Decessi in cardiochirurgia, parla Maisano e punta il dito contro l'ospedale di Zurigo

«A Zurigo non avevano mai accettato un italiano a guidare il reparto». Dopo dieci giorni di notizie e polemiche in merito alle gravi mancanze e i decessi inaspettati – avvenuti tra il 2016 e il 2020 – nella clinica di cardiochirurgia dell’Ospedale universitario di Zurigo (USZ), prende la parola il diretto interessato. In quegli anni, la clinica di cardiochirurgia era diretta dal professore italiano Francesco Maisano, che è stato sollevato dall’incarico nel 2020 e oggi è primario all’ospedale San Raffaele di Milano. Al centro dello scandalo vi è il cosiddetto «Cardioband», la protesi di valvola cardiaca sviluppata da una società in cui Maisano aveva una partecipazione e il cui utilizzo potrebbe essere correlato con l’eccesso di morti.
L’USZ, lo ricordiamo, ha presentato un’indagine indipendente: la commissione d’inchiesta ha esaminato 307 decessi e ha concluso che si è registrata una sovramortalità statistica di 68-74 casi, a fronte di 4.500 interventi. Sono già stati identificati undici decessi inattesi e tredici casi di uso improprio di dispositivi medici, che il nosocomio ha già provveduto a segnalare alla procura. Secondo il rapporto, le cause dei malfunzionamenti risiedono in un fallimento totale della leadership. Maisano era stato assunto nel 2014, «senza che le sue qualifiche e i suoi conflitti d’interesse fossero esaminati a sufficienza». La direzione dell’ospedale avrebbe allora mancato al suo obbligo di vigilanza e riconosciuto in ritardo i segnali d’allarme. Da un’indagine interna era emerso che il professor Maisano aveva impiantato protesi di una società della quale deteneva una partecipazione non dichiarata.
«Ero un clinico italiano in un ambiente svizzero-tedesco»
Dopo giorni di silenzio, Francesco Maisano ha deciso di rispondere con un documento scritto di suo pugno, di cui riferisce il Fatto Quotidiano. E replica difendendo il suo operato, senza risparmiare accuse agli ex colleghi svizzeri: «Fui chiamato a Zurigo nel 2014 come primario in un reparto che richiedeva un profilo scientifico internazionale. Mi trovai, fin da subito, in un contesto difficile: ero un clinico italiano in un ambiente svizzero-tedesco, che non aveva mai accettato che un clinico italiano ricoprisse il ruolo di primario di una unità così importante. Le resistenze culturali e istituzionali che incontrai non erano banali incomprensioni: erano il frutto di dinamiche profonde, che rendevano arduo costruire un’équipe coesa attorno a una visione condivisa dell’innovazione clinica».
«Non è colpa del Cardioband»
Per il rapporto presentato dall'ospedale, inoltre, «i risultati indicano che il Cardioband ha apportato solo benefici limitati». Ma il professor Maisano non è d'accordo: «Lo stesso rapporto prodotto dall’Università smentisce le accuse: la sovra-mortalità era attribuibile agli interventi chirurgici convenzionali. Non alle procedure innovative. Non al Cardioband. Non alle tecniche transcatetere». Su 4.500 interventi effettuati, sostiene Maisano, le procedure con Cardioband sono stata 44 e le complicanze «circa il 12%, una percentuale che la letteratura scientifica internazionale considera attesa nelle fasi iniziali di adozione di qualsiasi nuova tecnologia». Il medico punta ancora il dito contro il nosocomio e contro gli ex colleghi: «Ogni innovazione medica ha una curva di apprendimento (dice riferendosi alle tecniche transcatetere, ndr.). Ignorarlo significa non capire come la medicina avanza per salvare vite. Rinunciare ai casi difficili per non "sporcare" le statistiche non è medicina, ma abbandono».
E il conflitto d'interesse?
C’è poi il capitolo sul conflitto di interessi. E per rispondere il professor Francesco Maisano snocciola i suoi successi in ambito internazionale. «La medicina avanza perché esiste un dialogo continuo tra ricerca clinica e industria. Il mio contributo allo sviluppo di tecnologie salva-vita è documentato, dichiarato e scientificamente riconosciuto. Ho contribuito con studi clinici e cooperazioni industriali a ridurre la mortalità di quella procedura (le tecniche transcatetere, cosiddette Tavi, ndr.) dal 50% all’1%. Il Cardioband è stato utilizzato con risultati positivi in numerosi centri europei e negli Stati Uniti. La sua sospensione commerciale è avvenuta per ragioni finanziarie, non cliniche. E il prezzo più alto di quella sospensione non lo ha pagato chi scrive: lo pagano i pazienti che avrebbero potuto beneficiarne». Maisano conclude difendendo il proprio lavoro: «Un chirurgo si misura sulle vite salvate, non sull’assenza di rischio. Continuerò a operare così. Perché è l’unico modo che conosco per fare questo lavoro con integrità. Oggi, le procedure che alcuni - in Svizzera come altrove, allora - definivano "inappropriate", spesso in nome di interessi che nulla avevano a che fare con la scienza, sono diventate routine».




