«L'iniziativa potrebbe aggravare i problemi nelle regioni di confine»

Il problema dell’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni!»? «È la sua impazienza». Parole del consigliere federale Beat Jans, che al Corriere del Ticino spiega le ragioni del Governo, i rischi per il Ticino e risponde alle accuse di Norman Gobbi.
Quanti milioni di
persone può accogliere la Svizzera?
«Non si tratta di sapere
esattamente quanti siamo, ma di quanto siamo lungimiranti nel pianificare,
costruire e organizzarci. La nostra Svizzera può accogliere tutta
l’immigrazione necessaria per il benessere di tutti. In concreto, ciò significa
che l’immigrazione è necessaria affinché arrivi una dottoressa quando siete
ricoverati in ospedale e suonate il campanello. Affinché un capocantiere si
presenti con i suoi operai quando la strada davanti a casa vostra deve essere
riparata. Affinché sulla scrivania di un imprenditore arrivino ancora delle
candidature quando cerca disperatamente un profilo specializzato. Un tetto
massimo rigido alla popolazione, come richiesto dall’iniziativa, è
irrealistico. Mette a repentaglio il funzionamento della Svizzera».
I promotori
dell’iniziativa criticano il sovraffollamento, le infrastrutture al limite, gli
affitti troppo alti. Quali risposte concrete dà il Governo a questi problemi?
«Il Consiglio federale
prende sul serio queste sfide e le affronta con un approccio orientato alle
soluzioni. Investiamo ogni anno miliardi nelle nostre infrastrutture di
trasporto - in strade, binari e stazioni. In questo modo creiamo spazio proprio
dove serve. Inoltre, favoriamo la costruzione di alloggi a prezzi accessibili e
destiniamo maggiori fondi a questo scopo. Un tetto massimo rigido alla
popolazione, invece, non risolve nessuno di questi problemi. L’iniziativa
dell’UDC non fa calare gli affitti e non libera posti sui treni».
Le misure proposte
finora dal Consiglio federale non sono troppo blande per contrastare
efficacemente l’iniziativa?
«Al contrario, il
Consiglio federale affronta le sfide poste dalla crescita demografica in modo
mirato e pragmatico. Inoltre, con la clausola di salvaguardia (negoziata
nell’ambito degli accordi con l’UE, ndr), disponiamo di una soluzione concreta
nel caso in cui l’immigrazione dall’UE dovesse causare problemi gravi. Ciò ci
consente di gestire l’immigrazione in modo mirato, senza mettere a repentaglio
i nostri accordi più importanti con l’UE. Inoltre, il Consiglio federale ha
deciso, insieme alle parti sociali, misure concrete per sfruttare meglio il
potenziale interno. I lavoratori anziani, le donne e i rifugiati dovrebbero
poter trovare un impiego in modo più mirato ed efficace».
La clausola di
salvaguardia negoziata con l’UE, che può essere attivata solo in caso di gravi
problemi economici o sociali, può davvero essere considerata una risposta
all’iniziativa dell’UDC?
«Sì. Con questa clausola
di salvaguardia, negoziata nell’ambito degli Accordi bilaterali III, disponiamo
di uno strumento concreto ed efficace. Se l’immigrazione proveniente dall’area
UE causerà problemi gravi, potremo limitarla in modo mirato. In futuro potremo
persino adottare misure di protezione in modo autonomo. La differenza
fondamentale rispetto all’iniziativa sta proprio qui: con la clausola di
salvaguardia possiamo regolare l’immigrazione senza mettere a repentaglio la
via bilaterale».
Quali misure
bisognerebbe adottare per evitare di arrivare a disdire l’Accordo sulla libera
circolazione delle persone?
«Dovremmo frenare
immediatamente e drasticamente l’immigrazione. Ciò richiederebbe misure che
danneggerebbero in modo diretto la nostra economia. Non dobbiamo dimenticare
che la maggior parte degli immigrati arriva in Svizzera per occupare un posto
di lavoro vacante e per lavorare qui. Se l’economia rallenta, arrivano anche
meno lavoratori qualificati - come possiamo osservare in Germania in questo
momento. E chi pensa di poter raggiungere l’obiettivo attraverso il sistema di
asilo si sbaglia. I numeri nel settore dell’asilo sono troppo esigui rispetto
all’immigrazione complessiva. Con le sole restrizioni in materia di asilo non è
possibile raggiungere gli obiettivi rigidi dell’iniziativa».
