«L'Oman è la Svizzera del Medio Oriente», parola di Gregorio Bernasconi

L’ambasciatore svizzero in Oman, Gregorio Bernasconi, il 10 settembre ha presentato le credenziali al sultano Haitham bin Tarik nella cornice del palazzo reale di Qasr Al Hosn a Salalah. Alla cerimonia dal protocollo sontuoso ha fatto seguito un confronto tra il diplomatico ticinese e il sovrano omanita su questioni di comune interesse che riaffermano la cooperazione e le relazioni di lungo corso tra la Svizzera e il sultanato dell’Oman. Relazioni che risalgono al 1973. La comune neutralità, il ruolo strategico di entrambi i Paesi nelle rispettive aree geografiche, gli interessanti rapporti economici bilaterali sono stati i temi dell’incontro. Gregorio Bernasconi è anche designato come ambasciatore non residente nella Repubblica dello Yemen, oggi in preda a una grave crisi umanitaria. Il Paese da anni in guerra è diviso tra gli Houthi nel nord e il governo, riconosciuto internazionalmente, nel sud. La Svizzera, che vanta una lunga tradizione in ambito umanitario, ha contribuito nel 2026 con 12 milioni di franchi per rispondere ai bisogni della popolazione civile in Yemen. Inoltre, proprio in Svizzera è stato firmato nel 2023 un accordo tra le parti del conflitto sullo scambio di prigionieri.
Gregorio Bernasconi, nato a Mendrisio nel 1981, ha abbracciato la carriera diplomatica nel 2013 e ha lavorato ad Hanoi, Roma e Berna prima di essere nominato ambasciatore in Oman nella sede di Mascate. Non fa mistero di avere radici profonde nel Mendrisiotto, una terra di confine, di transito e di scambi che porta con sé una predisposizione al commercio e all’apertura verso l’altro.
Ambasciatore Bernasconi, il 10 settembre ha presentato le credenziali al Sultano dell’Oman Haitham bin Tarik nel palazzo reale di Qasr Al Hosn a Salalah. Che cosa può raccontare di questo incontro?
«Ho vissuto di primo impatto questo momento con un certo stupore. Dal Mendrisiotto, dove sono nato, a Mascate la strada è stata lunga e con la quotidianità divisa tra gli impegni ordinari di lavoro e le attività dei figli, quasi non ci credevo di essere andato ad incontrare il sultano dell’Oman. Al di là del cerimoniale di rito, quello che mi ha colpito è lo spessore umano di Haitham bin Tarik che dà subito l’impressione di mettere a proprio agio chi gli sta di fronte. Questo è uno dei tratti tipici della popolazione dell’Oman dotata di grande spirito di accoglienza, qualcosa che si avverte a tutti i livelli e che viene dal cuore. La cordialità traspare dai modi della gente che incontri per strada, ma anche in personalità di spicco del mondo politico».
Che cosa ha provato nel rappresentare il suo Paese di fronte al sultano dell’Oman?
«Rispetto, grande umiltà e senso di responsabilità. È stato un momento emozionante in un contesto sontuoso. Il palazzo d’estate del sultano a Salalah fa un certo effetto a noi svizzeri profondamente repubblicani. Devo riconoscere che l’aiuto del team dell’ambasciata svizzera, che vanta personale di alto livello, è stato impeccabile anche in questa occasione, senza contare il sostegno di mia moglie e della mia famiglia che è indissociabile dal mio lavoro di rappresentanza. Il protocollo da rispettare nella cerimonia di accreditamento in Oman è molto rigido, ma i vari addetti alla corte del Sultano sono molto professionali nel dare indicazioni. Ho provato grande rispetto e umiltà per il mio ruolo soprattutto quando ero di fronte alla banda militare omanita che suonava i rispettivi inni nazionali. Ascoltare il Salmo svizzero è stato un momento molto toccante che ho vissuto realizzando che era il coronamento di un percorso, lungo vent’anni, svolto tra il Ticino, Ginevra, Parigi, Washington, Berna, Hanoi e Roma. Mi sono venuti in mente i calciatori che sono sul campo dello stadio e che dopo aver giocato nelle giovanili, magari del Ligornetto, passo dopo passo si sono ritrovati a rappresentare la nazionale svizzera. Non nascondo il senso di orgoglio, ma anche di rispetto e umiltà per quello che il mio lavoro implica cioè di rappresentare gli interessi della Svizzera in Oman con tutta la responsabilità che comporta».
