Iniziativa SSR, il dibattito ora si infiamma

Il favorevole: Fabio Regazzi, consigliere agli Stati del Centro e presidente dell'USAM
Il Consiglio federale ha già deciso tramite ordinanza di voler esentare dal canone l’80% delle imprese soggette all’IVA. Non è sostenibile questa proposta che va a toccare un quinto delle aziende?
«No e come USAM lo abbiamo detto subito. È fumo negli occhi, perché questa imposta è sbagliata, ingiusta e iniqua. Alzare la soglia attenua un po’ l’impatto, ma non risolve il problema di fondo. L’unica soluzione che per noi entrava in linea di conto era un’abolizione, che poteva anche essere graduale come aveva proposto la commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale in una delle ipotesi di controprogetto. Agli Stati l’idea è invece stata respinta. Secondo i nostri calcoli, le aziende svizzere dovrebbero pagare ancora 80 milioni di franchi. Soldi che le aziende potrebbero investire altrove, ad esempio per la formazione o nella ricerca e sviluppo. Non possiamo pertanto ritenerci soddisfatti. L’obiettivo era l’abolizione del canone a carico delle aziende e quindi l’USAM, nonostante questa manovra, sosterrà l’iniziativa».
Nel 2022 gli Stati hanno respinto la sua iniziativa parlamentare per esonerare tutte le PMI dal pagamento del canone. Per lei e per l’USAM è più importante escludere anche il 20% delle imprese rimanenti che dimezzare le entrate del canone per la SSR?
«Le aziende non hanno orecchie, non hanno occhi, non guardano televisione, non ascoltano la radio, però i titolari delle stesse e i collaboratori la pagano. È una doppia imposizione che non si giustifica in alcun modo. Però non si è avuto il coraggio di fare marcia indietro. Se la politica l’avesse fatto, ci saremmo ritirati dal comitato d’iniziativa. Questo comporta che l’USAM, non proprio un attore insignificante nel panorama svizzero, farà campagna a favore dell’iniziativa. È l’unica via che ci rimane aperta per poter raggiungere l’obiettivo di abolire il canone a carico delle aziende».
Nel 2023 il TAF ha dichiarato incostituzionale l’attuale canone per le imprese. Tuttavia, il Governo ha già promesso una revisione dell’ordinanza sulla radiotelevisione per stabilire nuove tariffe. L’economia non ha già ottenuto quello che voleva, pur senza iniziativa?
«Anche questo passo non è sufficiente. Non basta che vengano modificate le tariffe. Abbiamo sempre anche contestato la base sulla quale viene prelevata, ovvero la cifra d’affari, che è un parametro sbagliatissimo. Il Consiglio federale, dal canto suo, intende comunque mantenere l’imposta, cambiando la formula. Saremmo quindi ancora ai piedi della scala».
Un netto ridimensionamento della SSR avrebbe un impatto sul nostro Cantone: oltre ai licenziamenti e alla perdita di posti di lavoro qualificati, secondo UNIA sono più di 700 le aziende ticinesi che collaborano con la SSR. Sono state considerate dall’USAM le ripercussioni per il tessuto socioeconomico del Ticino?
«È innegabile che ci sia sempre un indotto attorno a una realtà come quella della SSR. Vorrà dire che queste imprese dovranno trovare soluzioni alternative. Ma vale per qualsiasi altra azienda che opera sul mercato: come imprenditore non puoi costruire il tuo futuro solamente basandoti su una sola realtà, per altro finanziata tramite imposte. Sui calcoli di UNIA, poi, esprimo forti riserve. Del resto, lo abbiamo visto anche con il settore bancario ticinese: la piazza finanziaria ha perso moltissimo, più di quello che è in gioco qui, e anche in quel caso si creava un indotto per ristoranti, gioiellerie, venditori di macchine, ecc. Tutti beneficiavano un po’ del grande e sproporzionato benessere che veniva generato dal settore bancario negli anni d’oro, poi però la piazza finanziaria si è ridimensionata pesantemente, ma sono state trovate soluzioni».