Nello scenario di
riferimento dell’Ufficio federale di statistica, il tetto dei 10 milioni
verrebbe superato nel 2041, nello «scenario alto», già nel 2033. La Svizzera
sta crescendo troppo in fretta?
«La Svizzera cresce
perché prospera e ha successo dal punto di vista economico. Il nostro Paese
cresce troppo rapidamente solo quando le nostre infrastrutture non riescono a
tenere il passo di questa crescita. Per questo interveniamo in questo ambito e
investiamo con lungimiranza, invece di soffocare la nostra economia».
Lo «scenario basso»
dell’UST, con una crescita più moderata dell’immigrazione, prevede invece che
non si superi mai la soglia dei 10 milioni di abitanti. Tale scenario è davvero
irraggiungibile?
«La maggior parte dei
demografi ritiene che la popolazione non continuerà semplicemente a crescere
all’infinito. A partire dal 2035 circa, il tasso di mortalità in Svizzera
supererà quello di natalità. E a quel punto la Svizzera potrebbe addirittura
registrare un calo demografico. Il problema dell’iniziativa è la sua
impazienza. Ci costringe ad adottare misure premature che aggravano la carenza
di manodopera qualificata e limitano la nostra qualità di vita: proprio nei
prossimi 10 anni, quando la generazione del baby boom andrà in pensione. E
quasi il doppio delle persone lascerà il mercato del lavoro rispetto ai giovani
– formati qui – che vi entreranno. Proprio in questo periodo, in cui i posti
vacanti crescono in modo particolarmente rapido, con questa iniziativa saremmo
costretti a limitare fortemente l’accesso al mercato del lavoro svizzero».
Per i contrari, il sì
all’iniziativa aggraverebbe ulteriormente la penuria di manodopera. Come è
possibile che dopo decenni di libera circolazione delle persone e un aumento
dell’immigrazione, ancora non abbiamo colmato questa carenza?
«L’economia non è un
sistema statico. Cresce, si evolve e con essa aumenta anche la domanda di
manodopera. A ciò si aggiunge il profondo cambiamento demografico che stiamo
vivendo: già dal 2020 in Svizzera il numero di pensionamenti supera quello
delle nuove assunzioni. Allo stesso tempo, fortunatamente, la popolazione
svizzera sta invecchiando sempre di più. Ciò significa però anche che abbiamo
bisogno di maggiore assistenza medica e di cura. Senza manodopera proveniente
dall’estero, avremmo una grave carenza di personale qualificato praticamente in
ogni settore. I nostri cantieri si fermerebbero, dovremmo chiudere ospedali e
case di cura».
Secondo un’analisi della
NZZ, il numero di infermieri e medici rappresenta attualmente solo una piccola
parte dell’immigrazione. Non è esagerato parlare di un settore sanitario a
rischio?
«I numeri parlano
chiaro: il 50% dei nostri medici di base ha già 55 anni o più. Le nuove leve
nazionali non riescono semplicemente a sostituirli. Il fabbisogno di personale
nel settore sanitario è immenso. Solo nelle case di riposo, nei prossimi cinque
anni crescerà del 26%. L’Ospedale universitario di Basilea, ad esempio, deve
assumere ogni anno mille persone per poter mantenere la propria attività. Senza
il personale proveniente dall’UE, dovremmo ridurre il numero di posti letto e
chiudere case di cura e ospedali. Per questo lo dico con tutta chiarezza:
l’iniziativa può mettere a rischio la vostra salute».
Stando all’UDC,
potrebbero comunque immigrare fino a 40 mila persone ogni anno. Non sono
sufficienti per garantire i bisogni dell’economia?
«No, non è sufficiente.
