Ritorno del nucleare, «vuol dire che l'esperimento finora non è riuscito»

Prima dell’incidente di Fukushima, in Svizzera c’erano tre progetti di nuove centrali nucleari: Mühleberg II, Beznau III e Niederamt (Gösgen II). Nel 2011, il Consiglio federale ha deciso di sospendere le procedure di licenza. Poi, con la modifica di legge del 2017 sulla Strategia energetica e l’uscita progressiva dal nucleare, tutto è stato annullato. All’epoca, Giovanni Leonardi era CEO di Alpiq, la società che progettò l’impianto di Niederamt, nel Canton Soletta. Si trattava di un reattore di terza generazione con una potenza di 1.600 MW (1,5 volte quello di Gösgen I) e che sarebbe dovuto sorgere in riva all’Aare.
Il divieto è caduto. Si può dire «ripartiamo da dove eravamo rimasti»?
«Sì. La
maggioranza del Parlamento si è resa conto che bisogna tornare indietro. Ciò
significa che l’esperimento della Strategia energetica 2050 non è
riuscito».
Com’era la
situazione al momento dello stop?
«Le domande allo
stadio più avanzato erano due: la nostra e quella del consorzio Axpo-BKW per
Mühleberg II. Nell’ottobre 2009, Alpiq ha presentato all’Ufficio federale
dell’energia la domanda di autorizzazione preloiminare per Gésgen II. Nel
novembre del 2010, l’Ispettorato federale svizzero per la sicurezza nucleare ha
annunciato che il sito era idoneo per la costruzione di un nuovo impianto Poi, nel marzo del 2011, ci fu Fukushima».
Quali scogli si
delineavano all’orizzonte per concretizzare il progetto?
«Come oggi, il
tutto veniva scandito dalle votazioni popolari. Davamo per scontato che ogni
decisione del Parlamento sarebbe stata oggetto di referendum, a cominciare
dalla domanda preliminare, uno scoglio che all’epoca delle centrali oggi in
funzione ancora non c’era. Poi sarebbero arrivati altri due referendum, quello
sul permesso di costruzione e quello sull’autorizzazione di messa in esercizio.
Se prendiamo gli ultimi impianti moderni costruiti in Asia o in Arabia Saudita,
una centrale può essere realizzata, tecnicamente, in sei-otto anni. In
Svizzera, con tre votazioni popolari il tempo come minimo raddoppierebbe. Per
questo si parla di un termine di 20-25 anni. Il 60-70% della tempistica è
determinato dall’iter politico».
Oggi sarebbe lo
stesso?
«Esatto.
Ritorneremmo quindi alla casella di partenza»
Se lei fosse
ancora il Ceo di Alpiq come reagirebbe alla decisione del Parlamento? (ndr che
potrebbe a sua volta essere oggetto di referendum?)
«Me ne
rallegrerei, viste, in particolare, le criticità che abbiamo con la sicurezza
di approvvigionamento in Europa e l’instabilità delle reti».
Richiamerebbe in
servizio i progettisti?
«Per prima cosa
chiedwerei due garanzie: sicurezza dell’investimento, per eludere i cosiddetti
“stranded investments” e secondariamente la sicurezza giuridica. Una volta
ottenute queste garanzie ripartirei con un nuovo progetto».
Quanto potrebbe
costare?
«Sulla base delle
esperienze francese e finlandese si parla di 13 miliardi di franchi per un
reattore di terza generazione, dotato di sistemi di raffreddamento ridondanti.
Ma probabilmente, con le esperienze acquisite, si potrebbe anche arrivare a 10
miliardi. Dipenderà anche da cosa la politica e le commissioni di sorveglianza
richiederanno in più dal punto di vista della sicurezza e delle norme da
rispettare degli investimenti».
Che cosa intende
per sicurezza di investimento?
«Oggi le nuove
tecnologie, come fotovoltaico ed eolico, sono sussidiate e non comportano
grandi rischi per chi investe. Al contrario, i grandi impianti idroelettrici e
le centrali nucleari no. Chiaramente, se anche il nucleare ricevesse un
sussidio del 50-60% come i grandi impianti fotovoltaici alpini, le coordinate
cambierebbero. Con 6 miliardi garantiti su 10 , i prezzi di produzione
sarebbero molto competitivi e i rischi per gli investitori esigui».
