Il prezzo del petrolio schizza alle stelle e la minaccia di carenze spaventa la Svizzera

A due mesi dallo scoppio della guerra in Iran, una parola che aveva fatto capolino, nel 2022, durante la crisi energetica provocata dall'invasione dell'Ucraina da parte della Russia, è tornata di stretta, strettissima attualità: penuria. La minaccia di una carenza di carburanti o combustibili, come scrive Le Temps, si è concretizzata questa settimana a seguito di un nuovo aumento vertiginoso del prezzo del Brent, che giovedì ha raggiunto i 126 dollari. Il rialzo è dovuto alle notizie, riportate dalla stampa, secondo cui Washington starebbe preparando ulteriori attacchi in Iran.
La guerra ha già avuto ripercussioni sul traffico aereo. Lufthansa ha cancellato 20.000 voli da maggio a ottobre per risparmiare cherosene, un carburante di cui – secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, espressasi a metà aprile – avremmo avuto scorte sufficienti per sei settimane. Anche Swiss cancellerà alcuni voli, verso Nizza, Amsterdam e Londra nello specifico.
La settimana scorsa, l'amministratore delegato di TotalEnergies, Patrick Pouyanné, ha affermato che il mondo rischia di entrare in un’era di «carenza energetica simile a quella che stanno già vivendo alcuni Paesi asiatici» se il blocco dello Stretto di Hormuz dovesse protrarsi «ancora per due o tre mesi». In Asia, molti Paesi devono attualmente fare i conti con gravi carenze di petrolio e gas.
E in Svizzera? Com'è la situazione nella Confederazione? Mercoledì, l’Ufficio federale per l’approvvigionamento economico del Paese ha pubblicato un rapporto secondo cui l’approvvigionamento del Paese in prodotti petroliferi «rimane attualmente garantito». L’UFAE ha tuttavia avvertito che la situazione «rimane tesa» e che la «normalizzazione dell’approvvigionamento dopo un’eventuale fine del conflitto richiederà diversi mesi». L’Ufficio ha pure precisato che l’approvvigionamento di benzina, diesel, gasolio da riscaldamento e cherosene dovrebbe essere garantito fino alla fine di maggio.
Nel 2022, le carenze energetiche erano state contenute grazie al contributo finanziario delle autorità e della popolazione, che avevano pagato di più per gli idrocarburi, spesso acquistati a scapito di altri Paesi. Lo scenario si ripeterà pure quest'anno? Gli operatori intervistati la scorsa settimana in merito al vertice sulle materie prime del Financial Times a Losanna lo ritengono probabile, ribadisce Le Temps. «L’Europa perde 500 milioni di euro al giorno mentre il conflitto in Medio Oriente fa lievitare il costo dei combustibili fossili» ha dichiarato mercoledì la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, davanti al Parlamento Europeo. «In sessanta giorni di conflitto, la nostra fattura per l’importazione di combustibili fossili è aumentata di 27 miliardi di euro, senza che sia stata prodotta una sola molecola di energia in più». Anche gli svizzeri, evidentemente, soffrono. Secondo il TCS, il prezzo medio al litro della benzina senza piombo 98 supera ormai i 2 franchi (contro 1,75 franchi all'inizio di aprile). I prezzi del diesel e della benzina senza piombo 95 seguono un andamento simile.
Secondo il gruppo Agrola, il prezzo del gasolio è passato da 90 franchi per 100 litri prima della guerra a 135 franchi. In Svizzera, un terzo degli edifici a uso abitativo è riscaldato a gasolio e un quinto a gas, secondo le statistiche federali. I prezzi del gas sul TTF, una borsa olandese di riferimento, sono aumentati del 30% in due mesi. La Svizzera importa il 60% del proprio fabbisogno energetico sotto forma di combustibili fossili. Il suo approvvigionamento di petrolio proviene principalmente dagli Stati Uniti e dalla Nigeria. Questo greggio viene lavorato nella raffineria di Cressier, nel Canton Neuchâtel, che produce un terzo della benzina, del gasolio e del gasolio da riscaldamento consumati in Svizzera. I restanti due terzi sono prodotti raffinati. Provengono da impianti europei che raffinano petrolio la cui provenienza è difficile da determinare.
È per quanto riguarda il cherosene che la situazione è più critica, poiché le raffinerie del continente ne producono poco e l’industria aeronautica ne importava grandi quantità dai Paesi del Medio Oriente prima della guerra. Da allora il continente si è rivolto agli Stati Uniti per procurarsene. Anche per trovare carburanti e gas, il continente guarda verso il Paese a stelle e strisce. Mai come oggi gli Stati Uniti hanno esportato così tanti idrocarburi.
