L'intervista

«L'iniziativa potrebbe aggravare i problemi nelle regioni di confine»

Lunga chiacchierata con il consigliere federale e capo del Dipartimento federale di giustizia e polizia Beat Jans sulla proposta dell'UDC «No a una Svizzera da 10 milioni!» - «Non si tratta di sapere esattamente quanti siamo, ma di quanto siamo lungimiranti nel pianificare, costruire e organizzarci»
KEYSTONE/Alessandro della Valle
Luca Faranda
22.05.2026 06:00

Il problema dell’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni!»? «È la sua impazienza». Parole del consigliere federale Beat Jans, che al Corriere del Ticino spiega le ragioni del Governo, i rischi per il Ticino e risponde alle accuse di Norman Gobbi.

Quanti milioni di persone può accogliere la Svizzera?
«Non si tratta di sapere esattamente quanti siamo, ma di quanto siamo lungimiranti nel pianificare, costruire e organizzarci. La nostra Svizzera può accogliere tutta l’immigrazione necessaria per il benessere di tutti. In concreto, ciò significa che l’immigrazione è necessaria affinché arrivi una dottoressa quando siete ricoverati in ospedale e suonate il campanello. Affinché un capocantiere si presenti con i suoi operai quando la strada davanti a casa vostra deve essere riparata. Affinché sulla scrivania di un imprenditore arrivino ancora delle candidature quando cerca disperatamente un profilo specializzato. Un tetto massimo rigido alla popolazione, come richiesto dall’iniziativa, è irrealistico. Mette a repentaglio il funzionamento della Svizzera».

I promotori dell’iniziativa criticano il sovraffollamento, le infrastrutture al limite, gli affitti troppo alti. Quali risposte concrete dà il Governo a questi problemi?
«Il Consiglio federale prende sul serio queste sfide e le affronta con un approccio orientato alle soluzioni. Investiamo ogni anno miliardi nelle nostre infrastrutture di trasporto - in strade, binari e stazioni. In questo modo creiamo spazio proprio dove serve. Inoltre, favoriamo la costruzione di alloggi a prezzi accessibili e destiniamo maggiori fondi a questo scopo. Un tetto massimo rigido alla popolazione, invece, non risolve nessuno di questi problemi. L’iniziativa dell’UDC non fa calare gli affitti e non libera posti sui treni».

Le misure proposte finora dal Consiglio federale non sono troppo blande per contrastare efficacemente l’iniziativa?
«Al contrario, il Consiglio federale affronta le sfide poste dalla crescita demografica in modo mirato e pragmatico. Inoltre, con la clausola di salvaguardia (negoziata nell’ambito degli accordi con l’UE, ndr), disponiamo di una soluzione concreta nel caso in cui l’immigrazione dall’UE dovesse causare problemi gravi. Ciò ci consente di gestire l’immigrazione in modo mirato, senza mettere a repentaglio i nostri accordi più importanti con l’UE. Inoltre, il Consiglio federale ha deciso, insieme alle parti sociali, misure concrete per sfruttare meglio il potenziale interno. I lavoratori anziani, le donne e i rifugiati dovrebbero poter trovare un impiego in modo più mirato ed efficace».

La clausola di salvaguardia negoziata con l’UE, che può essere attivata solo in caso di gravi problemi economici o sociali, può davvero essere considerata una risposta all’iniziativa dell’UDC?
«Sì. Con questa clausola di salvaguardia, negoziata nell’ambito degli Accordi bilaterali III, disponiamo di uno strumento concreto ed efficace. Se l’immigrazione proveniente dall’area UE causerà problemi gravi, potremo limitarla in modo mirato. In futuro potremo persino adottare misure di protezione in modo autonomo. La differenza fondamentale rispetto all’iniziativa sta proprio qui: con la clausola di salvaguardia possiamo regolare l’immigrazione senza mettere a repentaglio la via bilaterale».