Nel 1973 iniziano le relazioni diplomatiche tra Svizzera e Oman e nel 2014 viene aperta l’ambasciata di Mascate. Che cosa hanno in comune i due paesi oltre al fatto di essere neutrali?
«Se la Svizzera è un crocevia terrestre, l’Oman è un crocevia marittimo. Tutti e due i paesi rappresentano uno snodo cruciale dal quale transitano merci, persone, storie e culture differenti. Entrambi costudiscono con orgoglio la propria storia e antiche tradizioni. L’Oman è strategico per la sua collocazione geopolitica, in prossimità dello Stretto di Hormuz. Si dice che l’Oman sia la Svizzera del Medio Oriente perché il Paese è sempre stato una terra di incontro e il cuore delle sue relazioni internazionali è basato sul concetto di equilibrio e di dialogo, nel segno dell’universalità e della neutralità che ci accomuna. Poi ci sono le differenze: la Svizzera è nel cuore dell’Europa e l’Oman è un Paese del Golfo, il sultanato è una monarchia ereditaria e la confederazione è una democrazia semidiretta e federale».
Lei si è ritrovato in Oman in un momento storico complesso. Come procedono gli sforzi diplomatici congiunti per risolvere i conflitti in atto?
«Sono arrivato a inizio luglio in Oman dove il tema cruciale è stato "Cosa succede sullo stretto di Hormuz?" e a metà agosto a questo si è affiancato il dilemma "Che cosa succede in Yemen?". Torno al concetto di rispetto e umiltà per capire le grandi sfide che il mondo sta attraversando. Tra Svizzera e Oman ci sono molti punti in comune a partire dalle basi della diplomazia fondata sul dialogo, la mediazione e sul mettere a disposizione i propri buoni uffici per cercare di risolvere i conflitti. Sia la Svizzera che l’Oman in questo momento storico particolare ribadiscono con convinzione che i conflitti si risolvono con la diplomazia e non con la forza delle armi e le minacce».
Di cosa avete parlato con il sultano dell’Oman dato il suo ruolo nei paesi del Golfo?
«La discussione è stata strategica e ha portato su due punti chiave. Il primo è legato alla diplomazia, al dialogo e alla risoluzione dei conflitti dato il partenariato in ambito di mediazione della Svizzera in Oman e la comune promozione della pace a livello regionale e globale. Il secondo tema è legato alle relazioni economiche tra i due paesi che possono contare su risorse importanti e complementari. Nel 2025 ci sono stati scambi di 400 milioni di franchi svizzeri circa che sono cresciuti del 25 % negli ultimi due anni. La Svizzera è nella top ten degli investitori stranieri in Oman e praticamente tutte le nostre grandi aziende sono rappresentate in questo mercato relativamente piccolo, ma con tutti gli accordi quadro necessari per lavorare, come quello sulla protezione degli investimenti o l’accordo di libero scambio. In più l’Oman si trova in una posizione geografica molto interessante per l’economia svizzera e i settori della logistica, delle infrastrutture e dell’energia, ma anche della meccanica di precisione e della chimica».
Che tipo di ruolo ha la Svizzera nell’Oman Sustainability Week a proposito di sviluppo sostenibile ed energie rinnovabili?
