L'intervista

«Cresce la minoranza rumorosa, ma la fiducia nei vaccini regge»

Tra le voci più autorevoli emerse durante la pandemia da Covid, c'era quella di Alessandro Diana, pediatra, infettivologo e professore ull'UNIGE – Siamo tornati a sollecitarlo di fronte alle notizie dagli USA di disinvestimenti nella ricerca e di esenzioni dall’obbligo dei vaccini
© KEYSTONE (AP Photo/Mark Schiefelbein)
Paolo Galli
15.09.2025 06:00

I tempi della pandemia da coronavirus sembrano ormai lontani, eppure così lontani, per davvero, non lo sono. In quei giorni, tra le voci più autorevoli era emersa anche quella di Alessandro Diana, in particolare per la sua esperienza sul tema dei vaccini. Siamo tornati a sollecitarlo di fronte alle notizie dagli USA di disinvestimenti nella ricerca e di esenzioni dall’obbligo dei vaccini.

Dottor Diana, può aiutarci a inquadrare il ruolo dei vaccini nella salute pubblica?
«I vaccini sono la tecnologia sanitaria con il miglior rapporto benefici-rischi mai introdotta: hanno ridotto in modo drastico mortalità infantile e disabilità da malattie infettive e restano oggi un’infrastruttura di resilienza dei sistemi sanitari. Non sono una “bacchetta magica”, ma una cintura di sicurezza collettiva che funziona tanto meglio quanto più è diffusa».

Come valuta il clima generale nei confronti della vaccinazione?
«È polarizzato. La fiducia della maggioranza regge, ma cresce una minoranza rumorosa e organizzata che fa aumentare le esenzioni e abbassare le coperture, specie negli Stati Uniti. Nell’anno scolastico 2024-25, le esenzioni negli asili statunitensi dalle vaccinazioni di base sono salite al 3,6%, con 17 Stati sopra il 5%. Questo trend crea “sacche” locali vulnerabili».

In Svizzera a che punto siamo?
«In Svizzera non c’è una vaccinazione obbligatoria, quindi il quadro è diverso. Da quanto sappiamo, la copertura ad esempio per il morbillo è alta, attorno al 95% per la prima dose. L’esitazione vaccinale caratterizzerebbe quindi il 5% della popolazione».

Indebolire la ricerca e allentare gli obblighi significa due cose: meno innovazione a medio termine e più focolai

Negli Stati Uniti assistiamo a tagli alla ricerca e all’eliminazione dell’obbligo vaccinale per i bambini. Qual è il rischio concreto di queste politiche in termini di salute pubblica?
«Indebolire la ricerca e allentare gli obblighi scolastici significa due cose: meno innovazione a medio termine e più focolai a breve termine. Anche se al Congresso si discute di evitare i tagli più drastici, l’incertezza politica e amministrativa ha già effetti frenanti».

Accade negli Stati Uniti, ma i riflessi arrivano fin qua. È così?
«Sì. Gli agenti patogeni viaggiano; le esitazioni pure. Cambi normativi statunitensi e campagne social amplificate hanno eco in Europa e alimentano dubbi transnazionali. In parallelo, l’allentamento di regole in singoli Stati americani - come le nuove esenzioni o la rimozione di alcuni requisiti scolastici - mostra quanto rapidamente il contesto possa cambiare e ispirare emulazioni».

Che cosa potrebbe succedere se la copertura vaccinale scendesse sotto determinate soglie?
«Ricompaiono malattie prevenibili, prima in cluster, quindi nelle scuole, in alcune comunità, poi in epidemie più ampie. Il morbillo, per fare un esempio, sopra il 92-95% è sotto controllo; sotto, riparte. Negli USA le coperture 2023-24 per DTaP (difterite, tetano, pertosse acellulare) e MMR (morbillo, parotite, rosolia) sono sotto il 93%, e la crescita delle esenzioni aumenta il rischio di focolai».

E se per esempio il morbillo dovesse ripartire, che cosa comporterebbe?
«La popolazione svizzera vaccinata con entrambe le dosi è sotto la soglia citata del 92% - con differenze tra i singoli cantoni -, e quindi chiaramente l’idea di una nuova epidemia fa un po’ paura, perché è uno dei virus più contagiosi che conosciamo. Il 90% delle persone suscettibili esposte a una persona infetta contrae la malattia. Va ricordato che, senza vaccini, nella Svizzera avremmo decine e decine di morti per morbillo, e centinaia di ricoveri in più, ogni anno».

