Il caso

«Corruzione alla svizzera»: l'affondo del Blick su Ruag

Dopo il rapporto sugli affari con i Leopard, il caporedattore Rolf Cavalli attacca: nessun ex vertice pagherà – «Ci si conosce, ci si risparmia»
©Massimo Pedrazzini
Red. Online
31.10.2026 09:00

«Da noi la corruzione? Roba da repubbliche delle banane». È da questo luogo comune che parte il commento settimanale pubblicato oggi dal Blick, all'indomani della presentazione del rapporto d'inchiesta su Ruag. A firmarlo è il caporedattore Rolf Cavalli, e la tesi è netta: in Svizzera la corruzione esiste, ma funziona in modo diverso, più sottile. E il vero problema, scrive, è quello che succede dopo, quando uno scandalo è ormai venuto a galla.

Che cosa dice il rapporto

Venerdì Ruag MRO ha reso pubblico il rapporto dello studio legale zurighese Niederer Kraft Frey. Lo studio era stato incaricato nell'agosto del 2023 di passare al setaccio oltre vent'anni di attività dell'azienda d'armamento della Confederazione. La vicenda era esplosa proprio nel 2023, attorno ai 96 carri armati Leopard 1 acquistati nel 2016 dall'esercito italiano e rimasti a lungo parcheggiati nel Nord Italia. Il quadro tracciato dagli avvocati è quello di una cultura «Business First», in cui gli affari contavano più delle regole. Ruag ha sporto diverse denunce penali e chiede a dieci persone un risarcimento complessivo di circa 51 milioni di euro. Per tutte vale la presunzione d'innocenza.

Il consigliere federale Martin Pfister, capo del DDPS, ha condannato i fatti «con la massima fermezza». Ha anche istituito un gruppo di lavoro che dovrà chiarire le responsabilità degli organi di Ruag e il ruolo della Confederazione in quanto proprietaria. Le sue conclusioni sono previste fra due o tre mesi. Fino ad allora il Parlamento rinvierà l'esame della trasformazione di Ruag MRO in una società anonima di diritto speciale.

La segnalazione finita all'uomo sbagliato

Cavalli parte da un episodio del rapporto. Nel 2019 Ruag riceve una segnalazione anonima: dei cambi per carri armati verrebbero svenduti, molto al di sotto del valore di mercato, a ditte in Germania. L'azienda inoltra il messaggio internamente, proprio all'uomo coinvolto. Tre anni dopo, in seguito a una perquisizione, viene avviata un'indagine interna. L'incarico va alla stessa persona che nel 2019 aveva inoltrato la segnalazione e che non ne fa parola. Conclusione: nessuna irregolarità.

C'è poi il caso più pesante sul piano finanziario. Un quadro cede pezzi di ricambio del valore di 48,8 milioni di euro a una ditta a lui vicina, per 3 milioni: il 6% del valore. Alla stessa ditta vanno in seguito, gratuitamente, 17 canne per Leopard 2, ognuna del valore di oltre 100'000 euro. Il rapporto parla di cultura «Business First». «La si potrebbe anche chiamare self-service», chiosa il Blick.

La frase di pagina 31

Il passaggio decisivo, secondo Cavalli, è «nascosto» a pagina 31. Ruag per ora non prevede azioni di responsabilità contro ex membri del consiglio d'amministrazione ed ex dirigenti del gruppo. Secondo il rapporto non sarebbero state accertate violazioni dei doveri, oppure le possibilità di successo sarebbero troppo scarse. «Giuridicamente può essere corretto», concede il caporedattore. «Ma come può un'azienda fallire per anni senza che i vertici di allora ne rispondano?».

«Ci si conosce, ci si risparmia»

Per il Blick, quello di Ruag non è un caso isolato. Quando si parla di corruzione, osserva Cavalli, «puntiamo volentieri il dito sugli altri»: sull'Africa, sull'Italia «con la sua mafia quasi romanticizzata», di recente sull'America di Trump. Eppure nell'indice di Transparency International la Svizzera è sesta su 182 Paesi, ma con il peggior risultato da quando la classifica esiste. Altrove scorre denaro, da noi spesso bastano le relazioni: nel piccolo si chiama nepotismo, in grande intreccio di interessi. Il Consiglio d'Europa, ricorda il commento, aveva parlato di una discrezione che rasenta la corruzione.

Gli esempi non mancano. Alla SECO un funzionario si è lasciato corrompere per anni ed è stato condannato a una pena detentiva. L'imprenditore che lo aveva ricoperto di regali e prestazioni per circa 100.000 franchi aveva ottenuto commesse per 24 milioni. Se l'è cavata con una pena pecuniaria sospesa e una multa di al massimo 1.500 franchi. «La corruzione come voce delle spese», scrive Cavalli. Lo scandalo era emerso nel 2014, l'ultima sentenza è arrivata quest'anno.

Poi c'è Crans-Montana, dove non si parla di corruzione ma di chi ha guardato altrove. Un bar senza il controllo antincendio obbligatorio dal 2019, un Comune che non verifica, un Cantone che non chiede. Quarantun morti. Il presidente del Comune è indagato, ma resta in carica.

A mancare, secondo il Blick, non è chi scopre i casi: le accuse di corruzione in Ruag le aveva portate alla luce il giornale stesso. Il Controllo federale delle finanze ne ha poi confermato i punti centrali. Manca piuttosto la protezione per chi segnala gli abusi dall'interno: ancora nel 2024 il Consiglio nazionale ha respinto una migliore tutela per i whistleblower.

La palla passa a Pfister

«La Svizzera non è una repubblica delle banane», conclude Cavalli. «Da noi non serve la busta sotto il tavolo. Basta non farsi male a vicenda». Il consiglio d'amministrazione di Ruag scrive di riconoscere i risultati dell'inchiesta «senza riserve». Pfister vuole verificare se gli ex vertici possano comunque essere chiamati a rispondere. Belle parole, secondo il Blick. Ma ora sta al capo del DDPS fare in modo che qualcuno ai piani alti si assuma finalmente le proprie responsabilità.