Il punto

Fischer, Xhaka e gli altri: perché lo sport non si è fidato dei vaccini anti Covid?

Dalla logica del corpo-capitale al caso miocardite, fino agli obblighi contrattuali con penali da mezzo milione: le ragioni, alcune fondate e molte no, della diffidenza che ha attraversato spogliatoi e nazionali
©JEAN-CHRISTOPHE BOTT
Red. Online
21.09.2026 19:45

Oggi, 21 settembre 2026, Granit Xhaka ha scelto Instagram per anticipare la Procura di Lucerna: «In relazione alla vaccinazione contro il Covid-19 ero molto incerto e nutrivo serie preoccupazioni. Provavo una profonda diffidenza nei confronti del vaccino ed ero dominato da paure e insicurezza». Quindi, l'ammissione decisiva: «In quello stato d'animo turbolento, ho acquistato un certificato di vaccinazione invece di chiarire i miei dubbi seguendo la procedura prevista». Il capitano della nazionale di calcio della Svizzera, 152 presenze, ha rinunciato al raduno di Nations League d'accordo con l'Associazione svizzera di football, con il presidente Peter Knäbel che ha parlato di un passo apprezzabile ancorché incompatibile, per ora, con l'interesse della squadra.

Qualche mese prima, alla vigilia dei Mondiali di hockey in casa, la stessa parola – certificato – aveva travolto Patrick Fischer, l'allenatore più vincente della storia della nazionale elvetica di hockey: tre argenti iridati, allenatore svizzero dell'anno 2025, licenziato per aver viaggiato verso Pechino 2022 con un'attestazione vaccinale non valida, reato per il quale era già stato condannato come privato cittadino nel 2023 con una multa di quasi 39 mila franchi. La sua motivazione, esposta mesi dopo in un'intervista, è ancora più esplicita di quella di Xhaka: «Per me è sempre stato chiaro che non mi sarei vaccinato. Durante la pandemia regnavano confusione e incertezza. In Svizzera la situazione era già un po' più rilassata, ma la Cina manteneva ancora l'obbligo vaccinale per l'ingresso nel Paese». E ancora: «Come coach ho tradito il mio ruolo di esempio, ho sbagliato. Però a livello personale sono rimasto fedele a me stesso».

I due casi non sono sovrapponibili, da una parte un giocatore in attività con un procedimento aperto, dall'altra un allenatore già condannato e poi licenziato, complice un'ammissione preventiva o, meglio, una rivelazione condivisa con un giornalista della SRF durante una pausa di lavoro. Eppure, insieme illuminano la stessa, identica domanda di fondo: perché una parte non marginale del mondo sportivo, l'ambiente più monitorato e seguito dal punto di vista medico che esista, ha guardato al vaccino anti Covid con sospetto? Proviamo a mettere ordine e dare alcune, possibili risposte.

La logica del corpo-capitale

Una prima ragione è economica e, parallelamente, sanitaria. Per un professionista il corpo è l'unico asset a disposizione, con una finestra di rendimento di dieci-quindici anni. Secondo questa logica, il calcolo del rischio si rovescia rispetto a quello della popolazione generale: il Covid, per un ventiseienne allenato, sembrava un rischio accettabile; una reazione avversa, per quanto remota, capace di sottrarre tre settimane di forma nel mezzo di una stagione o di lasciare un'incognita cardiologica in cartella, per non pochi professionisti appariva un rischio esistenziale. Aggiungiamo la mistica del corpo «naturale», diffusa negli spogliatoi insieme a integratori, diete e guru della preparazione: in un ambiente che coltiva l'idea di essere una macchina perfetta, l'iniezione di una tecnologia nuova era ed è percepita come contaminazione.

Il richiamo di Fischer all'istinto per intenderci – «ascolto il mio istinto e mi fido del mio istinto» – è esattamente il lessico di questa cultura: l'atleta d'élite è addestrato per anni a fidarsi delle proprie sensazioni corporee più che dei protocolli esterni. Quella competenza, virtuosa in campo, diventa fragilità epistemica davanti a una decisione di salute pubblica.

La miocardite: un nucleo di verità dentro una narrazione falsa

Lo scetticismo sportivo, va detto, ha una sua logica. La FDA americana e l'EMA, l'Agenzia europea per i medicinali, hanno effettivamente riconosciuto la miocardite come effetto collaterale (raro) dei vaccini a mRNA, con incidenza più alta nei maschi giovani e dopo la seconda dose: un dato che ha aperto un dibattito globale sulla sicurezza proprio nel mondo dello sport. Esiste quindi un nucleo di verità, peraltro in un ambiente in cui la miocardite è già implicata in una quota rilevante delle morti cardiache improvvise di giovani atleti. Ecco, quel nucleo ha pesato. Parecchio.

Il problema, tuttavia, è ciò che è cresciuto intorno a questo nucleo. Le stime disponibili indicano, negli under 40, un eccesso di 2-8 casi di miocardite per milione di prime dosi e 3-15 per milione di seconde dosi, contro 10 casi in eccesso per milione di test positivi al SARS-CoV-2. Non solo, non risulta alcun caso confermato di atleta con complicanze cardiache dopo vaccinazione a mRNA. Detto in altri termini: il virus è più cardiotossico del vaccino, con studi che indicano nei più giovani un rischio di miocardite fino a sei volte superiore dopo infezione rispetto alla vaccinazione. La revisione del British Journal of Sports Medicine, per dirne una, è categorica: non esiste evidenza che il vaccino aumenti il rischio di arresto o morte cardiaca improvvisa negli atleti.

