L'intervista

Crans-Montana, come funziona il protocollo DVI per l’identificazione delle vittime

Il comandante della Polizia cantonale vallesana Frédéric Gisler ne ha parlato in conferenza stampa: «Disponiamo dei mezzi e degli specialisti, ma serve tempo» – L’ex capo della Polizia scientifica ticinese, Emilio Scossa-Baggi, ci spiega di che cosa si tratta
© KEYSTONE (AP Photo/Baz Ratner)
Jenny Covelli
02.01.2026 18:31

Il processo di identificazione delle 40 vittime di Crans-Montana «è estremamente difficile». Potrebbero volerci diversi giorni, hanno detto i consiglieri di Stato Mathias Reynard e Stéphane Ganzer. È una situazione che richiede tempo e che si scontra inevitabilmente con i sentimenti di familiari e amici, speranzosi di ricevere una telefonata dall’ospedale, piuttosto che notizie peggiori.

Ma in che cosa consiste, esattamente, il lavoro degli esperti forensi? Con l’unità in servizio impegnata in Vallese, lo abbiamo chiesto a Emilio Scossa-Baggi, storico capo della Polizia scientifica ticinese, da otto anni in pensione.

«Il caso vallesano è particolarmente difficile e complesso. Per il numero delle vittime e per le probabili condizioni in cui versano i corpi, confrontati con il fuoco». Non entrando nel merito del caso – non avendo informazioni dirette al riguardo – Scossa-Baggi precisa che le procedure di identificazione sono oggi molto formalizzate. «È importante poter stabilire l’identità delle persone con assoluta certezza». Un processo ormai «ben collaudato».

Il DVI

Quello accaduto a Crans-Montana è un mass disaster (disastro di massa), che richiede l’attivazione della procedura DVI (Disaster victim identification), come confermato oggi in conferenza stampa dal capo della polizia criminale vallesana Pierre-Antoine Lengen. Ne fanno parte agenti della Polizia scientifica e giudiziaria, medici legali, dentisti forensi, genetisti, specialisti in radiologia.

«Si tratta di protocolli stabiliti dall’Interpol che permettono, anche con scambi internazionali, di seguire la stessa procedura per stabilire l’identità di un corpo» in caso di catastrofe. Attività che si dividono tra quella svolta sui cadaveri e la fase di raccolta di dati delle persone segnalate disperse. Uno «sdoppiamento» post-mortem e ante-mortem.

L’attività cosiddetta ante-mortem consiste nella raccolta da parte della Polizia dei dati presso i famigliari delle vittime: connotati, fotografie, segni particolari (tatuaggi, nei, cicatrici) riferimenti odontoiatrici (cartella del dentista, radiografie, calchi). La parte post-mortem è legata all’esame del corpo delle vittime. «Si raccolgono i dati antropometrici, attraverso misurazioni, l’esame del cadavere, cicatrici, operazioni, impianti, rilievi odontoiatrici, impronte digitali», chiarisce Scossa-Baggi. E si estrae il DNA.

«Servono certezze»

Insomma, «ci sono dei tempi materiali che non possono essere bypassati. Nei casi di catastrofe, si è confrontati con un numero elevato di corpi. Non è possibile comparare un solo elemento ante-mortem con uno post-mortem, perché si rischierebbe di commettere degli errori».

È quindi fondamentale seguire alla lettera le procedure, registrare correttamente tutti i dati. E avere il tempo per registrarli e confrontarli. «Quando ci sono vittime anche straniere, le complicazioni aumentano. Bisogna attivare le autorità estere per chiedere di raccogliere i dati presso i familiari. E applicare i metodi scientifici». Estrapolazione, analisi e interpretazione dei dati (comparazione di impronte, denti, DNA soprattutto).

Parlare di «qualche giorno» o addirittura «qualche settimana» per dare un’identità a tutte le vittime di Crans-Montana è pertanto «certamente appropriato», secondo l’ex capo della Polizia scientifica ticinese. «Privilegiare delle procedure scientifiche in questi casi complessi piuttosto che i metodi tradizionali d’identificazione, quali riconoscimenti visivi (per quanto possibili…), connotati, segni particolari, documenti d’identità, è ampiamente giustificato e universalmente riconosciuto. Rischiare di commettere degli errori vanificherebbe gli sforzi e metterebbe a rischio un sistema collaudato che funziona, rimettendo tutto in discussione. Ci vuole sicurezza assoluta per comunicare con le famiglie delle vittime e consentire loro di dare un ultimo saluto dignitoso ai loro cari».

In un disastro della portata di quello vallesano, è normale che ci sia pressione. Le famiglie attendono risposte, le vittime sono molto giovani e ci sono ancora feriti non identificati negli ospedali. Inoltre, non c’è una lista ufficiale delle persone presenti nel locale andato in fiamme e, di conseguenza, dei dispersi. «I servizi sono ben organizzati, la procedura è chiara, ma bisogna fare le cose correttamente. E questo richiede tempo», conclude Emilio Scossa-Baggi.

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