Camere

Bilaterali III, ci sono quattro vie per arrivare davanti al popolo

Il Consiglio degli Stati ha iniziato il lungo dibattito sul pacchetto di accordi: il tipo di referendum resta una questione cruciale - Per Carlo Sommaruga (PS) si va verso un sì alla doppia maggioranza: «Ma è problematico: per ragioni tattiche rischia di esserci un caos»
©KEYSTONE/Alessandro della Valle
Luca Faranda
28.09.2026 23:05

Referendum facoltativo, oppure obbligatorio. O ancora, tramite un sotterfugio, doppia maggioranza a seguito di una disposizione transitoria. Infine, il cosiddetto referendum «sui generis». Quello del tipo di referendum è uno dei punti più controversi del dibattito sui Bilaterali III. Probabilmente, verrà presa una decisione domani. La politica oggi ha quattro vie per arrivare davanti al popolo per una delle votazioni più importanti in materia di politica europea degli ultimi decenni. Il lungo dibattito è iniziato quest'oggi nella sala del Consiglio degli Stati e i «senatori» sono i primi a dover scegliere quale via intraprendere. Poi toccherà al Nazionale decidere se proseguire sulla stessa strada.

Maggioranza semplice

Ma andiamo con ordine. Il Consiglio federale e la maggioranza della Commissione della politica estera (responsabile dell’intero dossier sui «Bilaterali III») auspica il referendum facoltativo. Ciò significa che al termine dei dibattiti parlamentari, sarà necessario raccogliere 50 mila firme e poi alle urne servirà «solo» la maggioranza del popolo.

«Il referendum facoltativo rappresenta la soluzione più condivisa e politicamente sostenibile», è la posizione del «ministro» degli Esteri Ignazio Cassis. Una prassi, già adottata per i Bilaterali I e II, che è sostenuta anche dal «senatore» Carlo Sommaruga (PS/GE), presidente della Commissione della politica estera. «Il voto con referendum facoltativo è in conformità con la Costituzione», spiega al Corriere del Ticino il «senatore» ginevrino, secondo cui, finora, tutti gli accordi bilaterali conclusi dalla Svizzera non sono mai stati sottoposti alla doppia maggioranza. «Creerebbe un precedente pericoloso per il futuro», sostiene.

Anche i Cantoni

Vista la portata del pacchetto, c’è poi chi chiede di elevare a dignità costituzionale l’approvazione degli accordi, dunque tramite doppia maggioranza di popolo e Cantoni. In questo caso, le possibilità di approvazione dei trattati diminuirebbero. L’esperienza dimostra che in questo caso non basterebbe il 50% più un voto a favore dei trattati, bensì circa il 55%. Sullo sfondo, a portare acqua al mulino di questa proposta, c’è anche la cosiddetta «Iniziativa Bussola», che vuole estendere il referendum obbligatorio in materia di trattati internazionali. Deve però ancora essere trattata dalle Camere federali.

Per il Governo, oggi, non esistono i presupposti giuridici per la doppia maggioranza, prevista solo in caso di adesione a una comunità sovranazionale (come l’UE) o a un’organizzazione di sicurezza collettiva (come la NATO). I sostenitori di questa proposta - promossa dal «senatore» Beat Rieder (Centro/VS) - ritengono che il pacchetto di accordi comporti modifiche istituzionali profonde e un allineamento dinamico al diritto europeo, incidendo sulle competenze interne e limitando la democrazia diretta svizzera. Anche il ruolo e il peso dei Cantoni è messo in discussione.

L’UDC richiede a gran voce di scegliere questa strada, mentre la sinistra auspica il referendum semplice. L’ago della bilancia è rappresentato da due partiti: Centro e PLR, con i rispettivi deputati che sono divisi sulla questione. L’assemblea dei delegati del PLR - con 231 voti contro 189 - nell’ottobre del 2025 si è schierata a favore della maggioranza semplice. Non tutti i «senatori» liberali-radicali seguiranno però questa linea.

L’iniziativa parlamentare

Uno di questi, ad esempio, è Andrea Caroni (PLR/AR), che ha proposto una strada alternativa tramite un’iniziativa parlamentare, poi ripresa dalla Commissione delle istituzioni politiche (meno filoeuropeista rispetto a quella della politica estera). Chiede, in poche parole, che l’approvazione del pacchetto di accordi con l’UE vada inserita nella Costituzione federale mediante una disposizione transitoria.

Il motivo? La prevista espansione della libera circolazione delle persone viola la Costituzione: nello specifico, l’articolo 121a, che regola l’immigrazione. Sulla base dell’iniziativa «contro l’immigrazione di massa» del 2014 vinta dall’UDC, la Carta costituzionale ora menzione che non è possibile concludere nuovi accordi internazionali che violino il principio di una gestione autonoma dell’immigrazione.

La strada più tortuosa

E infine c’è un’ultima strada, forse la più tortuosa. È il cosiddetto referendum «sui generis». Non la vuole né il Consiglio federale, né la Commissione della politica estera e in realtà non ne è pienamente convinta nemmeno la Commissione delle istituzioni politiche (che parla di «applicazione controversa»). Tuttavia, quest’ultima la proporrebbe nel caso in cui l’iniziativa parlamentare promossa da Caroni venisse respinta. Questo tipo di referendum è stato utilizzato per la votazione sullo Spazio economico europeo (SEE)del 1992, respinto dal popolo. Per i Bilaterali I e II, invece, era richiesta una maggioranza semplice.

Il pronostico

Per Carlo Sommaruga, c’è «una debole maggioranza» che propende per il referendum obbligatorio. «Lo strumento del referendum sui generis non è applicabile nel campo degli accordi bilaterali», sostiene il consigliere agli Stati ginevrino, che però si oppone anche alle altre due proposte sulla doppia maggioranza: «Entrambe le posizioni sono molto problematiche, perché rappresentano una deroga a quanto è sempre stato fatto finora». Verosimilmente, saranno proprio le opzioni promosse da Rieder e Caroni a trovare una maggioranza. «Ma così, per ragioni tattiche, rischia di esserci un caos», deplora Sommaruga.

Come andrà a finire? Anche se si va verso una doppia maggioranza (sarà da stabilire in quale forma), è ancora presto per dirlo con certezza. Tuttavia, anche i professori di diritto sono divisi sulla questione. Ciò significa che alla fine - qualsiasi sia la via scelta - non si tratterà di una scelta giuridica, bensì di una decisione prettamente politica.