L'intervista

Come in «1984» di Orwell? «Il rischio è una progressiva e silenziosa limitazione delle libertà»

Gli occhiali intelligenti sono un problema per la protezione dei dati e della personalità? Ne parliamo con l'esperto Matteo Colombo, docente alla SUPSI e direttore di Privacy Desk Suisse SA
©CHRISTOPH SCHMIDT
Luca Faranda
24.08.2026 22:00

Gli occhiali «smart», dotati di telecamere sulla montatura, stanno iniziando a spopolare anche in Svizzera. Ma con quali effetti e quali rischi? Ne parliamo con l'esperto Matteo Colombo, docente alla SUPSI e direttore di Privacy Desk Suisse SA.

Con la diffusione degli occhiali smart c’è il rischio di perdere di vista il rispetto della privacy?
«Il rischio esiste, perché gli occhiali rendono la ripresa meno percepibile rispetto a uno smartphone. Chi li indossa deve ricordare che volto e voce di una persona identificabile sono dati personali: raccolta, uso e soprattutto pubblicazione devono rispettare trasparenza, proporzionalità e finalità. Una spia luminosa aiuta, ma non sempre consente a chi è ripreso di capire che cosa accadrà alle immagini».

Matteo Colombo, docente alla SUPSI e direttore di Privacy Desk Suisse SA.
Matteo Colombo, docente alla SUPSI e direttore di Privacy Desk Suisse SA.

Per Mister Dati, chi indossa gli occhiali potrebbe trasmettere a Meta «una grande quantità di dati personali potenzialmente sensibili che potrebbero essere utilizzati a fini pubblicitari o analitici». Di cosa si tratta concretamente?
«Si pensi a volti, voci, luoghi frequentati, spostamenti, persone incontrate, targhe, abitazioni, schermi e documenti inquadrati. Da una sequenza di immagini si possono dedurre abitudini, interessi, condizioni di salute, orientamenti religiosi o politici e aspetti della sfera intima. Incrociati con account, posizione, comandi vocali e richieste rivolte all’IA, questi dati possono alimentare profilazioni dettagliate dell’utilizzatore e di terzi che non hanno scelto il dispositivo».

Ogni immagine catturata dagli occhiali smart è un potenziale dato da analizzare per Meta e altre aziende. L’algoritmo viene influenzato da ciò che guardiamo più a lungo?
«Non è corretto affermare che ogni immagine venga automaticamente inviata e analizzata da Meta; infatti, secondo lo sviluppatore, fotografie e video destinati alla galleria restano sugli occhiali finché l’utente non li importa, condivide o usa con Meta AI. Inoltre, la fotocamera riprende il campo visivo, ma ciò non equivale necessariamente a misurare per quanto tempo l’occhio fissa un oggetto; è invece documentato che le interazioni con Meta AI possano influenzare la personalizzazione di contenuti e pubblicità».

Tra i contenuti ripresi e immagazzinati (o pure diffusi sui social media) ci potrebbero anche essere immagini sensibili, come scene di violenza o rapporti sessuali. Chi filtra questi contenuti?
«Il primo filtro è chi indossa gli occhiali: deve evitare riprese e condivisioni illecite. Se il contenuto viene caricato su una piattaforma, intervengono sistemi automatici, segnalazioni e talvolta moderatori umani; ciò non significa che ogni file privato sia preventivamente visionato. Immagini sessuali, violente o relative alla salute possono riguardare la sfera intima o altri dati degni di particolare protezione. La moderazione successiva non rende lecita una ripresa effettuata o diffusa senza diritto».

La legislazione svizzera è all’altezza di questo sviluppo tecnologico?
«La Legge sulla Protezione dati (LPD) è tecnologicamente neutra e, come ricorda l’IFPDT, si applica direttamente all’IA quando tratta dati personali. Impone trasparenza, proporzionalità, sicurezza, protezione dei dati fin dalla progettazione e, in presenza di rischio elevato, una valutazione d’impatto. La LPD costituisce una base già applicabile. La Svizzera ha inoltre firmato, ma non ancora ratificato, la Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sull’IA; è in preparazione un progetto legislativo destinato a precisarne l’attuazione».

Con la diffusione delle telecamere (ad esempio tramite occhiali smart o anche con le dashcam) si parla di effetto di dissuasione (anche noto come «chilling effect»). Che cosa è e quali sono i rischi?
«Il “chilling effect” è l’autocensura prodotta dalla sensazione di poter essere osservati o registrati; qualcuno lo confonde con quanto predetto dal famoso libro 1984 di Orwell, ma con una differenza importante: nel romanzo la sorveglianza è centralizzata e imposta dallo Stato; oggi può essere diffusa, frammentata e realizzata anche da privati attraverso occhiali smart, dashcam e piattaforme digitali. L’effetto sul comportamento può però essere analogo: una persona, non sapendo se è ripresa, da chi e per quale finalità, può rinunciare a manifestare, esprimere opinioni o frequentare determinati luoghi. Il rischio non è soltanto la perdita di controllo sui dati, ma una progressiva e silenziosa limitazione delle libertà di espressione, associazione e movimento».

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