La Svizzera italiana contribuisce per circa il 4% del totale del canone. Eppure, riceve una quota di ridistribuzione pari a circa il 22% per garantire il servizio pubblico nella Svizzera italiana. Non si tratta di un autogol per il Ticino?
«Questa è una mentalità assistenzialista. La ripartizione del canone ci premia oltremisura, e fa storcere un po’ il naso al resto della Svizzera. Avere troppe risorse a disposizione ha generato, secondo me, un gonfiamento eccessivo dell’offerta. Abbiamo pensato di poter attingere a piene mani da questa manna che arrivava dal resto della Svizzera, senza pensare che un giorno le risorse potrebbero essere rimesse in discussione. La chiave di ripartizione non cambierà, certo, ma ci saranno meno entrate. La domanda è: che tipo di servizio pubblico abbiamo bisogno? Vorrei comunque ricordare che la SSR avrebbe comunque 650 milioni di budget, più circa 200 milioni di proventi dalla pubblicità: con 850 milioni di franchi all’anno (che sono poi 70 milioni ogni mese!) sono fermamente convinto che si possa fare un buon servizio pubblico: informazione, intrattenimento, sport e cultura».
Quali pensa che possano essere gli effetti di una riduzione del canone a 200 franchi? Non teme effetti negativi per il Ticino, per il mondo dei media e per la coesione nazionale?
«La Svizzera esiste da oltre 730 anni, mentre la SSR da un centinaio. Non credo si metta in pericolo la coesione nazionale, anche perché non stiamo parlando di eliminare il canone come era il caso di “No Billag”. Trovo piuttosto arrogante, poi, che la SSR si autoproclami d’ufficio come garante dell’indipendenza e della correttezza dell’informazione. Si potrebbe invece sostenere che ostacola la pluralità dell’informazione, perché invade un po’ tutti i campi e soffoca gli altri attori, ad esempio nell’online. Per quanto riguarda la RSI, con il bacino di utenza che ha (di fatto il Canton Ticino più le valli italofone dei Grigioni), ho l’impressione che a volte si perda il senso della misura: tre radio e due canali televisivi, solo per la Svizzera italiana, vanno ben oltre quello che dovrebbe essere un mandato di servizio pubblico. E ciò tenendo anche conto del fatto che le giovani generazioni non consumano più radio e tv come si faceva una volta. Le abitudini stanno cambiando e bisogna guardare in faccia alla realtà. E mi lasci dire infine che con minori risorse e più sinergie fra le varie regioni linguistiche la coesione nazionale potrebbe addirittura guadagnarci».
Non è preoccupato dall’indebolimento dei media in un periodo sempre più difficile dal punto di vista della polarizzazione, delle manipolazioni sui social media e delle attività di influenza?
«Sì, c’è una certa preoccupazione. Ma se le persone, soprattutto i giovani, che sono quelli che ne avrebbero più bisogno, non guardano più la tv, non si interessano più e non leggono più le notizie, non possiamo certo costringerli a passare un’ora della loro giornata a informarsi, a leggere, a risalire alle fonti. Trovo in ogni caso anche un po’ presuntuoso pensare che solo la SSR possa dare questo tipo di garanzia».
Lei è nel cda dell’HCL e presidente della SAM Massagno. Andrea Siviero, presidente di Swiss Basketball, ha detto chiaramente che la SSR è un partner essenziale. «Senza una presenza mediatica nazionale i club, le federazioni e gli atleti non sarebbero più in grado di finanziare le loro attività». Non ritiene che un disimpegno della SSR per cause finanziarie possa avere conseguenze dannose per la promozione degli sport?
