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L'opinione

Jans, le emozioni e la Svizzera reale

Il consigliere federale rappresenta bene una certa debolezza della sinistra governativa contemporanea: molto rapida nel dare lezioni morali, ma meno capace di confrontarsi pragmaticamente con le preoccupazioni concrete della popolazione
Norman Gobbi
Norman Gobbi
19.05.2026 06:00

Il dibattito sull’iniziativa popolare «No a una Svizzera da 10 milioni! (Iniziativa per la sostenibilità)» sta mostrando, ancora una volta, il limite politico più evidente del consigliere federale socialista Beat Jans: una comunicazione fortemente ideologica, ma fragile sul piano argomentativo.

Negli ultimi mesi Jans si è posto in prima linea nella campagna contro l’iniziativa, definendola «estrema» e sostenendo che metterebbe in pericolo la via bilaterale, la sicurezza interna e persino la tradizione umanitaria della Svizzera. Tuttavia, proprio l’intensità della sua esposizione mediatica ha alimentato critiche crescenti nella Svizzera tedesca, non solo da ambienti UDC, ma anche da osservatori che giudicano il suo approccio troppo emotivo e poco istituzionale.

Il problema non è che un consigliere federale difenda la posizione del Governo: questo rientra nel suo ruolo. Il punto è il modo in cui Jans lo fa. Invece di affrontare nel merito le preoccupazioni di molti cittadini - pressione sugli alloggi, infrastrutture congestionate, crescita demografica accelerata, aumento dei costi sociali e percezione di perdita di controllo migratorio - il ministro socialista sembra rifugiarsi in slogan catastrofisti: «crollo dei bilaterali», «danno umanitario», «isolamento internazionale». Con tanto di accenni perfino all’accordo di Schengen dinanzi alla Conferenza dei direttori cantonali di giustizia e polizia.

Questa impostazione ha un problema: evita il nodo politico reale. Molti cittadini, infatti, non contestano l’apertura internazionale della Svizzera, ma chiedono limiti, pianificazione e sostenibilità. Liquidare tali preoccupazioni come populismo o estremismo non fa che rafforzare il fronte favorevole all’iniziativa.

Le polemiche attorno a Jans hanno assunto anche una dimensione istituzionale. Diversi media hanno riferito di richiami interni al Consiglio federale sulla necessità di maggiore equilibrio comunicativo. Inoltre, una commissione parlamentare dovrà verificare se alcune sue affermazioni abbiano oltrepassato i limiti della neutralità governativa durante la campagna. Anche sul piano retorico Jans mostra i limiti di una narrazione costruita sulla paura. Dichiarazioni secondo cui senza lavoratori stranieri «gli ospedali dovrebbero chiudere da un giorno all’altro» sono apparse a molti come esagerazioni poco credibili. Una strategia basata sull’allarmismo può mobilitare chi è già convinto, ma difficilmente persuade gli indecisi. Al contrario, trasmette l’impressione di una classe politica incapace di affrontare seriamente le conseguenze della crescita demografica.

In questo senso, Jans rappresenta bene una certa debolezza della sinistra governativa contemporanea: molto rapida nel dare lezioni morali, ma meno capace di confrontarsi pragmaticamente con le preoccupazioni concrete della popolazione.

Paradossalmente, proprio l’atteggiamento di Beat Jans potrebbe trasformarsi in un vantaggio politico per i sostenitori dell’iniziativa. Perché quando un ministro appare nervoso, iper-esposto e costretto a drammatizzare continuamente le conseguenze di un voto popolare, trasmette anche l’impressione di non avere argomenti realmente convincenti.

E per sua buona pace, votiamo «sì» il prossimo 14 giugno.

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