«La Confederazione crei un fondo di 50 milioni di franchi per le vittime di Crans-Montana»

Sui risvolti penali della tragedia di Crans-Montana abbiamo interpellato l’ex procuratore pubblico Paolo Bernasconi.
Lei ha contestato il mancato arresto dei proprietari del bar di Crans-Montana. Ci sono però
illustri penalisti secondo i quali non sussistono le condizioni per il carcere
preventivo.
«In questo caso
il pericolo di fuga è dimostrato dal fatto che si tratta di cittadini stranieri
che possono agevolmente lasciare la Svizzera e che sono confrontati con il
rischio di una sanzione penale molto pesante. Conosco decisioni di tribunali
ticinesi e di altri Cantoni, anche recenti, che hanno riconosciuto il pericolo
di fuga nei confronti cittadini stranieri (di Paesi confinanti) che abitavano
ni Svizzera da molti anni».
Ma non ci sono
misure alternative alla carcerazione?
«Oltre al carcere
esiste la possibilità del ritiro del passaporto e dell’arresto
domiciliare».
A parte
scongiurare il rischio di fuga, che beneficio concreto poteva dare alle
indagini l’eventuale fermo dei proprietari?
«L’importante
beneficio concreto consiste nell’evitare qualsiasi pericolo di concertazione
con le numerose persone che entrano in linea di conto come potenziali
‘concorrenti’ nelle numerose omissioni fatte emergere dai media in questi
giorni. Penso ai fornitori di materiali oggetto di indagine, agli artigiani che
hanno effettuato lavori nel locale e alle autorità locali che hanno omesso le
ispezioni».
Questi mancati
provvedimenti restrittivi rischiano di costituire un’ipoteca per il seguito
delle indagini?
«Certamente,
vista la difficoltà di questa istruttoria».
Questa tragedia
ha una rilevanza internazionale. Ci saranno pressioni dall’estero sulla
Svizzera?
«La prima
pressione si è già manifestata dalla Francia dove un pubblico ministero ha già
aperto un procedimento penale. Altrettanto potrebbe avvenire in Italia, dove
parecchi media hanno giudicato come scioccanti le dichiarazioni fatte martedì
in conferenza stampa dalle autorità comunali. Purtroppo si arrischia di essere
confrontati con procedimenti avviati all’estero sui medesimi fatti e che
potrebbero portare a risultati diversi».
Quanto tempo
potrebbe occorrere prima che si arrivi a un processo?
«Esperienze di
questi ultimi anni dimostrano che un’inchiesta con numerosi indagati coinvolti
e che richiede l’allestimento di perizie giudiziarie e di controperizie
potrebbe durare in prima istanza dai due ai quattro anni. Poi bisogna mettere
in conto i ricorsi in appello e al Tribunale federale».
Eventi di questa
gravità ci sono già stati. C’è la possibilità che nessuno finisca condannato,
come nel caso della tragedia di Mattmark, in cui morirono 88 persone?
«Gli indizi
pubblicati fino a oggi sono numerosi e di fonte convergente. Quindi, se il
procedimento raccoglie tutte le prove necessarie bisogna ipotizzare che
potrebbe essere pronunciato un giudizio di condanna. Di fronte a istruttorie
così complicate è necessario dare priorità a questo procedimento per evitare
che i ritardi possano favorire un’assoluzione o un decreto di abbandono. Per il
resto, agli avvocati che dall’estero mi chiedono che cosa fare per assistere le
famiglie delle vittime consiglio di rivolgersi a legali della Svizzera
francese, possibilmente italofoni se hanno a che fare con clienti italiani, e
sufficientemente capaci di resistere alla posizione di autodifesa dimostrata
finora dalle autorità vallesane».
Non c’è la
possibilità che venga invocata la prescrizione, come nel caso del crollo della
piscina di Uster?
