Crans-Montana, i metodi di Roma non sono accettabili

Berna non vuole alzare il livello dello scontro diplomatico con Roma ma nemmeno piegarsi alle sue richieste. Interpellato dalla nostra redazione, il Dipartimento federale degli Affari esteri ha fornito una risposta misurata nei toni e ferma nella sostanza al gesto politico forte fatto lunedì da Palazzo Chigi, che dopo aver richiamato in patria l’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado ne ha subordinato il rientro in Svizzera alla collaborazione fra i due Stati per far luce sulla tragedia di Crans-Montana. La richiesta, ha risposto il DFAE, riguarda le autorità giudiziarie. Svizzera e Italia perseguono il medesimo obiettivo: chiarire con rapidità e in modo esaustivo le circostanze che hanno provocato la morte di 40 persone, e chiamare i responsabili a risponderne. Inoltre, si ribadiscono due punti centrali: che si tratta di una competenza della giustizia vallesana e non della politica federale, e che la separazione dei poteri è un principio fondamentale del nostro sistema democratico, in cui ciascun potere ha ruoli, compiti e responsabilità propri. Ci si poteva forse aspettare una risposta più a tono, vista l’eccezionalità della misura – il richiamo di un ambasciatore non è certo indice di buoni rapporti con il vicino – e soprattutto il crasso tentativo di ingerenza nelle sovranità di un altro Stato, sotto forma di ricatto diplomatico, per reclamare indagini congiunte. Un atto di sfiducia e al tempo stesso un modo inaccettabile di esercitare pressione sul Consiglio federale, chiedendogli di fatto di interferire nella giustizia. La Svizzera ha pagato il tributo più alto in termini di vittime e ha un interesse primario all’accertamento delle responsabilità. Ma lo vuol fare, ben inteso, nel rispetto della sua organizzazione federalista, della separazione dei poteri e delle garanzie processuali. Senza concessioni alla giustizia televisiva e alla facile demagogia. E soprattutto senza sottostare alle condizioni poste da Stati terzi.
Non bisogna nascondersi dietro un dito. Sono sicuramente stati fatti degli errori – e in questa sede nessuno ha mai cercato di nasconderli o di ridimensonarli – ma che non giustificano invasioni di campo, specialmente se mosse da speculazioni elettorali con sceneggiate a uso interno. Il gesto di Giorgia Meloni di richiamare in patria l’ambasciatore a seguito della scarcerazione su cauzione del proprietario del Constellation Jacques Moretti, è persino riuscito ad attirare le critiche di due arcinemici in fatto di giustizia come Marco Travaglio e Giuliano Ferrara, che hanno difeso il garantismo svizzero. Detto questo, va ricordato che anche la Francia piange le sue vittime e ha una stampa che non fa sconti all’operato degli inquirenti vallesani. Ma fino a questo momento Parigi ha avuto un atteggiamento molto sobrio e rispettoso delle istituzioni. La sua ambasciatrice a Berna non ha lanciato accuse alla Svizzera, né il Quai d’Orsay l’ha richiamata in segno di protesta.
Al netto delle polemiche, che persistono in superficie, sembra che nel frattempo le basi per i primi contatti «tecnici» fra inquirenti vallesani e italiani siano già state gettate attraverso i canali ufficiali. Le tensioni si potrebbero allentare. La Procura vallesana ha comunicato all’Ufficio federale di giustizia (nella sua funzione di autorità centrale per l’assistenza giudiziaria internazionale in materia penale) che entro la fine della settimana darà seguito alla richiesta di assistenza giudiziaria fatta lo scorso 13 gennaio della Procura di Roma. Quest’ultima, ai sensi del codice di procedura penale, ha avviato un procedimento, essendo stati coinvolti nell’incendio anche cittadini italiani. Questo le consentirà di avere un accesso agli atti. Resta impregiudicata la possibilità di istituire una squadra investigativa comune, tramite un’intesa fra il Ministero pubblico del Canton Vallese e la stessa Procura di Roma (cfr. pagine 2 e 3).
Nessuno ha interesse a esacerbare la situazione. Il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana ha detto che i rapporti con la Svizzera sono buoni e tali devono restare. Ricostruire un buon rapporto bilaterale fra i due Paesi, negli anni scorsi, non era stato facile. La collaborazione durante il COVID aveva accelerato la conclusione dell’accordo fiscale sui frontalieri, che a lungo aveva costituito una pietra d’inciampo. La visita di Stato del presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Berna aveva permesso di sciogliere altri nodi. «Adesso fra Italia e Svizzera si lavora come un unico team», aveva dichiarato l’anno scorso l’ambasciatore Cornado in un’intervista al nostro giornale. Peccato che alla prima seria occasione in cui poteva dimostrarlo, abbia scelto di andare in un’altra direzione.


