ricordato Rüedi. Altre informazioni, ha aggiunto, sono già in possesso degli inquirenti ma non possono essere divulgate perché potrebbero compromettere il procedimento. Per ora la certezza riguarda l’identificazione del presunto autore e la fine del pericolo per la popolazione. Sul resto, l’inchiesta è appena cominciata.
