«Ormai quasi irraggiungibile»: la sfida dei 100 morti sulle strade

Era un obiettivo ambizioso, quello fissato dalla Confederazione dieci anni fa. Un obiettivo che riguarda vite umane, destini che si decidono in pochi secondi. Entro il 2030, sulle strade svizzere non sarebbero morte più di 100 persone all’anno, e i feriti gravi non avrebbero dovuto superare quota 2.500. Lo scriveva l’Ufficio federale delle strade (USTRA) in una strategia della fine del 2016. In quell’anno le vittime della strada erano state 216, i feriti gravi 3.785. Dieci anni dopo, il bilancio è tutt’altro che incoraggiante. A ricostruire il quadro è il Blick, in un’inchiesta pubblicata oggi.
Lontani dal traguardo
Le notizie di incidenti gravi restano una triste routine. Il quotidiano zurighese prende una giornata qualsiasi, il 7 ottobre. A Eiken, in Argovia, un motociclista muore in uno scontro con un’auto. Vicino a Montricher, nel Canton Vaud, perde la vita un automobilista dopo essere uscito di strada ed essersi schiantato contro un albero. E sull’A13 nei pressi di Salez, nel Sangallese, un 24.enne resta ferito in modo gravissimo: la sua auto urta una recinzione e si ribalta.
Negli ultimi anni il numero dei morti ha oscillato, scendendo fino a 187 nel 2019. Ma nel 2025 sulle strade svizzere hanno perso la vita 214 persone, praticamente quante ne morivano quando l’obiettivo è stato formulato. Rispetto al 2024, quando le vittime erano state 250, si tratta comunque di un calo. Il dato resta però nettamente sopra il traguardo intermedio che la Confederazione si era data per il 2025, anche tenendo conto della crescita demografica: al massimo 150 morti. Mancato anche l’obiettivo intermedio sui feriti gravi: al posto dei 3.000 previsti, sono stati 3.935.
L’USTRA non molla
La sicurezza stradale non fa più passi avanti? All’USTRA prevale la riflessione. «Dietro ogni decesso ci sono persone coinvolte, familiari e altre persone la cui vita ne viene cambiata», fa sapere l’Ufficio federale. Ogni morto e ogni ferito grave, aggiunge, rappresenta un destino personale.
L’USTRA, che fa capo al Dipartimento del consigliere federale Albert Rösti, non intende comunque rinunciare all’obiettivo dei 100 morti entro il 2030. Un traguardo impegnativo, ma «un importante valore di riferimento». Allo stesso tempo l’ufficio ammette: «Se verrà raggiunto, alla luce dell’evoluzione finora registrata, oggi non è possibile dirlo».
L’UPI: «Ormai quasi irraggiungibile»
Più netto l’Ufficio prevenzione infortuni (UPI). «Quando l’obiettivo è stato fissato, dal punto di vista dell’UPI era realistico», spiega il portavoce Lucien Combaz. Ma alla luce dei dati sugli incidenti degli ultimi anni e della loro evoluzione, «oggi è difficilmente raggiungibile».
Anche per l’UPI è comunque giusto e importante mantenerlo, «perché ogni incidente grave sulle strade svizzere è uno di troppo», sottolinea Combaz. Ma i responsabili della prevenzione chiamano in causa anche la politica: a loro avviso, l’obiettivo non è stato perseguito con sufficiente coerenza.
Perché ci sono così tanti incidenti
Il comportamento scorretto degli utenti della strada resta una delle cause principali: velocità eccessiva o inadeguata, precedenze non rispettate, distrazione, alcol al volante. Gli specialisti indicano però anche altri fattori.
Il primo è un traffico sempre più complesso. Le strade sono più congestionate e a dividersi lo spazio sono mezzi sempre più diversi, tra cui e-bike e monopattini elettrici, per i quali gli incidenti sono in aumento. Poi c’è la demografia: con l’invecchiamento della popolazione cresce la quota di persone per cui un incidente può avere conseguenze particolarmente gravi.
C’è poi il caso dei giovani motociclisti. Dal 2021 i ragazzi possono guidare moto di 125 cc già a 16 anni anziché a 18. Dopo l’abbassamento dell’età minima, gli incidenti gravi tra i minori di 18 anni sono più che raddoppiati, come il Corriere del Ticino aveva già documentato. Infine, le scelte politiche: ostacoli più alti per introdurre le zone 30 nelle località e la rinuncia all’obbligo del casco in bicicletta per i bambini rendono più difficili, secondo l’UPI, «progressi duraturi nella sicurezza stradale».
Le ricette degli esperti
Servono più sforzi, ne sono convinti all’UPI: le misure attuali non bastano. Un potenziale c’è soprattutto nelle zone 30 dove la sicurezza lo richiede, in un’infrastruttura stradale il più possibile «capace di perdonare gli errori e di facile comprensione» e nei controlli mirati.
L’UPI chiede inoltre di riportare a 18 anni l’età minima per le moto da 125 cc e di introdurre l’obbligo del casco per le e-bike lente e i monopattini elettrici. Sul primo punto, però, il Consiglio federale non ha fretta: intende avviare una consultazione sulla revisione delle norme solo nel corso del 2027.
L’USTRA, da parte sua, punta su strade sicure, prevenzione e controlli, oltre che sulla messa in sicurezza dei punti neri della rete. E si aspetta ulteriori progressi dai sistemi di assistenza alla guida e dalla guida automatizzata. L’ufficio ricorda anche i progressi sul lungo periodo: nel 1971 sulle strade svizzere morirono 1.773 persone, con molto meno traffico di oggi.
E in Ticino?
Il nostro cantone, nel 2025, ha registrato un lieve miglioramento. Secondo il bilancio della Polizia cantonale presentato in marzo, gli incidenti sono stati 3.874, contro i 3.901 dell’anno precedente, e le vittime sono scese a 14 (8 automobilisti, 4 motociclisti e 2 ciclisti), contro le 19 del 2024. In quell’occasione l'allora direttore del Dipartimento del territorio Claudio Zali aveva annunciato una riduzione dei controlli radar della Cantonale a favore di altre verifiche, in particolare sullo stato psicofisico dei conducenti: la velocità, aveva detto, non è l’unica causa degli incidenti. Sul fronte delle due ruote, un recente rapporto dell’UPI rileva che in Ticino solo un motociclista su tre indossa le protezioni, contro circa la metà nella Svizzera tedesca.
Il sogno di zero vittime
L’obiettivo dei 100 morti affonda le radici in una visione ancora più ambiziosa. Nel 2000 l’allora ministro dei Trasporti Moritz Leuenberger chiese di elaborare una nuova politica secondo il principio «Vision Zero»: nessun morto e nessun ferito grave sulle strade svizzere. Nel 2002 il Consiglio federale la inserì nella sua strategia per lo sviluppo sostenibile, con un primo traguardo concreto: dimezzare in dieci anni le vittime, da circa 600 a 300. Da lì nacque poi il programma di sicurezza Via sicura. Lo zero, però, non era un obiettivo con una scadenza precisa, piuttosto una visione a lungo termine. E un quarto di secolo dopo la Svizzera ne è ancora lontana. Per arrivare a 100 morti all’anno restano quattro anni. Ma per riuscirci, rispetto al 2025, il numero delle vittime dovrebbe più che dimezzarsi. Il tempo stringe.