«L’hockey è già praticamente sparito dalla SSR. È un esempio emblematico del fatto che anche senza la SSR non mi sembra che l’offerta sia diminuita. Per il basket, invece, la SSR ha un impatto trascurabile in termini di sponsor o di diritti televisivi. Le partite, inoltre, vengono trasmesse tramite un canale interno, su Youtube. Prendiamo il calcio, prima si potevano vedere più partite della Champions League, ma sono sviluppi che non possiamo influenzare, è un fenomeno globale. Secondo me, comunque, con queste risorse si può ancora garantire una copertura più che dignitosa degli sport, soprattutto avendo un miglior coordinamento fra le varie regioni linguistiche».
Il contrario: Alex Farinelli, consigliere nazionale PLR
Nel 2018, due ticinesi su tre si opposero all’Iniziativa No Billag, nettamente respinta alle urne. Stavolta, il Ticino è il Cantone con più firme a sostegno della richiesta di ridurre il canone da 335 a 200 franchi. Come si spiega questo cambiamento e come percepisce l’umore generale all’avvio della fase decisiva della campagna?
«Il confronto con il 2018 è naturale, ma il contesto è cambiato in modo significativo. Da un lato oggi vi è una pressione crescente sul potere d’acquisto, un aumento generalizzato dei costi e una diffusa richiesta di contenimento delle spese. Questo clima favorisce iniziative che, almeno in apparenza, promettono un risparmio immediato e semplice. Dall’altro lato questa iniziativa è più subdola, in quanto ho l’impressione che non sia sempre chiaro cosa comporterebbe concretamente se venisse accettata. Ognuno tende a costruirsi nella propria testa un’idea di servizio pubblico “ideale”: per qualcuno l’informazione, per altri la copertura sportiva, per altri ancora la cultura, l’intrattenimento o la presenza capillare sul territorio. Il problema è che queste visioni sono diverse e spesso inconciliabili. Con 200 franchi non sarebbe possibile garantire pienamente nessuna di queste aspettative. Tutto ciò che oggi conosciamo verrebbe rimesso in discussione.Per questo sarà fondamentale spiegare con chiarezza che non si tratta di una misura simbolica o di “lanciare un segnale”, ma di una scelta strutturale, con conseguenze particolarmente sensibili per una regione minoritaria come la Svizzera italiana».
Un sondaggio pubblicato a inizio ottobre dava i favorevoli al 61%. Anche fra gli elettori del suo partito figuravano molti sostenitori. Strada in salita?
«È una sfida impegnativa, sta a noi spiegare con pazienza e chiarezza le implicazioni reali delle scelte. Quello che si chiede ai cittadini non è di fidarsi ciecamente, ma di non basare il giudizio solo su singoli aspetti o su luoghi comuni come “si può risparmiare” o “ci sono troppe strutture”. Va ricordato che, indipendentemente dall’iniziativa, la SSR dovrà già ridurre le proprie entrate del 17% in quattro anni, in seguito alla decisione del Consiglio federale. Si tratta di centinaia di milioni di franchi: uno sforzo enorme per qualsiasi azienda o organizzazione. Inoltre, va spiegato che grazie al controprogetto del Consiglio Federale il canone sarà ridotto del 10% per le economie domestiche e che oltre l’80% delle imprese ne sarà completamente esentato. Non è quindi vero che senza l’iniziativa non accadrebbe nulla: i risparmi sono già in corso».
Che impatto avrebbe il dimezzamento dei mezzi per la SSR e per la sua presenza regionale?
«L’impatto sarebbe, di fatto, devastante. Con una riduzione del 50% delle risorse, l’intero modello attuale verrebbe rimesso in discussione. Sarebbe inevitabile una forte centralizzazione della SSR e non sarebbe più possibile garantire un’offerta equivalente in tutte le regioni linguistiche. Per la Svizzera italiana ciò significherebbe una perdita significativa di presenza sul territorio, di produzione propria e di capacità di raccontare la realtà regionale con continuità. Inoltre, aumenterebbe la dipendenza da contenuti esteri dove, abbiamo potuto proprio constatare recentemente, ci sono delle culture mediatiche e i modi di fare informazione molto differenti dal nostro. Personalmente, desidero che in Svizzera continui a esistere un servizio pubblico forte, capace di dare un’impronta svizzera alla fruizione dei programmi radiotelevisivi, con contenuti prodotti da professionisti che conoscono il Paese, le sue istituzioni e le sue sensibilità».