«La Sustainability Week è una delle più importanti fiere economiche in Oman che nel 2027 si svolgerà a fine aprile. La Svizzera avrà uno stand con una presenza importante di almeno una quindicina di aziende attive nel settore dello sviluppo sostenibile e delle energie rinnovabili. Il ventaglio delle proposte è molto ampio perché si va dalle nuove tecniche di pulitura di acqua e terra dalle contaminazioni da prodotti petroliferi ad imprese impegnate nell’aumento della quota sostenibile nelle costruzioni per ridurre l’impatto ambientale di cantieri ed edifici, fino alla ricerca e la cooperazione in materia di sviluppo di energie alternative, come l’idrogeno verde o l’idrogeno blu, in cui ci sono collaborazioni in atto con Politecnico di Zurigo. Mi stupisco sempre della presenza internazionale, in materia di ricerca e innovazione, della Svizzera per essere un Paese di 9 milioni di abitanti».
In materia di cooperazione tra Svizzera e Oman ci sono altri settori da segnalare?
«Il settore del turismo è significativo. La comunità svizzera in Oman consta di circa 110 persone, ma ogni anno ci sono 30.000 concittadini che viaggiano in questo Paese con una forte vocazione turistica dove c’è una grande tradizione di accoglienza. Quasi tutti i grand hotel presenti in Oman hanno management svizzero o che è stato formato nel nostro Paese. In ambito turistico ricordo la costruzione di una teleferica che verrà inaugurata a fine anno nel centro storico di Mascate e che ha una forte componente tecnologica svizzera. In materia di ricerca e sviluppo c’è una cooperazione intensa tra i due paesi che passa dal Politecnico di Zurigo e da altri atenei. Prossimamente è prevista una missione di studio dell’Università di Berna sulle meteoriti nel deserto dell’Oman dove si sono conservate intatte».
Può la diplomazia passare anche dalla ricerca scientifica e dalla cultura?
«La diplomazia è solo l’olio del motore, ma in realtà sono gli ingranaggi che fanno avanzare la macchina. È anche attraverso la varietà di cooperazioni che si misura la ricchezza delle relazioni bilaterali tra i diversi paesi. Con progetti culturali e di ricerca scientifica si riesce a mettere a frutto gli interessi della Svizzera che coincidono con quelli del Paese ospitante, traendo benefici diretti per entrambi».
Che cosa fa la Svizzera in Oman, un Paese vicino allo stretto di Hormuz con rapporti privilegiati con Gran Bretagna e Stati Uniti?
«Proprio la sua posizione strategica e le sue relazioni privilegiate con i paesi della regione, ma anche con grandi potenze, rendono l’Oman un partner importante per la Svizzera. Uno dei ruoli che il nostro Paese può svolgere è quello di sostenere l’Oman nelle sue iniziative di risoluzione dei conflitti con il dialogo. Solo attraverso un lavoro serio di diplomazia, di contatti, che richiedono pazienza e fiducia, è possibile risolvere le crisi in atto».
È ancora attuale Immanuel Kant con la visione di una pace perpetua mondiale?
«Fondamentalmente sì. In un momento storico dove il mondo si sta delineando in blocchi, più che il pensiero di Carl Schmitt a prevalere in Oman e in Svizzera è sicuramente il concetto molto kantiano di risoluzione pacifica dei conflitti».
Il sultano dell’Oman è un po’ simile a Lorenzo il Magnifico e sembra essere l’ago della bilancia dei paesi del Golfo, è un grande giocatore capace di tenere le bocce ferme, amico di tutti e nemico di nessuno… Come si muove la Svizzera in Oman data la sua esperienza in fatto di mediazione?
«C’è una cooperazione specifica tra Svizzera e Oman e il partenariato in ambito di mediazione, concluso nel 2019, è stato potenziato nel 2023. C’è un lavoro costante, quasi quotidiano, su diversi scenari. Oltre al sultano Haitham bin Tarik, che ricorda Lorenzo il Magnifico, menzionerei anche il ministro degli affari esteri omanita Badr bin Hamad Al Busaidi che, non senza rischi, sia a livello internazionale che di politica interna, da un anno a questa parte si espone scrivendo editoriali in giornali come Financial Times, Le Monde e The Economist. Spesso il ministro ribadisce che un lavoro serio e costante di diplomazia conta molto più di annunci roboanti che lasciano il tempo che trovano. In questo la Svizzera si trova molto d’accordo con l’Oman. Abbiamo in comune una lunga tradizione di lavoro discreto e spesso non raccontiamo quanto facciamo. L’Oman si è però trovato di recente catapultato da dietro le quinte ad attore principale sulla scena con le luci puntate addosso per capire come avrebbe gestito il lavoro diplomatico diretto con l’Iran a proposito dello Stretto di Hormuz. La cosa implica un livello di complessità in più».
Quale è la situazione attuale in Yemen?
«La nostra chiacchierata ha luogo in un momento tragico per lo Yemen e la regione. Il conflitto in Yemen continua dal 2015 fra alti e bassi e da questa estate ad ora è ripreso in modo importante. Le cifre lasciano senza fiato: 5.5 milioni di persone hanno dovuto lasciare la propria casa, ci sono stati circa 400mila morti, più di 8mila da agosto ad oggi. Sento spesso parlare di catastrofe umanitaria che si profila all’orizzonte. La situazione in Yemen è molto preoccupante senza dimenticare le sue ramificazioni internazionali. Intanto gli attacchi recenti contro infrastrutture civili, per esempio contro l’aeroporto di Riad in Arabia Saudita, sono un fatto grave e la Svizzera ha preso posizione a due riprese nell’arco di pochi giorni proprio per ribadire che attacchi di questo tipo su obiettivi civili non sono in nessun caso e per nessuna ragione giustificabili. La Svizzera ha rimandato anche tutte le parti del conflitto a rispettare il diritto internazionale umanitario e a fare quanto possibile per evitare l’escalation».
Può dire quanto fa la Svizzera per lo Yemen in termini di aiuti umanitari e per sostenere gli sforzi dell’ONU per una pace sostenibile?
«La diplomazia svizzera in Yemen svolge due attività principali. Dal punto di vista umanitario siamo molto presenti e nel 2026 abbiamo contribuito a mitigare gli effetti del conflitto sulla popolazione civile con un aiuto di 12 milioni di franchi. La Svizzera è attiva in tutte le parti dello Yemen per coprire bisogni umanitari secondo il principio Whole of Yemen, uno dei tratti distintivi del profilo umanitario rossocrociato. La seconda parte della nostra attività riguarda il dialogo per contribuire a ridurre il conflitto in atto, per aprire una via alla soluzione del conflitto che si svolge attraverso iniziative di mediazione locale. Proprio in questi giorni con il sostegno della Svizzera è stato concluso a Ginevra un codice di condotta in materia di conflitto approvato dai vari leader tribali in Yemen. Inoltre la Svizzera offre spesso la propria esperienza in ambito umanitario e penso in particolare all’accordo sullo scambio di prigionieri firmato nel 2023».
Che cosa le ha dato in termini di visione il fatto di nascere a Mendrisio sul confine con l’Italia?
«La questione complessa dell’identità svizzera è uno dei temi che più mi affascina e al quale non riesco a dare una risposta univoca. Nel mio caso specifico so di avere un’identità insubre: le mie radici sono a ridosso del confine, c’è Mendrisio e il Mendrisiotto, più su c’è il Ponte Diga, più giù c’è la «ramina», due limiti spaziali che ho percepito come soglie fluide già da quando ero bambino. Questo rapporto con il confine è proprio un trait d’union e il fil rouge che c’è in una buona parte della Svizzera e me ne sono accorto dopo anni di studio e lavoro a Ginevra. Il commercio, gli scambi e l’apertura verso gli altri sono profondamente radicati in chi nasce in una terra di confine».
Che cosa le manca di più del Ticino in Oman?
«I sapori della mia terra, in particolare la luganighetta e i formaggini della valle di Muggio, ma anche la curva sud dell’Ambrì Piotta, indubbiamente la migliore dell’hockey svizzero. Qui in Oman si usa spesso l’espressione "Benvenuto nella tua seconda casa" e Mascate sta effettivamente diventando tale. Ovviamente, persiste però un forte legame con il Ticino. Mi mancano anche le sagre del Mendrisiotto e gli incontri con la gente. Quando vado alla sagra del bue di Rancate ho l’impressione di immergermi nei sapori e nelle relazioni primordiali che mi hanno formato».