Il rischio va gestito

Meraviglia, stupore, l’incanto della natura che si sposa con l’attività dell’uomo. Chi ama lo sci alpino si sarà volentieri lasciato catturare dalla bellezza dello spettacolo andato in scena negli scorsi fine settimana sul Lauberhorn e sulla Streif, ma anche sulla Planai di Schladming, benché qualche dubbio legato alla sostenibilità delle prove disputate in notturna aleggi nella nostra testa. Vuoi paragonare una discesa inondata dal sole con una disputata sotto i riflettori? Poi vabbé, a nobilitare lo spettacolo a Schladming c’è un pubblico incredibile, per il quale lo sci non è uno sport ma una religione.
Chi scrive forse sarà un inguaribile nostalgico, disposto persino ad accettare la definizione di conservatore, ma faccio fatica a capire le critiche rivolte alla formula di una disciplina che quando è confinata nel suo habitat naturale, nel cuore delle Alpi, su piste che non sono dei simulacri ma autentiche perle, emana un fascino a tutto tondo, indipendentemente dai nomi dei protagonisti e dalle gesta di quell’incredibile atleta che risponde al nome di Marco Odermatt. Piste che in nome della sicurezza sono state mutilate in alcuni passaggi, edulcorati per preservare l’integrità degli sciatori, fragilizzata dai progressi della tecnologia che in discesa permettono di raggiungere velocità folli e in slalom di tracciare traiettorie che sembrano disegnate col compasso.
Nonostante la loro nobiltà, anche Wengen (soprattutto) e Kitzbühel sono state trascinate nella polemica, a volte assolutamente pretestuosa e alimentata dal baccano mediatico fomentato anche da personaggi che lo sci lo vivono in una dimensione cittadina, priva di quella cultura legata alla tradizione e alla montagna che sta inesorabilmente sparendo. Gli infortuni che hanno fatto perdere alla CdM maschile atleti di primo piano come Alexis Pinturault e Alexander Aamodt Kilde, dopo che in precedenza si era già infortunato il rivale più accreditato per contendere il globo di cristallo a Odermatt, l’austriaco Marco Schwarz, hanno prodotto un’ondata di critiche alcune delle quali ingiustificate. Se è vero che il calendario della Coppa del mondo richiede molta energia e molta fatica agli atleti per i lunghi spostamenti (a volte incomprensibili, come quando nel mezzo della stagione si varca due volte l’oceano) e che rimetterne in discussione certi principi é sacrosanto, è altrettanto vero che il rischio di infortunio da sempre si accompagna a chi pratica lo sci e che negli ultimi anni sono stati fatti passi da gigante per scongiurare i gravissimi incidenti che in passato hanno addirittura messo a repentaglio la vita degli atleti.
Forse non è un caso che tre fra i rivali più accreditati del fenomeno Odermatt siano finiti in ospedale: il nostro ha spinto talmente avanti il limite delle sue prestazioni da costringere gli avversari ad affrontare rischi sempre più grandi per cercare di tenerne il passo. Schwarz si è improvvisato velocista, Kilde ha ignorato i segnali che il suo fisico debilitato da qualche linea di febbre gli mandava. Mi sembra sia stato Didier Cuche, uno che di discese e superG ne sa qualcosa, ad affermare che dopo essersi lanciato dal cancelletto di partenza, un atleta deve anche saper gestire i propri limiti, il che significa togliere il piede dall’acceleratore, ergo alzarsi in qualche tratto di pista per diminuire la velocità, anche se ciò comporterà inevitabili ritardi su chi ti sta davanti. Personalmente sono totalmente d’accordo con questa interpretazione delle cose: Kilde a Wengen avrebbe fatto bene a non prendere parte alla prima discesa, risparmiando il suo fisico e puntando tutto sul superG e sulla seconda prova della libera, il Lauberhorn vero. In questo senso, il norvegese ha molto da imparare dalla sua compagna di vita, Mikaela Shiffrin, una che le forze le sa dosare e quando è il caso di fermarsi lo sa fare.


