«La Svizzera si sta attrezzando per far fronte alla minaccia»

L’avvistamento di droni in formazione sopra un’infrastruttura militare svizzera inquieta Berna. Uno dei casi più eclatanti era accaduto a Meiringen nel 2025. Nelle scorse settimane, secondo quanto riferito dal capo dell’esercito, si è verificato un nuovo episodio e altri potrebbero già essersi verificati.
Qual è la sua
lettura della situazione?
«Essendo velivoli
non identificati, è ancora presto per dare una risposta certa. Al momento non è
possibile risalire agli autori materiali sia diretti, sia indiretti. Per dire:
si tratta di ragazzini che hanno pensato bene di fare una bravata oppure
persone reclutate su canali social, come avvenuto in Francia negli scorsi anni?
Al momento, il caso svizzero è ancora nel campo delle ipotesi. Tuttavia, non si
può certo escludere che ci possano essere intenzioni malevoli dietro
l’episodio. Penso allo spionaggio, al voler mandare un segnale fino
all’interferire con le operazioni quotidiane».
Che cosa intende
per «mandare un segnale»?
«Il segnale può
avere significati diversi. Ad esempio quello di voler mostrare che c’è la
capacità – da parte del mandante del sorvolo – di creare problemi o disordini.
Insomma, è una prova di forza che mostra il potenziale di interferire quando e
come si vuole su determinate zone sensibili di un Paese. In inglese c’è un
termine per questo tipo di dimostrazione: disrupt. Ossia interrompere o
scombussolare il regolare svolgimento di un processo o di un sistema».
La
geolocalizzazione di strutture sensibili potrebbe essere fra i motivi di questi
sorvoli?
«Tenderei a
escluderlo, perché le basi militari o le infrastrutture strategiche sono già
conosciute e mappate. Tuttavia, potrebbe essere utile dettagliarne la
disposizione, il perimetro o l’organizzazione a terra. Sapere come sono
posizionati gli accessi, ad esempio, o i punti potenzialmente vulnerabili».
È possibile
risalire agli autori?
«È molto
difficile. In Francia, come dicevo in precedenza, sono stati reclutati giovani
via Telegram ai quali sono stati promessi dei soldi per svolgere attività di
questo tipo. E anche qualora le autorità svizzere venissero a conoscenza degli
autori materiali, sarebbe comunque difficile intraprendere delle azioni. I
piccoli droni, quelli comunemente in commercio, non possono essere utilizzati
per provocare danni da esplosivo. Sono droni a basso costo dotati di sensori
ottici, come videocamere. Ed è molto difficile adottare contromisure per
velivoli così piccoli. Per farlo, bisognerebbe interferire con il segnale radio
che li guida. Significherebbe quindi mandare segnali di disturbo calibrati
sulla stessa frequenza. È possibile farlo, non c’è nulla di particolarmente
complesso e le forze armate già dispongono di queste apparecchiature. Però
bisognerebbe averle in loco, nelle basi stesse. E questo comporta potenziali
problemi, perché si dovrebbero interrompere tutte le attività
dell’infrastruttura per qualche ora. Si eliminerebbe la minaccia, ma le attività
dovrebbero essere sospese per un tempo prolungato. Questo scenario si è
verificato in alcuni aeroporti europei lo scorso autunno».
Dalla guerra in
Ucraina, molti eserciti stanno imparando molto sulla fabbricazione e
sull’utilizzo dei droni. Ritiene che le forze armate svizzere siano
adeguatamente preparate per questo tipo di minacce?
«In generale,
l’esercito svizzero e alcune aziende private si stanno attivando per affrontare
questo tipo di minaccia. La Confederazione non sta aspettando il problema, ma
lo sta affrontando anche grazie all’appoggio di esperti».

