La diplomazia della Design Week: «Buoni i rapporti tra Svizzera e Italia, positivo il rientro di Cornado»

«Quando l’arte costruisce ponti». È così che la Svizzera si presenta alla Milano Design Week: parlando di design, artigianato e innovazione, ma facendo emergere soprattutto un tema preciso, quello dei ponti, tra linguaggi, tra saperi, tra territori. E in controluce, inevitabilmente, anche tra due Paesi che negli ultimi mesi hanno dovuto misurarsi con una tensione diplomatica non secondaria, dopo la tragedia di Crans-Montana e il richiamo a Roma a fine gennaio dell’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado, rientrato in Svizzera solo lo scorso 6 aprile. In questo senso, la presenza elvetica a 5VIE – in particolare nella serata inaugurale di martedì 21 aprile alle Cavallerizze di via Olona – con la sala gremita e un’atmosfera di dialogo autentico, finisce per assumere un significato che va oltre il perimetro della Design Week.
L’occasione è l’inaugurazione de L’instabilità necessaria, installazione presentata nell’ambito della collaborazione tra Consolato generale di Svizzera a Milano, 5VIE e Galleria Rossana Orlandi. Al centro ci sono le opere nate dall’incontro tra il designer svizzero Armand Louis, cofondatore di atelier oï e vincitore quest’anno del Gran Premio svizzero del design, e il giovane maestro vetraio muranese Roberto Beltrami. Un dialogo tra Svizzera e Italia che passa dalla materia, dal vetro, dall’idea che ciò che normalmente viene considerato difetto possa diventare principio creativo e linguaggio progettuale.

È proprio su questo incontro che insiste Roberto Balzaretti, ambasciatore di Svizzera a Roma e figura centrale della diplomazia elvetica nei rapporti con l’Italia. «Una serata che ha avuto più livelli di lettura», spiega al Corriere del Ticino. «Anzitutto l’incontro tra due artisti, uno svizzero e uno italiano, con background e capacità diverse, che si trovano a creare insieme oggetti straordinari. Poi abbiamo voluto raccontare la vicinanza culturale tra Svizzera e Italia, soprattutto dal Ticino alla Lombardia, ma anche oltre quel confine tradizionale che tutti conoscono. Inoltre abbiamo mostrato che siamo capaci di andare oltre i cliché e di innovare anche nell’ambito della cultura e della scienza».
Il titolo stesso del progetto – L’instabilità necessaria – richiama una condizione della materia, ma anche una postura verso il presente. «Serate come questa contano», prosegue Balzaretti. «Ci ricordano che cultura, arte e design possono creare spazi di fiducia, aprire dialoghi, mettere in relazione persone, sensibilità e visioni diverse».

Dentro questo quadro torna il nodo dei rapporti bilaterali dopo il «caso Cornado». Non tanto per riaprire la cronaca delle settimane più tese, quanto per chiarire il punto di vista svizzero sulla fase attuale. «Sicuramente questa presenza è importante anche dal punto di vista diplomatico», osserva Balzaretti. «Noi non abbiamo mai cessato di fare cose in Italia, né di lavorare con gli italiani in Svizzera, però la tragedia di Crans-Montana è stata un momento delicato nella relazione tra i due Paesi, perché ha colpito profondamente la gente, non solo in Italia.»
E aggiunge un elemento che riporta la questione su un piano operativo: «Anche in una fase in cui alcune scelte politiche, come il rientro dell’ambasciatore, hanno avuto un peso simbolico, il lavoro tra i due Paesi è continuato. I canali sono rimasti aperti e questo è un dato significativo».
La linea resta quella della continuità, ma senza rimozioni. «Dobbiamo curare questa ferita, stando attenti a fare le cose giuste, nel rispetto delle procedure corrette», prosegue. «Ma al di là di Crans-Montana c’è uno spirito di cooperazione che è rimasto, in ambito economico, scientifico e culturale. Il fatto che la Svizzera e le sue imprese, con il loro savoir-faire in termini di innovazione, sostenibilità e qualità progettuale siano fortemente presenti qui a Milano aiuta anche a mostrare l’attaccamento che abbiamo alle relazioni bilaterali».

Entrando nel merito del lavoro diplomatico quotidiano, Balzaretti insiste su una distinzione netta tra tensione politica e operatività. «Io ho constatato, stando a Roma, che tutto quello che noi volevamo e potevamo fare l’abbiamo fatto», afferma. «Ho continuato a muovermi sul territorio, sono stato in Toscana, in Campania, in Liguria, ho incontrato autorità regionali, ho avuto contatti con i ministeri per altri dossier. Non c’è mai stato un blocco reale degli scambi o delle attività. Questo perché Svizzera e Italia restano partner fondamentali l’una per l’altra».
Allo stesso tempo, l’ambasciatore non attenua il peso umano della vicenda. «Non si può pensare che una tragedia come quella di Crans-Montana sparisca così. Le famiglie che hanno perso un proprio caro porteranno questa ferita per sempre. Ci sono persone ferite che dovranno convivere a lungo con conseguenze importanti. Questo resta e deve restare al centro della nostra attenzione».
È in questa coesistenza tra continuità dei rapporti e profondità della ferita che il tema dei ponti assume un significato concreto. Non una formula, ma una pratica. «Costruire ponti significa anche questo. Non negare le difficoltà, ma continuare a lavorare perché il dialogo non si interrompa».

Lo stesso principio guida In Cammino con la Svizzera, il progetto che nei prossimi due anni porterà l’ambasciatore in tutte e venti le regioni italiane. «Milano e la Lombardia sono una tappa importante di questo percorso», spiega. «L’idea è quella di uscire dai contesti più istituzionali, incontrare i territori, ascoltare, capire meglio le realtà locali e costruire relazioni che non siano solo formali».
«In un momento come questo, costruire ponti non è quindi solo un’immagine retorica – conclude Balzaretti -. È un lavoro concreto, quotidiano, che passa anche da occasioni come questa, dal mettere insieme persone e competenze diverse e continuare a dialogare».
