L'intervista

«Il Vallese non è quello di 30 anni fa, certi pregiudizi sono fuorvianti»

All'ex consigliere federale Pascal Couchepin, nato e cresciuto a Martigny, abbiamo chiesto come ha vissuto il dramma di Crans-Montana e come ha vissuto le critiche espresse da più parti
©ANTHONY ANEX
Paolo Galli
14.01.2026 06:00

Pascal Couchepin è stato consigliere federale (PLR) tra il 1998 e il 2009. Avvocato di formazione, è nato e cresciuto, e attualmente vive, a Martigny. A lui, quindi, chiediamo come ha vissuto il dramma di Crans-Montana e come, oggi, interpreta le critiche al Vallese, da più parti descritto come un cantone chiuso, poco trasparente, oltre che incline al clientelismo.

Sono passati ormai tredici giorni dal dramma di Crans-Montana, ma il dolore e quel drammatico senso di confusione non passano. Signor Couchepin, che cosa prova, oggi, rispetto a quella tragedia?
«Provo le stesse emozioni del primo giorno, un’immensa tristezza. Perché nessuno immaginava che qualcosa di simile sarebbe accaduto, in Vallese, in un cantone in cui c’è grande tradizione di accoglienza, e in mezzo a paesaggi di tale splendore. E allora quel che proviamo non è tanto un senso di colpa, quanto di tristezza, nel non aver potuto evitare un simile dramma, nell’assistere invece a un insieme di circostanze così tragiche».

Nei giorni successivi al dramma, le famiglie hanno subito chiesto soprattutto chiarezza, la verità. A suo modo di vedere, le autorità sin qui sono state - e saranno - all’altezza di questa aspettativa?
«Ciò che conta davvero è stabilire i fatti. I fatti, come sempre, sono centrali, anche in questa inchiesta. Sono rimasto scandalizzato nel vedere, per esempio, un consigliere nazionale sangallese (Roland Rino Büchel dell’UDC, ndr) chiedere che l’inchiesta venisse ritirata alla procura vallesana, come se non fosse capace di affrontare simili situazioni. È un grosso errore di valutazione. A volte emerge, effettivamente, una certa sfiducia nei confronti del sistema giudiziario dei cantoni periferici, in particolare se latini. È qualcosa che tocca anche il canton Ticino, proprio come il Vallese. Le autorità giudiziarie sono buone, e non vedo di cosa possiamo incolparle».

Effettivamente, però, un aspetto che è emerso è proprio il fatto che la tragedia sia avvenuta in questo cantone, in Vallese. Perché ne parliamo? Sono solo pregiudizi?
«Credo proprio di sì. Innanzitutto, andrebbe sottolineato come i soccorsi siano stati molto ben organizzati, sin da subito. Tutti riconoscono questo aspetto e, quindi, che il soccorso medico, i vigili del fuoco, la protezione civile e la polizia, così come le autorità locali e cantonali, hanno reagito in modo estremamente efficace, cercando di limitare il più possibile i danni. E questo già dobbiamo riconoscerlo. Detto questo, non possiamo impedire a qualcuno di avere pregiudizi nei confronti del Vallese e dei vallesani. È qualcosa con cui dobbiamo convivere, anche perché a volte i pregiudizi sono positivi, altre - come in questo caso - negativi. Sostengo però che i pregiudizi legati a questa vicenda siano profondamente fuorvianti».

Dopo la tragedia, diverse critiche si sono concentrate sul modo di gestire l’informazione e le responsabilità politiche. Qualcuno ha puntato il dito sulla cultura politica cantonale. Uno dei termini più usati è stato «copinage», ovvero «clientelismo».
«Me ne sono accorto. Guardi, ci ho pensato parecchio. Ma io dico: dove potrebbe esserci, in questo caso, il clientelismo di cui si parla? Non è stata l’autorità a dire ai gestori: compra quella schiuma fonoassorbente perché costa 50 o 100 franchi di meno. Non è stata l’autorità a rinunciare volutamente a fare un’ispezione in quel locale. Che il clientelismo esista, in termini generali, è sempre possibile e va combattuto, ma nel caso specifico, non vedo dove possa esserci stato. Teniamo conto del fatto che, spesso, per molti che sottolineano che non ci sono abbastanza controlli, ce ne sono altri che dicono che ci sono persino troppi controlli. A Zurigo e in altri cantoni si stava lavorando a un alleggerimento delle ispezioni in merito ai rischi di incendio. A Zurigo! Ma non si parlava certo di clientelismo, per questo. Allo stesso modo, non vedo come i tragici fatti di Crans-Montana si possano prestare a questa lettura».

