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Proteste pro-Palestina: l'ambasciatrice israeliana rimprovera l'UNIL

Ifat Reshef in particolare ha chiesto all'Università di Losanna di agire in maniera più incisiva
©Chiara Zocchetti
Ats
15.05.2024 11:44

Le istituzioni pubbliche non dovrebbero permettere a un'occupazione di durare numerosi giorni manifestando l'ostilità verso un Paese e un gruppo. A dirlo è l'ambasciatrice israeliana in Svizzera, Ifat Reshef, che in particolare chiede all'Università di Losanna (UNIL), la prima in Svizzera teatro di proteste da parte di studenti pro-Palestina, di agire in maniera più incisiva.

La diplomatica, in un'intervista pubblicata oggi dal quotidiano «24 heures», afferma di essere attenta alla situazione di studenti e ricercatori ebrei da quando è cominciata, a inizio mese, l'occupazione dell'ateneo romando. «Mi hanno riferito che non si sentono più i benvenuti nel campus. Devono nascondere la loro identità per paura di essere guardati con ostilità», dichiara Reshef.

«La libertà di espressione non dovrebbe includere il diritto di emarginare le persone e farle sentire in pericolo», prosegue l'ambasciatrice dalle colonne del giornale. A suo avviso, i discorsi degli occupanti abusivi non possono essere considerati una «critica politica legittima». Anche perché, continua, si sono sentite ad esempio esternazioni a sostegno di Hamas e per l'eradicazione di Israele.

«Non credo che una situazione del genere sarebbe tollerata così a lungo se fosse coinvolto un altro gruppo», lamenta Reshef. La rappresentante dello Stato ebraico nella Confederazione dice di essere in contatto con la direzione dell'Università di Losanna. «So che sono sotto pressione e che stanno cercando di fare le scelte giuste. Tutti vogliono evitare attriti, ma l'UNIL dovrebbe agire in modo più deciso per porre fine all'occupazione», sottolinea l'ambasciatrice.

Reshef considera inoltre un errore il fatto che l'ateneo abbia accettato di esaminare la collaborazione con le università israeliane. Sollecitata sull'effetto domino delle proteste, che da Losanna si sono allargate a vari altri atenei svizzeri, la diplomatica avverte del rischio che «la situazione sfugga di mano». «Le università devono rimanere luoghi in cui tutti si sentano al sicuro: oggi non è così», commenta amareggiata.

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