Crans-Montana, neanche la neve può seppellire un dolore così grande

A Crans-Montana, a una settimana dalla tragedia, le forti nevicate sembrano aver coperto non solo le strade, i tetti, i pendii attorno al centro, ma anche le voci. La neve cade e assorbe i rumori, ovatta i passi, rende il silenzio più fitto, quasi fisico. È un silenzio a cui il Comune non era più abituato: non quello naturale dell’inverno alpino, ma uno più profondo, che nasce dal dolore e dall’incredulità, dalla difficoltà di dare un senso a quanto è accaduto.
Un silenzio dovuto anche al fatto che i giornalisti in zona sono sempre meno. Ogni tanto una voce rompe l’aria, un collegamento in diretta televisiva, poche frasi scandite davanti a una telecamera, poi di nuovo il vuoto. Anche i fiori e le candele lasciati nei giorni immediatamente successivi sembrerebbero ormai sepolti dalla neve, se non fosse per una tensostruttura a forma di igloo, montata per proteggerli. All’interno, il colore dei mazzi, le fotografie, i lumini accesi e le bandiere di squadre di calcio resistono al bianco che tutto uniforma. Accanto, un libro: pagine fitte di messaggi, firme, parole straziate lasciate da familiari, amici, passanti. C’è chi scrive poche righe, chi riempie intere pagine. Un dolore che continua a parlare anche quando tutto il resto tace.
La strada è stata riaperta ai pedoni, ad eccezione dell’area immediatamente attorno al Le Constellation. Eppure quei pochi che passano lo fanno con passo esitante, quasi intimidito. Come se l’aria, in quel tratto, fosse ancora troppo densa di ciò che è accaduto. È una normalità che prova a riaffacciarsi, ma lo fa con pudore, senza convinzione, come se chiedesse permesso, consapevole di non poter essere la stessa di prima.
Quello che non viene sepolto è il dolore. Nemmeno dalla neve, nemmeno dal tempo che avanza. L’apparente ritorno alla quotidianità è forse anche figlio di uno spostamento del centro dell’attenzione. Oggi pomeriggio, a partire dalle 13.45, al CERM di Martigny si terrà la cerimonia di commemorazione delle vittime, alla presenza di autorità da tutta Europa, tra cui il presidente della Confederazione Guy Parmelin, il Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron e quello italiano Sergio Mattarella. Un momento solenne, che per alcune ore concentrerà altrove lo sguardo pubblico. Ma, a Crans-Montana, la ferita resta aperta, silenziosa, lontana dai riflettori, e continua a farsi sentire nella quotidianità più semplice.
Intanto, chi vive la località giorno dopo giorno continua a cercare un modo per restare in contatto. I gruppi WhatsApp dei residenti della zona restano attivi, con continui aggiornamenti, richieste di informazioni pratiche, piccoli gesti di presenza reciproca. Una rete informale che più che risolvere problemi sembra necessaria a non far scivolare le persone nell’isolamento, a non lasciarle sole nel vuoto delle ore e delle attese.
I negozianti stanno lentamente riprendendo le loro attività. Non senza fatica, e non senza esitazioni. Una libraia, proprio di fronte al memoriale, racconta giorni difficili mentre il rosso delle lacrime incessanti sembra aver nascosto il blu dei suoi occhi: «Siamo stati quattro giorni chiusi. Per noi è stato tremendamente complicato riaprire, ma alcune persone della zona avevano bisogno di noi e lo abbiamo fatto. È però davvero difficile, dalla vetrina, vedere tutte queste persone disperate per la perdita dei loro cari. Speriamo venga fatta giustizia, ma soprattutto che venga rispettato il loro dolore».
Poco più in là, in un negozio di abbigliamento, il discorso è simile: «Purtroppo è un momento dell’anno in cui non si può tenere chiuso a lungo – racconta una commessa mentre fa provare delle scarpe a dei bambini -. Abbiamo continue richieste di persone, tanti turisti, che hanno bisogno di materiale. Il lavoro va avanti, ma la testa è da un’altra parte, e non è facile sorridere ai clienti facendo finta di niente».
Un bar nelle immediate vicinanze ha scelto una strada intermedia. «Non abbiamo tenuto chiuso, ma abbiamo anticipato la chiusura, perché non ci sentivamo di tenere aperto negli orari in cui di solito si fa festa. Abbiamo però pensato che in qualche modo avremmo offerto un servizio alle persone, specialmente ai lavoratori, che avevano bisogno di scaldarsi dopo tanto tempo fuori al freddo. A molti di loro offriamo bevande calde, ci sembra il minimo per quello che stanno facendo. È il momento di essere uniti, anche nei piccoli gesti».
