Sotto la lente

«La Svizzera si sta attrezzando per far fronte alla minaccia»

L’intervista a Mauro Gilli, professore di strategia e tecnologia militare alla Hertie School di Berlino
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Giona Carcano
03.07.2026 06:00

L’avvistamento di droni in formazione sopra un’infrastruttura militare svizzera inquieta Berna. Uno dei casi più eclatanti era accaduto a Meiringen nel 2025. Nelle scorse settimane, secondo quanto riferito dal capo dell’esercito, si è verificato un nuovo episodio e altri potrebbero già essersi verificati.

Qual è la sua lettura della situazione? 
«Essendo velivoli non identificati, è ancora presto per dare una risposta certa. Al momento non è possibile risalire agli autori materiali sia diretti, sia indiretti. Per dire: si tratta di ragazzini che hanno pensato bene di fare una bravata oppure persone reclutate su canali social, come avvenuto in Francia negli scorsi anni? Al momento, il caso svizzero è ancora nel campo delle ipotesi. Tuttavia, non si può certo escludere che ci possano essere intenzioni malevoli dietro l’episodio. Penso allo spionaggio, al voler mandare un segnale fino all’interferire con le operazioni quotidiane».

Che cosa intende per «mandare un segnale»?
«Il segnale può avere significati diversi. Ad esempio quello di voler mostrare che c’è la capacità – da parte del mandante del sorvolo – di creare problemi o disordini. Insomma, è una prova di forza che mostra il potenziale di interferire quando e come si vuole su determinate zone sensibili di un Paese. In inglese c’è un termine per questo tipo di dimostrazione: disrupt. Ossia interrompere o scombussolare il regolare svolgimento di un processo o di un sistema». 

La geolocalizzazione di strutture sensibili potrebbe essere fra i motivi di questi sorvoli?
«Tenderei a escluderlo, perché le basi militari o le infrastrutture strategiche sono già conosciute e mappate. Tuttavia, potrebbe essere utile dettagliarne la disposizione, il perimetro o l’organizzazione a terra. Sapere come sono posizionati gli accessi, ad esempio, o i punti potenzialmente vulnerabili».

È possibile risalire agli autori?
«È molto difficile. In Francia, come dicevo in precedenza, sono stati reclutati giovani via Telegram ai quali sono stati promessi dei soldi per svolgere attività di questo tipo. E anche qualora le autorità svizzere venissero a conoscenza degli autori materiali, sarebbe comunque difficile intraprendere delle azioni. I piccoli droni, quelli comunemente in commercio, non possono essere utilizzati per provocare danni da esplosivo. Sono droni a basso costo dotati di sensori ottici, come videocamere. Ed è molto difficile adottare contromisure per velivoli così piccoli. Per farlo, bisognerebbe interferire con il segnale radio che li guida. Significherebbe quindi mandare segnali di disturbo calibrati sulla stessa frequenza. È possibile farlo, non c’è nulla di particolarmente complesso e le forze armate già dispongono di queste apparecchiature. Però bisognerebbe averle in loco, nelle basi stesse. E questo comporta potenziali problemi, perché si dovrebbero interrompere tutte le attività dell’infrastruttura per qualche ora. Si eliminerebbe la minaccia, ma le attività dovrebbero essere sospese per un tempo prolungato. Questo scenario si è verificato in alcuni aeroporti europei lo scorso autunno». 

Dalla guerra in Ucraina, molti eserciti stanno imparando molto sulla fabbricazione e sull’utilizzo dei droni. Ritiene che le forze armate svizzere siano adeguatamente preparate per questo tipo di minacce?
«In generale, l’esercito svizzero e alcune aziende private si stanno attivando per affrontare questo tipo di minaccia. La Confederazione non sta aspettando il problema, ma lo sta affrontando anche grazie all’appoggio di esperti».

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