Quali misure bisognerebbe adottare per evitare di arrivare a disdire l’Accordo sulla libera circolazione delle persone?
«Dovremmo frenare immediatamente e drasticamente l’immigrazione. Ciò richiederebbe misure che danneggerebbero in modo diretto la nostra economia. Non dobbiamo dimenticare che la maggior parte degli immigrati arriva in Svizzera per occupare un posto di lavoro vacante e per lavorare qui. Se l’economia rallenta, arrivano anche meno lavoratori qualificati - come possiamo osservare in Germania in questo momento. E chi pensa di poter raggiungere l’obiettivo attraverso il sistema di asilo si sbaglia. I numeri nel settore dell’asilo sono troppo esigui rispetto all’immigrazione complessiva. Con le sole restrizioni in materia di asilo non è possibile raggiungere gli obiettivi rigidi dell’iniziativa».

Con le sole restrizioni in materia di asilo, non è possibile raggiungere gli obiettivi dell'iniziativa

Nello scenario di riferimento dell’Ufficio federale di statistica, il tetto dei 10 milioni verrebbe superato nel 2041, nello «scenario alto», già nel 2033. La Svizzera sta crescendo troppo in fretta?
«La Svizzera cresce perché prospera e ha successo dal punto di vista economico. Il nostro Paese cresce troppo rapidamente solo quando le nostre infrastrutture non riescono a tenere il passo di questa crescita. Per questo interveniamo in questo ambito e investiamo con lungimiranza, invece di soffocare la nostra economia».

Lo «scenario basso» dell’UST, con una crescita più moderata dell’immigrazione, prevede invece che non si superi mai la soglia dei 10 milioni di abitanti. Tale scenario è davvero irraggiungibile?
«La maggior parte dei demografi ritiene che la popolazione non continuerà semplicemente a crescere all’infinito. A partire dal 2035 circa, il tasso di mortalità in Svizzera supererà quello di natalità. E a quel punto la Svizzera potrebbe addirittura registrare un calo demografico. Il problema dell’iniziativa è la sua impazienza. Ci costringe ad adottare misure premature che aggravano la carenza di manodopera qualificata e limitano la nostra qualità di vita: proprio nei prossimi 10 anni, quando la generazione del baby boom andrà in pensione. E quasi il doppio delle persone lascerà il mercato del lavoro rispetto ai giovani – formati qui – che vi entreranno. Proprio in questo periodo, in cui i posti vacanti crescono in modo particolarmente rapido, con questa iniziativa saremmo costretti a limitare fortemente l’accesso al mercato del lavoro svizzero».

Per i contrari, il sì all’iniziativa aggraverebbe ulteriormente la penuria di manodopera. Come è possibile che dopo decenni di libera circolazione delle persone e un aumento dell’immigrazione, ancora non abbiamo colmato questa carenza?
«L’economia non è un sistema statico. Cresce, si evolve e con essa aumenta anche la domanda di manodopera. A ciò si aggiunge il profondo cambiamento demografico che stiamo vivendo: già dal 2020 in Svizzera il numero di pensionamenti supera quello delle nuove assunzioni. Allo stesso tempo, fortunatamente, la popolazione svizzera sta invecchiando sempre di più. Ciò significa però anche che abbiamo bisogno di maggiore assistenza medica e di cura. Senza manodopera proveniente dall’estero, avremmo una grave carenza di personale qualificato praticamente in ogni settore. I nostri cantieri si fermerebbero, dovremmo chiudere ospedali e case di cura».

Secondo un’analisi della NZZ, il numero di infermieri e medici rappresenta attualmente solo una piccola parte dell’immigrazione. Non è esagerato parlare di un settore sanitario a rischio?
«I numeri parlano chiaro: il 50% dei nostri medici di base ha già 55 anni o più. Le nuove leve nazionali non riescono semplicemente a sostituirli. Il fabbisogno di personale nel settore sanitario è immenso. Solo nelle case di riposo, nei prossimi cinque anni crescerà del 26%. L’Ospedale universitario di Basilea, ad esempio, deve assumere ogni anno mille persone per poter mantenere la propria attività. Senza il personale proveniente dall’UE, dovremmo ridurre il numero di posti letto e chiudere case di cura e ospedali. Per questo lo dico con tutta chiarezza: l’iniziativa può mettere a rischio la vostra salute».