«Se il Ministero
pubblico dovesse avviare un procedimento anche per reati intenzionali per dolo eventuale,
la prescrizione è molto lunga. Se invece si rimanesse nell’ipotesi di reati per
negligenza, un avvocato difensore potrebbe sollevare l’argomento secondo cui
l’omissione colpevole (per esempio la posa di materiale non ignifugo) risalga a
così tanti anni prima e quindi invocare la prescrizione. Si potrebbe però
ribattere che le numerose altre omissioni concorrenti sono finite soltanto nel
giorno dell’incendio e quindi il rischio di prescrizione sarebbe molto
ridotto».
I reati
ipotizzati finora sono colposi. A quali condizioni si potrebbe arrivare a
un’accusa di omicidio per dolo eventuale?
«Basterebbe
ipotizzare che le persone negligenti abbiano commesso omissioni tali da non
escludere il rischio di incendio. Mi spiego con un esempio: il proprietario di
un garage che accetta il rischio di incendio mettendo in pericolo l’autorimessa
stessa e il suo contenuto, verrebbe giudicato ovviamente in modo meno grave
rispetto al proprietario o al gerente di un esercizio pubblico che dovesse
accettare questo rischio, siccome mette in pericolo la vita o l’integrità delle
persone. Il Pubblico ministero è obbligato a prevedere un ventaglio di reati
che vada dai più gravi a quelli meno gravi. E questo ventaglio, nel caso
concreto di Crans-Montana, comprende anche il reato intenzionale per dolo eventuale.
Toccherà poi al tribunale, in sede di processo, derubricare eventualmente il
reato».
Oggi ci sarebbero
gli estremi per ipotizzare il dolo eventuale?
«Tenendo presente
l’obbligo per il ministero pubblico di considerare tutti gli indizi già emersi,
la mia risposta è affermativa».
La procura
vallesana ha organizzato un team per svolgere le indagini. Basterà o ritiene,
anche a livello politico, che bisognerebbe affidare l’inchiesta a un
procuratore straordinario?
«Trovo positivo
incaricare una squadra e non un unico magistrato, perché entra sicuramente in
linea di conto la necessità di indagare anche a riguardo delle autorità
comunali. E ciò richiede un livello massimo di indipendenza da parte del
Ministero pubblico del Canton Vallese. Parecchi Cantoni applicano altresì il
principio del cosiddetto legittimo sospetto, e in casi analoghi preferiscono
affidare la direzione del procedimento penale a un procuratore straordinario
scelto fra ex procuratori pubblici di altri Cantoni».
Il Comune si è
definito vittima e ha chiesto di potersi costituire parte civile. Questo gli
consentirebbe l’accesso agli atti. Tocca alla Procura decidere. I legali delle
vittime si oppongono. Come valuta questa posizione?
«Confido che il
Pubblico ministero respinga questa richiesta, anzitutto perché il Comune non è
vittima diretta. E secondariamente perché alcuni delle autorità comunali
entrano in linea di conto come potenziali indagati».
Perché, secondo
lei, il Comune ha scelto questa via?
«La costituzione
di parte civile, come dimostra l’atteggiamento durante la conferenza stampa,
rappresenta la classica fuga in avanti di carattere autoprotettivo».
In alternativa,
che cosa poteva fare il Comune?
«Rispondo non
tanto da giurista, quanto da cittadino solidale con le vittime. Il Comune ha
l’obbligo di trasparenza totale, e doveva già pubblicare durante la sua
conferenza stampa il contenuto dell’autorizzazione concessa all’esercizio
pubblico. E anche il contenuto della polizza d’assicurazione (che speriamo
esista) per la copertura antincendio. Inoltre, essendo direttamente coinvolti
nelle omissioni, dal punto di vista politico, come atto di contrizione nei
confronti delle vittime dovrebbero tutti dimissionare immediatamente».
E la
Confederazione, invece?
«Di fronte a un
danno di immagine colossale, dovrebbe creare subito, indipendentemente dai
procedimenti penali in corso, un fondo di 50 milioni di franchi per il
risarcimento immediato delle vittime e garantire la partecipazione gratuita al
procedimento penale».
