Christian Constantin su Crans-Montana: «Non si costruisce la sicurezza con la speranza, ma con verifiche»

Christian Constantin, imprenditore e presidente del FC Sion, è uno dei volti più conosciuti del Vallese. In questa intervista, il 69.enne parla del dramma che ha colpito Crans-Montana la notte di Capodanno e delle possibili misure da prendere per evitare che simili tragedie non si ripetano più. «Servono controlli reali».
Come sta vivendo questi giorni?
«Sono giorni molto pesanti. Quando una vita si spegne, soprattutto quella di una persona giovane, tutto il resto passa in secondo piano. Si continua a lavorare, si fanno le cose che vanno fatte, ma con un peso addosso. Ti rendi conto che certe discussioni - anche legittime, anche necessarie - diventano piccole davanti a un vuoto così grande».
Conosceva una delle vittime, che lavorava per lei. Come si vive una tragedia simile dal punto di vista di un datore di lavoro?
«Non la si vive come “datore di lavoro”, la si vive come essere umano. Era una presenza reale, parte della nostra quotidianità. Quando una persona che vedevi, con cui parlavi, che aveva una routine e dei progetti, non c’è più, lo shock è profondo. E ti rimane un senso di impotenza: perché capisci che nulla riporta indietro quello che è successo».
«Senza oggetti pirotecnici non sarebbe successo nulla»: convinzione o certezza?
«È una convinzione forte, basata su quello che oggi sappiamo. Non sto dicendo che tutto si spiega con una frase, né che non ci siano altri fattori. Ma se togli quell’elemento - l’oggetto che innesca e accende - togli il detonatore dell’irreparabile. In un ambiente chiuso, affollato, con materiali che possono prendere fuoco, quel tipo di rischio non può essere trattato come un dettaglio».
Quali passi dopo il divieto degli oggetti pirotecnici?
«Regole semplici, chiare e valide ovunque. E soprattutto controlli reali, non solo sulla carta. Il punto è che, quando le norme sono troppo complicate o diverse da un posto all’altro, si crea confusione e si apre spazio all’interpretazione. Qui serve una linea netta: ciò che è pericoloso in un luogo chiuso deve essere vietato, e questo deve valere per tutti, senza eccezioni. Poi bisogna verificare che il divieto sia applicato davvero».
Chi deve assumersi la responsabilità?
«Le autorità a tutti i livelli, perché la sicurezza pubblica non è una questione privata. Ma anche il gestore, che è in prima linea. Chi gestisce un locale ha il dovere di garantire che all’interno della propria struttura le persone siano protette. È un dovere concreto, non teorico: significa prevenire, controllare, impedire ciò che può mettere a rischio la vita degli altri».
I controlli attuali sono sufficienti?
«No. Troppo spesso il sistema si basa sulla fiducia: si presume che “tanto andrà tutto bene”, che “tanto nessuno farà sciocchezze”. Ma la sicurezza non si costruisce sulla speranza. Richiede verifiche costanti, richiede che qualcuno controlli davvero e che ci siano conseguenze quando le regole non vengono rispettate. Se i controlli restano solo formali, la prevenzione diventa un’illusione».
Lei è impegnato anche nella realizzazione di Capo San Martino, quanto avvenuto a Crans Montana cambierà il suo approccio?
«No per quanto riguarda la costruzione, perché già oggi le regole edilizie e di sicurezza sono molto rigorose. Ma il punto è cosa succede dopo, quando l’edificio viene consegnato e inizia la vita reale di uno spazio. Le regole devono restare nel tempo: non si può accettare che, con modifiche agli interni, con aggiunte, con scelte pratiche fatte per comodità o estetica, si finiscano per compromettere elementi di sicurezza. Un edificio può essere perfetto sulla carta, ma diventare vulnerabile se nel tempo si abbassa la guardia».
Se potesse cambiare una sola regola?
«Tolleranza zero per oggetti pericolosi nei luoghi pubblici chiusi, con controlli indipendenti. Non controlli “di facciata”, ma verifiche che abbiano davvero il potere di prevenire».
Quale impatto prevede per la regione?
«Il danno più grande è umano, e su quello non ci sono compensazioni. Sul resto, la fiducia richiederà tempo per essere ricostruita. Le persone, quando sentono che un luogo non è sicuro o che le regole non sono chiare, si pongono domande. E queste domande non spariscono in una settimana. Proprio per questo, oltre alla giustizia, serve un lavoro serio di prevenzione e di chiarezza: far vedere che si è imparato, che si è agito, che non ci si limita ad aspettare».
Un messaggio ai genitori che hanno perso un figlio?
«Nessuna parola può alleviare un dolore simile. Non esiste una frase che possa “riparare” una perdita così. Ma questa tragedia ci obbliga, come collettività, a fare in modo che non accada mai più. Se non trasformiamo il dolore in regole, controlli e responsabilità, allora avremo fallito due volte: la prima quella notte, la seconda nei mesi dopo».
