Crans-Montana, la condotta dei giovani? No, è il ritiro del mondo adulto

La tragedia di Crans-Montana ha suscitato un’ondata comprensibile di dolore e sgomento, ma anche una reazione che merita di essere interrogata: la rapida tendenza a colpevolizzare i comportamenti dei giovani presenti, accusati di aver filmato invece di fuggire. Si è parlato di «narcisismo digitale», come se la causa principale risiedesse in una patologia generazionale legata allo smartphone.
Dal punto di vista psicoanalitico, questa lettura rischia di essere una semplificazione difensiva. Di fronte a eventi improvvisi e traumatici, la psiche entra spesso in uno stato di sospensione del senso di realtà: un primo tempo di incredulità, di diniego, in cui ciò che accade non viene immediatamente riconosciuto come pericoloso. In questi momenti l’essere umano cerca istintivamente segnali esterni che aiutino a interpretare la situazione. Tradizionalmente questi segnali provengono dal mondo adulto e dalle istituzioni, cioè da chi incarna la funzione di protezione e di contenimento.
Quando tali riferimenti sono assenti o inefficaci, l’individuo resta solo con le proprie difese primitive. In questo senso, l’atto di filmare può diventare un tentativo di trasformare l’evento in immagine, in qualcosa di osservabile e quindi, illusoriamente, più controllabile. Non è tanto un gesto di esibizionismo, quanto una modalità di fronteggiamento dell’angoscia.
La questione centrale, allora, non riguarda tanto ciò che hanno fatto i ragazzi, ma ciò che non ha fatto il mondo adulto. Da tempo assistiamo a un progressivo indebolimento della funzione educativa intesa non solo come insieme di regole, ma come capacità di fornire una cornice di senso: distinguere ciò che è gioco da ciò che è pericolo, ciò che è eccitazione da ciò che è rischio, ciò che può essere ignorato da ciò che richiede un’azione immediata.
In psicoanalisi si parla di funzione di holding: la capacità dell’ambiente di «tenere», di contenere, permettendo al soggetto di non essere travolto dagli stimoli. Quando questa funzione viene meno, non si produce maggiore autonomia, ma maggiore disorganizzazione. Il comportamento allora non segnala un eccesso di narcisismo, bensì una carenza di contenimento.
Crans-Montana non è soltanto una questione di dinamiche tecniche o di misure di sicurezza, ma interroga il nostro modello sociale, sempre più orientato alla prestazione e al consumo dell’esperienza, e sempre meno capace di offrire spazi di protezione reale, di limite e di trasmissione di senso. Un mondo adulto che fatica a stare nel proprio ruolo, che delega, minimizza, si affida alla tecnica, ma rinuncia progressivamente alla propria funzione simbolica.
Viene allora da chiedersi che cosa possano interiorizzare i ragazzi quando non osservano, né nei gestori né nelle istituzioni, un’assunzione chiara di responsabilità: quale modello identificatorio viene trasmesso, se l’adulto stesso sembra sottrarsi al proprio ruolo.
Forse ciò che più inquieta non è che dei giovani abbiano reagito in modo confuso a una situazione estrema, ma che questo disorientamento assomigli molto a quello che attraversa anche gli adulti. Quando una società finisce per chiedere ai più giovani di essere più maturi degli adulti, forse il problema non è negli smartphone, ma in una funzione adulta che si è lentamente ritirata dalla scena.
*Marco Celoria è psicologo e psicoterapeuta FSP, oltre che presidente dell'APPs

