L'approfondimento

Crans-Montana, l'importanza di quelle immagini e di quei video così criticati

Con Gabriele Balbi, rettore ad interim dell'USI e professore ordinario in media studies all'IMeG, parliamo dei filmati girati dai giovani all'interno del Constellation: «Senza gli smartphone avremmo avuto poche immagini della tragedia»
©JEAN-CHRISTOPHE BOTT
Federica Serrao
10.01.2026 13:48

Sono state numerose, negli scorsi giorni, le critiche ai ragazzi che hanno filmato le prime fiamme dell'incendio al Constellation, a Crans-Montana. Online, alcuni utenti hanno puntato il dito contro i giovani «incapaci di accorgersi del pericolo», sottovalutando i meccanismi psicologici che entrano in gioco in contesti drammatici e improvvisi come questo (ne abbiamo parlato qui). Quegli stessi video che, da giorni, girano sui social sono però un elemento chiave per la tragedia. Sono, infatti, una prova visiva e concreta di quanto successo in quella notte di Capodanno. E anche il simbolo di un'intera società che si è trasformata. 

Da quasi due decenni, ormai, usciamo con una macchina fotografica ad alta risoluzione sempre a portata di mano. Un'abitudine che, come sottolinea Gabriele Balbi – rettore ad interim dell'USI e professore ordinario in media studies presso l'Istituto di media e giornalismo (IMeG) – ha naturalmente cambiato il nostro modo di vedere la realtà e il nostro rapporto con le immagini. «Non si tratta solo di un cambiamento tecnologico: riflette una trasformazione più profonda. Come ci insegnano studiosi di cultura visiva, la fotografia non è più solo destinata alla memoria personale, ad immortalare eventi particolari, ma è un’abitudine continua, quotidiana e destinata a circolare sui social».

Ed è proprio grazie a questi cambiamenti che oggi abbiamo molte più immagini di tragedie come quella di Crans-Montana, ma anche di eventi che, un tempo, erano «invisibili» come le guerre. «Fotografare tragedie e situazioni potenzialmente pericolose non è più solo immortalare il momento, ma è soprattutto condividerlo e in qualche modo “viverlo” attraverso lo schermo», sottolinea Balbi. «Serve a fissare il momento per rivedersi e rivedere l'evento, quasi a capirlo di più grazie alle foto e ai video». 

Prima dello smartphone e in assenza di macchine fotografiche portate ad hoc per l’evento avremmo avuto poche immagini della tragedia, ne avremmo avute di taglio giornalistico-professionale al di fuori del locale luogo della tragedia
Gabriele Balbi

Alcune persone, sui social, hanno sostenuto che la mossa di filmare l'incendio sia legata all'età dei giovani, parte di una generazione «diversa», dove social e telefoni sono una distrazione e, a tratti, «un'ossessione». «Prima dello smartphone e in assenza di macchine fotografiche portate ad hoc per l’evento avremmo avuto poche immagini della tragedia, ne avremmo avute di taglio giornalistico-professionale al di fuori del locale luogo della tragedia», osserva Balbi. «Con lo smartphone questo è diverso. Ma la demonizzazione dei giovani intenti a riprendere la scena è fuori luogo e, se posso, qualunquista: da storico dei media ritengo che questa interpretazione non tenga conto di un rapporto con il medium-fotografia e con l’oggetto-telefono che è cambiato e ci ha cambiato». 

Le immagini di Crans-Montana si sono ritenute fedeli a quanto successo e, di più, grazie alle foto si è riusciti a stabilire una cronologia dei fatti
Gabriele Balbi

Ma c'è anche un altro aspetto, interessante, legato alle immagini della tragedia. Gli stessi video che oggi vengono molto criticati potrebbero rivelarsi importanti in fase di indagini. «È un aspetto a cui dovrebbe rispondere un giurista, ma senza dubbio, se guardiamo agli ultimi anni, le prove visive sono sempre più centrali nelle indagini giudiziarie». Un aspetto che, secondo l'esperto, può sembrare addirittura paradossale in un momento in cui l’intelligenza artificiale riesce sempre meglio a produrre immagini che sembrano reali. «Lo statuto di veridicità dell’immagine è insomma oggetto di cambiamenti: crediamo se vediamo qualcosa immortalato, ma al tempo stesso ci fidiamo sempre meno delle immagini che potrebbero essere false». Come fa notare Balbi, per la tragedia di Crans-Montana non si sono messe in dubbio le immagini e i video. Nessuno ha pensato che i filmati potessero essere stati prodotti o ritoccati con l’AI. «Le immagini si sono ritenute fedeli a quanto successo e, di più, grazie alle foto si è riusciti a stabilire una cronologia dei fatti. Dalla ragazza che inavvertitamente dà il là all’incendio, al tentativo di spegnerlo di un ragazzo, alle immagini delle persone che filmano. Poi, nei momenti più difficili della tragedia, le immagini hanno lasciato spazio ai suoni: alle urla strazianti, le richieste di aiuto».

Le foto, le inquadrature e il singolo momento possono anche complicare la comprensione di un evento
Gabriele Balbi

Per quanto tragiche, quelle immagini raccontano qualcosa. E il racconto delle tragedie, come sottolinea l'esperto, è stato storicamente affidato a fotoreporter professionisti, che hanno immortalato – come dice la parola stessa, «rendendo immortale» – un attimo crudo o difficile di drammi quali incendi, guerre, catastrofi naturali. «Da un lato, vedere un evento per quanto terribile sia permette di osservarlo con i propri occhi e farsi un’opinione. Ma questo non significa che la fotografia non possa mentire, anzi. Le foto, le inquadrature e il singolo momento possono anche complicare la comprensione di un evento». 

Ed è proprio a quest'ultimo aspetto che si collega un'altra questione importante: non tutto si può vedere. «Pierre Sorlin, grande sociologo dell’immagine, ha ricordato come ogni società e cultura abbia un “visibile”, qualcosa che può essere tollerato di vedere. Le immagini più brutali della tragedia di Crans-Montana sono coperte anche sui social e le persone più sensibili sono invitate a prestare attenzione prima di vederle». Da un lato, dunque, tramite fotografie e video c'è un avvicinamento alla tragedia. «Ma dall'altro, c'è anche un allontanamento, nel senso che al moltiplicarsi delle immagini, spesso, non corrisponde più comprensione, ma più confusione. Esiste anche una dimensione di quel che si può tollerare e non tollerare nel vedere». 

In questo articolo: