Il caso

«Licenziamento abusivo alla Posta: il Consiglio federale deve agire»

Syndicom e USS chiedono una miglior tutela per lavoratrici e lavoratori: «Ancora più vergognoso quando il datore di lavoro è un'azienda della Confederazione»
©Gabriele Putzu
Red. Online
12.04.2023 13:55

Un caso «vergognoso». Così syndicom e USS descrivono, in un comunicato, il licenziamento alla Posta Svizzera SA di una giovane donna e madre, licenziamento avvenuto nel 2017. «È stato abusivo, come confermato dai tribunali ticinesi (in prima e seconda istanza)», sottolinea syndicom. «Nonostante le clausole in tal senso contenute nel contratto collettivo di lavoro della Posta, il datore di lavoro non è tenuto a reintegrare la donna. Questo esempio del Canton Ticino conferma la debolezza della tutela contro il licenziamento in Svizzera. Le lacune sono enormi, tanto che la Svizzera è persino sulla lista nera dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) per questo motivo. È vergognoso! Ed è ancora più vergognoso quando il datore di lavoro è un’azienda della Confederazione come la Posta». Il Consiglio federale — evidenziano dunque syndicom e USS — «deve perciò agire».

La storia

Il comunicato riporta le parole della ex dipendente: «La mia battaglia è iniziata nel 2016 quando ho chiesto al mio responsabile di organizzare i giri di recapito per poter terminare il lavoro alle 12:30 e andare a prendere la mia bambina all’asilo nido. Lavorando al 60% e iniziando alle 7:00 del mattino potevo tranquillamente svolgere le ore previste dal contratto. A livello organizzativo non vi erano problemi in quanto nel recapito lettere non ci sono orari fissi, ma alla Posta non andava bene perché voleva il massimo della flessibilità. Ho continuato a insistere perché ritenevo questo punto importante non solo per me, ma per tutte le donne».

A raccontare la sua storia con una lettera è la postina ticinese che negli scorsi anni si è battuta per conciliare famiglia e lavoro. «La Posta non ha voluto accontentare le sue richieste per evitare di creare un precedente. E così la giovane donna e madre è stata licenziata. A nulla sono servite le lettere scritte alla direttrice della Posta di allora, Susanne Ruoff, o le azioni organizzate dal sindacato syndicom», continua il comunicato.

Le donne colpite ancora una volta

Il licenziamento è stato abusivo, come confermato dai tribunali ticinesi (in prima e seconda istanza). E la postina ticinese ha chiesto il reintegro. Ma, nonostante le clausole in tal senso contenute nel contratto collettivo di lavoro della Posta, il datore di lavoro non è tenuto a reintegrare la donna. «Il fatto che questo licenziamento ingiusto sia avvenuto in Posta, un’azienda che appartiene alla Confederazione, è molto preoccupante», ha fatto notare il segretario regionale di syndicom Marco Forte. «Pensiamo che la lotta che ha intrapreso la postina per i suoi diritti non debba cadere nel nulla, anzi deve rappresentare un punto di partenza per modificare la legge che oggi non tutela chi si batte per i propri diritti e quelli dei propri colleghi e colleghe». «Le donne dell’USS-TI erano, sono e rimarranno al fianco di questa postina che si è battuta e continua a battersi per i propri diritti. Ci batteremo con lei e con tutti gli altri lavoratori e lavoratrici fino a che queste ingiustizie cesseranno di avvenire e fino a quando non si concretizzerà l’iniziativa contro i licenziamenti senza giusta causa su cui l’USS sta lavorando e che ben presto vedrà la luce» ha aggiunto Chiara Landi presidente donne USS Ticino e Moesa.

Tocca al Consiglio federale colmare le lacune

«Le carenze della legge svizzera (Codice delle Obbligazioni) in materia di tutela contro il licenziamento», conclude il comunicato, «sono molteplici. Innanzitutto, le sanzioni (massimo sei mesi di salario per licenziamento antisindacale) non costituiscono un deterrente per il datore di lavoro né hanno carattere riparatorio. Inoltre, il Codice delle Obbligazioni non prevede il reintegro o la nullità del licenziamento. Alcuni contratti collettivi prevedono dei paletti e delle protezioni a uno stadio embrionale, che però risultano essere insufficienti. Anche perché la maggior parte dei salariati in Svizzera non è coperta da contratti collettivi. Da tempo, perciò, l’USS rivendica una modifica del Codice delle Obbligazioni per porre rimedio e rispettare così le convenzioni stabilite dall'Organizzazione internazionale del lavoro. Per questo, syndicom e USS chiedono che la sanzione per gli abusi sia aumentata ad almeno 24 mesi di salario. Infine, il giudice deve poter ordinare il reintegro se il lavoratore lo desidera. Tocca al Consiglio federale l’obbligo di far rispettare i trattati internazionali ratificati dalla Svizzera. Non proteggendo le sindacaliste da licenziamenti abusivi, la Svizzera viola infatti le Convenzioni dell'OIL, che ha già inserito il nostro Paese nella lista nera».