Io stesso ho sempre combattuto questi difetti, i quali erano dovuti a una maggioranza troppo forte, alla collusione della Chiesa, dei partiti politici, della Banca cantonale e così via, ma è una realtà che sta scomparendo

Insisto. In questi giorni il Vallese viene descritto, da molti media, anche svizzeri, come un cantone chiuso, poco trasparente e poco incline all’autocritica. C’è, in questo ritratto, una parte di verità che il Vallese, spesso, fatica ad ammettere?
«Questa è una domanda interessante, esterna al dramma di Crans-Montana. Poi è vero che il Vallese fino a venti-trenta anni fa era un cantone segnato dalle relazioni personali, relazioni che toccavano praticamente tutti, tutta la popolazione, un piccolo cantone dove tutti si conoscono. Va bene, ma era anche un cantone dove si cercava di essere pragmatici, forse a volte persino troppo. Io stesso ho sempre combattuto questi difetti, i quali erano dovuti a una maggioranza troppo forte, alla collusione della Chiesa, dei partiti politici, della Banca cantonale e così via, ma è una realtà che sta scomparendo. E non vedo un problema particolare oggi. È chiaro, bisogna rimanere attenti e molto critici, ma soprattutto in questo caso non è un tema».

Lei stesso, nella sua lunga carriera politica, ha conosciuto momenti di crisi. Qual è il compito delle istituzioni nei momenti di crisi come questo?
«Dare la direzione, restare operative. E abbiamo visto che questo aspetto, anche in questo caso, ha funzionato. Poi i politici devono essere in grado di offrire empatia, ma allo stesso tempo di agire. Ho imparato una cosa, durante il servizio militare: a domandarmi, di fronte a un ufficiale, ogni volta, se con lui sarei andato in guerra, se mi sarei fidato di lui o meno. Di fronte a simili tragedie, la domanda che mi pongo è quindi la stessa: andrei in guerra con questi leader? Mi permettono di avere fiducia nelle istituzioni?».

Lei è di Martigny, come ha vissuto la cerimonia di venerdì?
«L’ho seguita in televisione. Penso sia stata praticamente perfetta. Molto bella, toccante e sapientemente pensata, rispettosa. Ma nonostante questo, nonostante il fatto sia stata una cerimonia molto bella, di certo non ha annullato la sofferenza. Ho notato che lo stesso Emmanuel Macron era spesso sul punto di piangere, molto commosso, a giusta e comprensibile ragione, vista la drammaticità delle circostanze».

C’è stato un silenzio, un gesto o un’immagine che l’ha colpita più di altri in questi giorni?
«In effetti, ci sono stati due momenti che mi hanno molto colpito. Domenica scorsa, nel corso di una messa dedicata alle vittime, ho visto sfilare i vigili del fuoco, uomini di 40-50 anni, padri di famiglia, persone comuni. Avevano una dignità straordinaria. Allo stesso modo, venerdì a Martigny, spesso le telecamere si spostavano sulle forze dell’ordine, sugli stessi pompieri, sulla protezione civile, e tutti loro avevano un’aria di profonda gravità. Mi sono immaginato pensassero a ciò che avevano vissuto. E trasmettevano quell’orgoglio di chi, pur di fronte a tanto dolore, sa di aver fatto il possibile per ridurre la sofferenza delle vittime, delle persone coinvolte».

In effetti, anche in relazione alle figure politiche, spesso si parla di responsabilità per l’appunto politiche, ma meno di responsabilità umane. Che cosa significa, per chi governa, penso magari al presidente del Consiglio di Stato vallesano Mathias Reynard, portare dentro di sé una tragedia come questa?
«Sono stato per quarant’anni nelle autorità politiche, e questa tragedia mi colpisce anche personalmente. Mi viene da chiedermi se, come collettività, avremmo potuto fare meglio, evitare questa tragedia. Immagino cosa stiano passando le autorità vallesane, che vivono le conseguenze di una simile catastrofe. Il punto è che, quando scegliamo di essere membri di un Governo, sia esso municipale, cantonale o federale, accettiamo anche questo rischio. È il nostro dovere. Ora vedo che molti, a prescindere dall’inchiesta, chiedono che anche le autorità vengano condannate. L’autorità politica responsabile diventa colpevole solo se a causa delle sue azioni ha impedito che le cose potessero andare per il verso giusto. Non è colpevole se, pur agendo normalmente, da autorità responsabile, non ha potuto impedire di rimanere sopraffatta da un incidente o, come in questo caso, da una simile tragedia. Sarà, in questo senso, un tribunale, in varie istanze, a stabilire eventuali colpe».

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