«Gli omicidi sono in calo, eppure i femminicidi sono stabili»

Nora Markwalder è docente di diritto penale, diritto processuale penale e criminologia all’Università di San Gallo. Cura una banca dati relativa ai casi di omicidio e, quindi, di femminicidio. Lo Swiss Homicide Monitor viene aggiornato di anno in anno, lo stesso avviene per lo Swiss Femicide Monitor. Con lei proviamo a leggere il fenomeno anche grazie alle statistiche.
Tre femminicidi in Ticino in pochi mesi, diciassette in tutta la Svizzera dall’inizio del 2026: come leggere questi dati?
«Da trent’anni a questa parte, gli omicidi di donne sono diminuiti solo leggermente, mentre quelli di uomini hanno registrato un forte calo. Se guardiamo solo agli ultimi anni, gli omicidi di donne sono rimasti complessivamente stabili, pur registrando lievi fluttuazioni di anno in anno, poiché i numeri assoluti non sono molto elevati. È quindi ancora troppo presto per parlare di una tendenza strutturale all’aumento; potremo constatarlo solo tra qualche anno, se i numeri rimarranno costantemente così elevati».
In effetti, gli omicidi in Svizzera calano da decenni, ma i femminicidi restano stabili. Come spiegare questa divergenza?
«È difficile da spiegare, e disponiamo solo di ipotesi. Tuttavia, anche in altri Paesi si osserva che le fluttuazioni nel numero di omicidi riguardano sempre gli uomini, mentre gli omicidi di donne rimangono per lo più stabili. Una spiegazione potrebbe essere che gli omicidi di uomini avvengono spesso durante le uscite serali, in combinazione con un consumo eccessivo di alcol o droghe, nonché nell’ambiente criminale. E che tali situazioni di rischio si verificano con maggiore o minore frequenza a seconda di quanto i giovani uomini siano attivi nella vita notturna o di come muta l’ambiente criminale in un determinato Paese. Le relazioni tra uomini e donne, tuttavia, vengono di norma instaurate con la stessa frequenza, motivo per cui, almeno dal punto di vista situazionale, le costellazioni di rischio si presentano sempre con la stessa frequenza. Questa teoria situazionale, che si concentra sulle strutture di opportunità, rappresenta tuttavia solo un possibile approccio esplicativo in criminologia».
Le statistiche indicano che oltre la metà dei femminicidi in ambito familiare sono commessi da over 50. E lo conferma anche una ricerca dell’Università di San Gallo, citata domenica scorsa dalla NZZ. Perché questa fascia d’età è così rappresentata?
«Questo dato, riportato nell’articolo della NZZ, si riferisce in effetti alle statistiche sulla criminalità. Tuttavia, anche noi osserviamo nella nostra banca dati, lo Swiss Femicide Monitor, che l’età media degli autori di femminicidi da parte del partner è nettamente superiore rispetto a quella degli autori di altri omicidi: 47 anni contro i 33 anni degli autori di altri omicidi. La ragione di ciò risiede nel fatto che una parte significativa di questi casi di femminicidio da parte del partner riguarda coppie sposate anziane, in cui l’autore del reato, più anziano, uccide la propria compagna, spesso anziana e malata, e poi spesso si toglie la vita».
Molti casi avvengono durante o subito dopo una separazione. Che cosa scatta?
«Circa il 50% dei casi di omicidio del partner si verifica durante o dopo una separazione. La separazione spesso scatena la gelosia o una perdita di controllo da parte dell’uomo, e l’autore del reato non accetta la separazione».
Si parla spesso di «raptus» per provare a spiegare simili omicidi, ma i dati lo confermano? Sono raptus o, piuttosto, risulta una tendenza alla premeditazione?
«Nella nostra banca dati sono presenti solo omicidi dolosi. In questi casi di femminicidio da parte del partner, in cui la separazione non viene accettata, si deve tuttavia sempre presumere che si tratti di un atto doloso. Inoltre, si osserva che quasi la metà di tutti i casi di femminicidio da parte del partner presenta una storia di violenza domestica, ovvero la violenza è in atto da tempo e si aggrava con il passare del tempo. Anche questo elemento depone a favore dell’ipotesi di omicidi premeditati».
In Svizzera non esiste ancora un registro dei femminicidi: che cosa comporta questa assenza?
«I dati dell’Ufficio federale di statistica consentono, nell’ambito delle statistiche criminali della polizia, di classificare gli omicidi in base al sesso e al rapporto tra vittima e autore del reato. Esistono quindi statistiche ufficiali sugli omicidi di donne. Ciò che in generale risulta difficile da rilevare nelle statistiche è il movente specifico legato al genere nel caso del femminicidio, poiché per farlo occorrerebbe conoscere il movente dell’autore del reato, cosa che all’inizio di un procedimento non si sa mai (le statistiche di polizia, tuttavia, raccolgono le informazioni all’inizio di un procedimento penale). Le statistiche di polizia sono quindi poco adatte alla rilevazione dei femminicidi. Oltre alle statistiche ufficiali, esiste anche la nostra banca dati, lo Swiss Homicide Monitor, che raccoglie tutti gli omicidi avvenuti in Svizzera dal 1990 sino al presente. I dati si basano sugli atti penali ufficiali e sono di conseguenza molto dettagliati. Da questa banca dati abbiamo sviluppato anche lo Swiss Femicide Monitor, che rileva i femminicidi secondo la definizione dell’ONU. La Svizzera dispone quindi di una base di dati molto solida nel campo dei femminicidi».