Abbiamo bisogno di molto più personale, perché le generazioni del baby boom
stanno andando in pensione. Inoltre, anche con 40 mila immigrati all’anno,
prima o poi raggiungeremo il tetto massimo di 10 milioni - e a quel punto, secondo
l’iniziativa, si chiuderà tutto. Saremo praticamente una sorta di “parcheggio
al completo”. A ciò si aggiunge un problema pratico: con contingenti rigidi,
concretamente sul mercato del lavoro non c’è un afflusso sufficiente di
manodopera per tutte le imprese. Ciò porta inevitabilmente a lotte burocratiche
per la distribuzione tra settori, cantoni e regioni. Chi si assicura il medico,
chi l’ingegnere? Vogliamo risparmiare tutto questo alla Svizzera».
Il consigliere di Stato Norman Gobbi ritiene che la sua sia una «comunicazione fortemente ideologica, ma debole dal punto di vista argomentativo» e che si basi su slogan catastrofisti. Una campagna dai toni
eccessivamente allarmistici non è controproducente?
«Gobbi cita anche
notizie dei media secondo cui sarei stato richiamato in seno al Consiglio
federale e la Commissione della gestione starebbe conducendo un’indagine. Mi
stupisco sempre di quanto a lungo queste fake news rimangano nell’opinione
pubblica. E per quanto riguarda la comunicazione: se c’è qualcosa di
controproducente, è proprio l’iniziativa! È mio dovere, in qualità di
consigliere federale, informare la popolazione in modo trasparente sulle reali
conseguenze del testo dell’iniziativa. Se mettiamo a repentaglio la via
bilaterale, sono in gioco il benessere, la competitività della nostra economia
e la sicurezza del nostro Paese. Questa è la posizione dell’intero Consiglio
federale. Per questo anche il presidente della Confederazione Guy Parmelin e la
consigliera federale Karin Keller-Sutter si sono espressi contro l’iniziativa.
Un tetto rigido al numero di immigrati è la risposta sbagliata alle sfide
reali. In questi tempi già di per sé incerti, crea un rischio aggiuntivo per la
Svizzera».
Dall’introduzione della
libera circolazione delle persone, il numero di frontalieri in Ticino è
aumentato significativamente. Quali sono i rimedi del Consiglio federale agli
effetti negativi di questo incremento, come il dumping salariale e le
infrastrutture sotto pressione?
«In Svizzera tuteliamo i
lavoratori e le lavoratrici dal dumping salariale e sociale con le misure di
accompagnamento. Queste misure verrebbero meno se dovessimo denunciare
l’Accordo sulla libera circolazione delle persone. L’iniziativa indebolisce
quindi anche la tutela dei lavoratori. Grazie agli investimenti miliardari
nelle ferrovie e nelle strade, alleggeriamo il carico sulle nostre
infrastrutture e creiamo spazio, anche in Ticino. L’iniziativa potrebbe
addirittura aggravare i problemi nelle regioni di confine: se i lavoratori
qualificati stranieri non potessero più stabilirsi in Svizzera, le aziende
potrebbero ricorrere ancora di più ai frontalieri. Ciò significa ancora più
persone che attraversano quotidianamente il confine in auto e in treno. Ancora
più ingorghi, quindi, anche nel canton Ticino».
I contrari indicano che
con il sì all’iniziativa, la partecipazione al sistema Schengen/Dublino sarebbe
a rischio. E non solo i Bilaterali I. Bruxelles, in caso di denuncia dell’ALC,
avrebbe davvero intenzione di far crollare tutta l’impalcatura, compresi i
Bilaterali II?
«È vero, negli Accordi
bilaterali II non esiste formalmente una clausola “ghigliottina”. Ma esiste un
chiaro nesso politico. L’UE - la Commissione e gli Stati membri - ha più volte
sottolineato di vedere un nesso tra gli Accordi bilaterali I e la partecipazione
della Svizzera a Schengen/Dublino. Ad esempio, dopo l’approvazione
dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa nel 2014. Per questo motivo,
ogni attacco frontale alla libera circolazione delle persone mette di fatto a
rischio anche la nostra cooperazione nell’ambito di Schengen e Dublino».