Come mai, nonostante le prove scientifiche, persiste lo scetticismo verso i vaccini in generale?
«Per tre fattori. Il primo: psicologia della decisione, quindi bisogno di autonomia, bias di conferma, avversione al rischio. Il secondo: ecosistema informativo che premia contenuti emozionali. Il terzo: ferite di fiducia verso istituzioni e industria. Per questo l’approccio che propongo non è “convertire”, bensì accompagnare: ascolto, trasparenza sulle incertezze e co-costruzione della scelta».

Gli errori della comunicazione? Parlare di persone invece che con le persone - il monologo informativo - e confondere certezza dei benefici con certezza assoluta

Quali errori ha commesso la comunità scientifica nella comunicazione sui vaccini?
«Direi due, soprattutto: parlare di persone invece che con le persone - il monologo informativo - e confondere certezza dei benefici con certezza assoluta. Serve un linguaggio pratico, proporzionato al rischio individuale, che dichiari limiti e alternative e rispetti il diritto di scegliere informati».

In Svizzera come si è comunicato, sui vaccini, durante la pandemia da coronavirus?
«Ci sono stati alcuni errori, è evidente. Il principale, dal mio punto di vista, è stato lasciare che alcuni “rumori” coprissero il messaggio fondamentale. Uno dei rumori più grandi fu quando il CDC, l’agenzia federale americana di sanità pubblica, dopo il primo giro di vaccinazioni, parlò di un’elevata efficacia contro le reinfezioni. Qui capimmo di essere di fronte a un errore di comunicazione, perché noi parlavamo degli effetti sulle complicazioni. Non aveva senso riaprire tutto sull’onda di quella affermazione. In quel momento la comunità scientifica si giocò un pezzo di credibilità. In Svizzera mi permetto di dire che siamo stati giustamente più prudenti, affidandoci di volta in volta alle scoperte che si susseguivano nella comunità scientifica».

La tecnologia mRNA è stata sviluppata in decenni di ricerca. Che cosa significherebbe interrompere ora questo percorso? Sarebbe una perdita in chiave vaccini, ma anche per altri settori della medicina. Non è così?
«Sarebbe miope andare in questa direzione. L’mRNA, o RNA messaggero, è già oltre i vaccini anti-infettivi: piattaforme per oncologia personalizzata, immunoterapie - anche CAR-T “potenziate” da mRNA -, proteina-terapia e perfino indizi per immunotolleranza nelle autoimmuni. Tagliare ora, rallenterebbe un’intera classe terapeutica trasversale».

È realistico pensare che l’Europa possa raccogliere il testimone se gli Stati Uniti dovessero disinvestire sulla ricerca mRNA?
«Parzialmente sì: competenze e capitali ci sono - Germania e Regno Unito in primis -, e investimenti significativi sono già in corso. Basti pensare a BioNTech nel Regno Unito, con il sostegno dell’UE, della Banca europea per gli investimenti. Ma un disimpegno statunitense avrebbe un impatto globale: catene di fornitura, capitali di rischio e massa critica dei trial sono ancora fortemente americani. La cooperazione transatlantica resta il modello più robusto in questo senso».

Quali politiche concrete dovrebbero essere attuate per difendere la cultura della prevenzione?
«Ne cito alcune, in ordine sparso. Proteggere la ricerca con finanziamenti stabili e procedure snelle, evitando ondeggiamenti politici che generano sfiducia. Mantenere requisiti scolastici intelligenti - con esenzioni mediche ben definite - e sorveglianza rapida dei focolai. Comunicazione clinica “Motivational Interviewing”: ascolto, trasparenza su benefici e rischi, decisione condivisa. Accesso facilitato: orari estesi, co-somministrazioni, reminder digitali, gratuità al punto di cura. Alleanze fiduciarie: pediatri, farmacisti, scuole e leader di comunità come moltiplicatori credibili. Contrasto alla disinformazione: risposta rapida, verificabile e senza stigmatizzare chi ha dubbi».

Una domanda, per concludere: è preoccupato?
«Sì, ho delle preoccupazioni. Ma sono anche fiducioso. Ho fiducia nel fatto che l’essere umano sarà sempre alla ricerca di ciò di cui ha davvero bisogno, del vero sapere che rinforza l’umanità. A renderci più forti sono le vere conoscenze, non le false verità. E gli stessi politici che oggi sembrano remare contro le vere conoscenze arriveranno a necessitare, per loro stessi, per le loro famiglie, per le loro comunità, di ciò che è vero. Ognuno dovrebbe fidarsi di questo, dovrebbe contare su sé stesso. Se una persona va negli Stati Uniti e non vuole prendere il morbillo, sa che deve vaccinarsi, perché sugli altri, in questo momento sugli americani, non può davvero contare, non può contare sull’immunità collettiva».