Le rassicurazioni della scienza, tuttavia, non hanno impedito che il fenomeno dei «calciatori che crollano in campo» diventasse il format virale più efficace della disinformazione vaccinale, basti pensare ai video di montaggi con hashtag #CollapsingAthletes, ripresi anche da opinionisti televisivi. Cardiologi dello sport di NFL, NBA e MLB hanno definito «misinformazione» quelle ricostruzioni, ricordando che un atleta con segni di miocardite semplicemente non gioca fino a risoluzione del quadro. Il danno, però, era oramai fatto: l'atleta d'élite era diventato il testimonial involontario, e perfetto, della tesi antivaccinista. Perfetto perché incarna l'idea di invulnerabilità: se crolla lui, chi è davvero al sicuro?

L'obbligo mascherato da contratto

C'è, poi, un fattore che le campagne di sanità pubblica hanno sottovalutato: nello sport il vaccino non è mai stato solo e soltanto una scelta medica. È diventato una condizione di lavoro. Il racconto di Fischer è illuminante proprio come meccanica del risentimento: «Un giorno mi hanno sottoposto un contratto con l'elenco degli eventi a cui dovevo partecipare e per i quali dovevo essere vaccinato. L'accordo prevedeva che, in caso di mia assenza, ci sarebbero state sanzioni superiori a mezzo milione di franchi. L'ho firmato, però l'ho vissuto come qualcosa di fastidioso, perché mi ha messo ulteriore pressione». Un intervento che Fischer ha definito «invadente» e che gli ha chiuso anche la via di fuga della quarantena.

In gergo si parla di reattanza: quando la scelta sanitaria viene percepita come imposizione contrattuale, la resistenza si irrigidisce invece di sciogliersi. E qui, beh, è cascato e casca l'asino: nel calcio svizzero, ricordano le ricostruzioni, una campagna vaccinale interna naufragò proprio per lo scetticismo di diversi giocatori. L'alternativa al convincere fu il costringere ma il costringere ha prodotto, in alcuni casi, la frode documentale. La cosiddetta terza via del certificato comprato. Xhaka lo dice: ha acquistato un documento «invece di chiarire i miei dubbi seguendo la procedura prevista». Il dubbio, riassumendo al massimo, è stato fugato accedendo al mercato nero.

La questione dell'esempio

Resta, a monte, un paradosso. Evidente, anche. Un paradosso che rende questi casi materia pubblica e non, per dirla con il linguaggio dei comunicati, privata. L'atleta professionista gode di un'esposizione che nessun medico cantonale può eguagliare: è per questo motivo che le federazioni li volevano in prima linea nelle campagne, ed è per questo che il loro silenzio o la loro reticenza pesava così tanto. Fischer lo ha riconosciuto: «Come coach ho tradito il mio ruolo di esempio». La NZZ gli ha rimproverato di aver messo «il proprio ego sopra gli interessi della squadra» e di aver «tradito lo spogliatoio».

Ma la reazione al suo licenziamento, e al caso Xhaka, dice quanto la ferita sia ancora aperta: il partito degli scettici, se così vogliamo chiamarlo, ha celebrato Fischer come martire, una petizione online per il ritiro del licenziamento ha rivendicato 250 mila firme, il giornalista SRF che aveva raccolto la confidenza è stato minacciato. E Xhaka, in queste ore, sta ricevendo un sostegno fuori dal comune. È lo sport che smette di essere sport, trasformandosi nel campo su cui si continua a combattere, per interposta persona, la battaglia politica della pandemia. Fischer, che nel frattempo lavora come relatore su leadership e resilienza, ha anche fatto ricorso al TAS contro la squalifica dell'IIHF.

Perché lo scetticismo è ancora presente

Che nel 2026 si discuta ancora di certificati del 2022 non è un residuo giudiziario. Semmai, è il segno che la resa dei conti, culturale e politica, non è mai avvenuta. Per vari motivi.

Innanzitutto, perché la disinformazione sugli atleti è stata la più difficile da smontare: si appoggiava a un rischio reale ma minuscolo, mentre i correttivi statistici, 2 casi per milione, non competono emotivamente con un video di un uomo che si accascia sull'erba. E ancora, perché l'obbligo di fatto ha trasformato il dissenso sanitario in vero e proprio illecito. Chi dubitava non ha potuto dubitare a voce alta senza perdere Olimpiadi, contratti e reputazione; la clandestinità è diventata il solo, possibile rifugio dello scetticismo. Le inchieste svizzere sono nate da cliniche che vendevano l'uscita di sicurezza a chi non poteva permettersi di dire no in pubblico. Infine, perché le istituzioni sportive hanno gestito la vicenda per fasi di emergenza reputazionale e non seguendo una linea coerente: nel caso Fischer, ad esempio, la federazione prima ha considerato la questione chiusa, poi, sotto pressione mediatica e dopo l'apertura di un procedimento IIHF, ha rotto immediatamente con l'allenatore. Hai voglia poi a parlare di fiducia.

Il punto

Xhaka e Fischer non sono due antivaccinisti militanti: banalmente, sono due uomini di sport che hanno preferito aggirare una regola invece di contestarla pubblicamente, in un sistema che aveva reso il dubbio economicamente insostenibile e finanche inaccettabile. La lezione, se ce n'è una in vista della prossima emergenza sanitaria, è che gli spogliatoi non si convincono con le circolari né con i cartellini: servono canali medici interni credibili, indipendenti dal datore di lavoro, in cui un atleta possa dire «ho paura» senza perdere la convocazione. Il certificato comprato, allora, segna la misura del fallimento di quella (mancata) conversazione.

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