I promotori parlano di catastrofismo ingiustificato e sostengono che la SSR possa fare buoni programmi con meno mezzi.
«Non si tratta di catastrofismo, ma di realismo. La SSR sta già attuando un importante programma di risparmio e riorganizzazione, dovrà infatti ridurre di oltre 250 milioni le risorse in pochi anni: uno sforzo molto significativo. Parlare poi di un dimezzamento, che significherebbe una riduzione di 600 milioni, significa entrare in una logica completamente diversa. A soffrirne sarebbero soprattutto le minoranze linguistiche e tutte quelle attività che non sono commercialmente redditizie: sport regionali o di nicchia, cultura locale, produzione propria. Pensare che tutto questo possa essere mantenuto semplicemente “facendo meglio con meno” non tiene conto della realtà».
Non è esagerato dire che tagliando i finanziamenti alla SSR si metta in pericolo la democrazia?
La democrazia diretta non dipende esclusivamente dal servizio pubblico, ma è evidente che un’informazione di qualità ne è un elemento essenziale. Il servizio pubblico ha una caratteristica fondamentale: il suo modello di finanziamento gli garantisce una fortissima indipendenza da qualsiasi logica di mercato. Questo non significa mettere in discussione il giornalismo privato, che svolge un ruolo importante. Ma il servizio pubblico ha il vantaggio di poter operare con una prospettiva diversa e soprattutto anche con un’ottica nazionale. In un Paese plurilingue e federale, garantire un’informazione, prodotta da istituzioni svizzere per i cittadini di tutte le regioni linguistiche, è un valore centrale».
La SSR è accusata di fare un’informazione sbilanciata a sinistra. Qual è il suo parere?
«È un’accusa che ritorna spesso. Va detto però che, soprattutto in politica, esiste una certa distorsione percettiva: quando un servizio rispecchia il nostro punto di vista, lo consideriamo equilibrato; quando ne presenta uno diverso, tendiamo a giudicarlo sbilanciato. Nel complesso ritengo che la SSR svolga correttamente il proprio mandato. In ogni caso poi esistono organi di controllo, procedure di reclamo e strumenti correttivi. Sarebbe del tutto sproporzionato indebolire drasticamente un’azienda perché, talvolta, si ritiene che una trasmissione avrebbe potuto fare meglio».
Il programma di risparmio già avviato rischia di diventare un’arma a doppio taglio?
«No. È piuttosto la dimostrazione concreta di cosa significhi ridurre in modo massiccio le risorse. Con il 17% si iniziano già a vedere le prime rinunce. Con il 50% le rinunce sarebbero enormi, soprattutto per le minoranze linguistico-culturali. Anche il tema della rinuncia alla trasmissione sulle onde FM va letto in questo contesto: l’azienda si è adeguata a un indirizzo politico chiaro, evitando investimenti (dell’ordine di decine di milioni) in una tecnologia destinata a essere abbandonata nel giro di un paio anni. Avesse perseverato la critica sarebbe stata di sperperare denaro pubblico con leggerezza. Poi invece la politica federale recentemente ha cambiato idea e ha deciso che le FM potranno continuare a funzionare almeno fino al 2030 e la SSR ora si adegua reinvestendovi. Questo dimostra coerenza rispetto alle decisioni politiche, non cattiva gestione.
Perché le imprese dovrebbero continuare a pagare il canone?
«Comprendo le perplessità e personalmente mi sono impegnato per fare in modo che in particolare le PMI venissero sgravate e in questo contesto va ricordato che oltre l’80% delle imprese sarà esentato. Per le altre, il contributo va visto come partecipazione a un sistema Paese funzionante: informazione affidabile, pluralità, coesione tra le regioni. Sono condizioni quadro che beneficiano anche all’economia nel suo insieme».