La definizione dell’ONU impone una più approfondita conoscenza delle circostanze. È così?
«Sì, per rilevare i casi di femminicidio secondo la definizione dell’ONU è necessaria una conoscenza dettagliata delle motivazioni dell’autore del reato e del contesto in cui è stato commesso il fatto; per questo motivo un registro dovrebbe raccogliere tali informazioni. Le statistiche di polizia sono già oggi in grado di evidenziare i cosiddetti “femminicidi da parte del partner”, poiché registrano il sesso della vittima e il rapporto tra vittima e autore del reato. Lo stesso sarebbe possibile per altri casi di femminicidio in ambito familiare. Nel caso dei femminicidi extrafamiliari, tuttavia, la situazione si complica, poiché in questi casi occorrerebbe rilevare le circostanze più precise del reato (ad esempio, se la vittima lavorasse nel settore del sesso o fosse stata vittima di un reato sessuale)».
Il Codice penale svizzero non prevede il reato specifico di femminicidio: cambiarlo farebbe davvero la differenza?
«I reati di omicidio sono già oggi punibili, così come i femminicidi. Da un punto di vista giuridico, non è quindi necessario un reato specifico, che potrebbe inoltre creare difficoltà di delimitazione. Inoltre, la legge dovrebbe essere formulata in modo neutro dal punto di vista del genere. Dovrebbe anche essere chiaro che nessun femminicidio viene impedito solo perché nella legge esiste un reato specifico. Un reato specifico di femminicidio comporta inoltre il rischio che ci si accontenti di questo “risultato” dal punto di vista politico, invece di continuare a occuparsi di misure preventive rilevanti, come ad esempio la protezione delle donne durante una fase di separazione».
Ma introdurre il reato non avrebbe un effetto sulla coscienza popolare e sulla cultura di genere?
«Il modo migliore per informare l’opinione pubblica su un problema è attraverso il dibattito pubblico e la sensibilizzazione. Il compito del diritto penale è quello di perseguire e punire i comportamenti punibili, cosa che già fa nel caso dei femminicidi. Il diritto penale, tuttavia, non può disciplinare ogni fenomeno sociale in un articolo di legge specifico; i reati devono infatti avere una certa ampiezza per poter comprendere al loro interno diversi comportamenti».
L’educazione affettiva e sessuale nelle scuole: è lì che si gioca una parte decisiva nella prevenzione a lungo termine?
«Se si considerano i fattori di rischio legati ai femminicidi (gelosia, comportamenti controllanti, incapacità di accettare la separazione, ricorso alla violenza per risolvere i conflitti), è sicuramente importante sensibilizzare i bambini fin da piccoli alle tematiche della parità di genere e dare l’esempio di una tolleranza zero nei confronti della violenza come mezzo di risoluzione dei conflitti».
Ho letto un’interessante intervista da lei rilasciata in passato al Tages-Anzeiger, e le veniva chiesto dell’origine delle vittime e degli autori di reato. L’idea che spesso siano stranieri trapiantati in Svizzera è solo un luogo comune? Che cosa dicono i dati da voi monitorati?
«Nei casi di femminicidio, il 55% degli autori è svizzero, mentre negli altri omicidi la percentuale è del 51%. Si riscontra quindi una sovrarappresentazione degli autori stranieri negli omicidi in generale, ma anche negli omicidi di partner. Tuttavia, come dimostrano i dati, non si tratta solo di autori stranieri, ma anche di autori svizzeri. Dipende anche in parte dalla categoria: negli omicidi di persone anziane gli autori svizzeri sono più frequenti, mentre gli autori stranieri sono più frequenti nei casi che coinvolgono persone più giovani e in cui vi è stata una precedente violenza domestica».
Abbiamo accennato alla prevenzione. Si punta molto, giustamente, sul braccialetto elettronico. Uno strumento che scatta solo dopo una condanna o un provvedimento del giudice: quindi, per certi versi, comunque troppo tardi. In che modo la tecnologia può aiutare ad anticipare invece i problemi, a suo avviso?
«La tecnologia del monitoraggio elettronico, e in particolare quella del monitoraggio elettronico dinamico, può sicuramente essere d’aiuto in questi casi, a condizione che le persone siano sorvegliate in modo tale da consentire alla polizia di intervenire rapidamente. Si tratta inoltre di uno strumento adeguato nei procedimenti in cui si sono verificati episodi di violenza domestica o, ad esempio, sono state proferite minacce di morte nei confronti della donna. Il Canton Zurigo ha realizzato in questo ambito un progetto pilota che si è rivelato promettente. Tuttavia, tutti i Cantoni dovrebbero partecipare, poiché altrimenti il monitoraggio elettronico si fermerebbe al confine cantonale».