Stando all’UDC, potrebbero comunque immigrare fino a 40 mila persone ogni anno. Non sono sufficienti per garantire i bisogni dell’economia?
«No, non è sufficiente. Abbiamo bisogno di molto più personale, perché le generazioni del baby boom stanno andando in pensione. Inoltre, anche con 40 mila immigrati all’anno, prima o poi raggiungeremo il tetto massimo di 10 milioni - e a quel punto, secondo l’iniziativa, si chiuderà tutto. Saremo praticamente una sorta di “parcheggio al completo”. A ciò si aggiunge un problema pratico: con contingenti rigidi, concretamente sul mercato del lavoro non c’è un afflusso sufficiente di manodopera per tutte le imprese. Ciò porta inevitabilmente a lotte burocratiche per la distribuzione tra settori, cantoni e regioni. Chi si assicura il medico, chi l’ingegnere? Vogliamo risparmiare tutto questo alla Svizzera».

Un tetto rigido al numero di immigrati è la risposta sbagliata alle sfide reali

Il consigliere di Stato Norman Gobbi ritiene che la sua sia una «comunicazione fortemente ideologica, ma debole dal punto di vista argomentativo» e che si basi su slogan catastrofisti. Una campagna dai toni eccessivamente allarmistici non è controproducente?
«Gobbi cita anche notizie dei media secondo cui sarei stato richiamato in seno al Consiglio federale e la Commissione della gestione starebbe conducendo un’indagine. Mi stupisco sempre di quanto a lungo queste fake news rimangano nell’opinione pubblica. E per quanto riguarda la comunicazione: se c’è qualcosa di controproducente, è proprio l’iniziativa! È mio dovere, in qualità di consigliere federale, informare la popolazione in modo trasparente sulle reali conseguenze del testo dell’iniziativa. Se mettiamo a repentaglio la via bilaterale, sono in gioco il benessere, la competitività della nostra economia e la sicurezza del nostro Paese. Questa è la posizione dell’intero Consiglio federale. Per questo anche il presidente della Confederazione Guy Parmelin e la consigliera federale Karin Keller-Sutter si sono espressi contro l’iniziativa. Un tetto rigido al numero di immigrati è la risposta sbagliata alle sfide reali. In questi tempi già di per sé incerti, crea un rischio aggiuntivo per la Svizzera».

Dall’introduzione della libera circolazione delle persone, il numero di frontalieri in Ticino è aumentato significativamente. Quali sono i rimedi del Consiglio federale agli effetti negativi di questo incremento, come il dumping salariale e le infrastrutture sotto pressione?
«In Svizzera tuteliamo i lavoratori e le lavoratrici dal dumping salariale e sociale con le misure di accompagnamento. Queste misure verrebbero meno se dovessimo denunciare l’Accordo sulla libera circolazione delle persone. L’iniziativa indebolisce quindi anche la tutela dei lavoratori. Grazie agli investimenti miliardari nelle ferrovie e nelle strade, alleggeriamo il carico sulle nostre infrastrutture e creiamo spazio, anche in Ticino. L’iniziativa potrebbe addirittura aggravare i problemi nelle regioni di confine: se i lavoratori qualificati stranieri non potessero più stabilirsi in Svizzera, le aziende potrebbero ricorrere ancora di più ai frontalieri. Ciò significa ancora più persone che attraversano quotidianamente il confine in auto e in treno. Ancora più ingorghi, quindi, anche nel canton Ticino».

I contrari indicano che con il sì all’iniziativa, la partecipazione al sistema Schengen/Dublino sarebbe a rischio. E non solo i Bilaterali I. Bruxelles, in caso di denuncia dell’ALC, avrebbe davvero intenzione di far crollare tutta l’impalcatura, compresi i Bilaterali II?
«È vero, negli Accordi bilaterali II non esiste formalmente una clausola “ghigliottina”. Ma esiste un chiaro nesso politico. L’UE - la Commissione e gli Stati membri - ha più volte sottolineato di vedere un nesso tra gli Accordi bilaterali I e la partecipazione della Svizzera a Schengen/Dublino. Ad esempio, dopo l’approvazione dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa nel 2014. Per questo motivo, ogni attacco frontale alla libera circolazione delle persone mette di fatto a rischio anche la nostra cooperazione nell’ambito di Schengen e Dublino».

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