L'approfondimento

Svizzera e Italia, c'eravamo tanto amati: «Crans-Montana ha cambiato qualcosa»

La Neue Zürcher Zeitung riflette sul rapporto fra i due Paesi alla luce della tragedia del Constellation e delle forti critiche, per tacere delle ingerenze politiche, espresse da Roma
©VALENTIN FLAURAUD
Red. Online
02.02.2026 12:00

C'eravamo tanto amati. La tragedia di Crans-Montana, scrive la Neue Zürcher Zeitung, sembra aver inaugurato una nuova era nei rapporti (e nella percezione reciproca) fra Svizzera e Italia. Gli attacchi di Roma, lo sappiamo, hanno caratterizzato, e non poco, queste ultime settimane. Attacchi frontali, diretti, pesanti. Via media e, ancora, attraverso le parole e i gesti del governo Meloni, come il ritiro dell'ambasciatore a Berna, Gian Lorenzo Cornado. C'è chi, a giusta ragione, ha parlato di crisi diplomatica.

Quella volta di Mussolini

Quanto accaduto, di recente, stona e non poco con gli ultimi anni. Vissuti, al netto delle tensioni lungo il confine, in particolare pensando al nuovo accordo fiscale sui frontalieri, serenamente. A immagine, ricorda la NZZ, della visita di Stato del presidente italiano Sergio Mattarella nell'autunno del 2022. Niente a che vedere con il passato, ingombrante. Il quotidiano zurighese cita, al riguardo, l'espressione certo infelice di Benito Mussolini, che definì la Svizzera come un «errore sulla mappa». Mattarella, invero, è tornato in Svizzera. In circostanze difficili, ovvero per rendere visita ai pazienti, ai parenti e ai medici dell'Ospedale di Zurigo, dove tuttora si trovano alcuni feriti del Constellation. 

L'intervento di Ricciardi

Intervistato dalla NZZ, Toni Ricciardi, cittadino con doppio passaporto svizzero e italiano, specialista in Storia delle migrazioni all'Università di Ginevra e parlamentare per il Partito Democratico, ha spiegato: «Crans-Montana ha cambiato qualcosa». Gli errori nelle indagini, un sindaco che si è presentato come vittima e non ha offerto alcuna parola di scuse: troppo, agli occhi dell'Italia. Ciononostante, Ricciardi ritiene che sia giunto il momento di astenersi dalle polemiche. In Parlamento, il 13 gennaio, l'esponente del Partito Democratico ha dichiarato: «Nessuno Stato o nazione è migliore degli altri, ma la responsabilità personale deve essere perseguita e chiediamo chiarezza».

Il partito di Ricciardi, il PD, sta mantenendo un basso profilo rispetto alla tragedia. Il maggiore partito di opposizione non vuole intralciare la narrazione del governo o, meglio, assumere una posizione conflittuale nei confronti della maggioranza. Il governo italiano sente di essere nel giusto. Di dover alzare la voce. E questo al netto delle carenze del suo sistema giudiziario, ad esempio dopo il crollo del ponte di Genova.

L'impatto emotivo

La Svizzera, ribadisce la NZZ, ha sottovalutato l'impatto emotivo dell'evento. La grande cerimonia commemorativa in Vallese è stata considerata appropriata e dignitosa, ma le successive dichiarazioni delle autorità elvetiche sono suonate rigide. L'Italia, per contro, ha espresso un lutto forte e intenso, laddove la Svizzera è rimasta silenziosa e sommessa. Una visita di un membro del Consiglio federale all'Ospedale Niguarda di Milano, dove sono ricoverate alcune delle vittime dell'incendio, avrebbe forse potuto fare la differenza. Ed evitare conseguenze sul piano politico.

La speranza, ora che la Procura vallesana ha concesso l'assistenza giudiziaria all'Italia, è che le future indagini nel Vallese procedano senza incidenti, che gli animi si calmino e che, un domani, sia possibile riabbracciare la tanto decantata «amicizia» tra questi due Paesi strettamente interconnessi.

Il Mondiale del 1982

A proposito di connessioni e interconnessioni, Ricciardi ricorda come, nel luglio del 1982, molti svizzeri tifassero l'Italia in occasione della finale dei Mondiali di calcio contro la Germania Ovest. Sulla Langstrasse di Zurigo, i lavoratori italiani esplosero in un'ondata di gioia, e gli svizzeri ne furono piacevolmente travolti. Fu, quello, un momento di svolta, poiché l'abbraccio collettivo permise di dimenticare le campagnie referendarie degli anni Settanta sulle iniziative anti-immigrazione di Schwarzenbach. Di più, gli svizzeri iniziarono, davvero, a subire il fascino e la grande bellezza del Belpaese, fra ricchezze culinarie e Toto Cutugno.

Nel corso degli anni, questo amore passionale si è trasformato in un affetto di routine. Svizzera e Italia hanno mantenuto buoni rapporti di vicinato. Senza, tuttavia, risolvere le questioni di fondo irrisolte, scrive sempre la NZZ. 

Il parallelismo con Mattmark

Sul Corriere della Sera, di recente, la questione italo-svizzera è stata discussa facendo perno su omissioni ed errori del passato, come le rivolte di Zurigo del 1896, quando i lavoratori italiani furono picchiati e cacciati via dalla gente del posto, o il disastro di Mattmark del 1965, in cui persero la vita 88 persone, tra cui 56 italiani. Ricciardi, alla tragedia degli anni Sessanta, ha dedicato un libro. I parallelismi con Crans-Montana, a prima vista, non mancano: il luogo, innanzitutto, ovvero il Vallese, quindi l'entità della catastrofe e il procedimento giudiziario, in quel caso conclusosi con un'assoluzione per tutti gli imputati.

C'è chi, in ogni caso, anche in Italia ha mostrato solidarietà nei confronti della Svizzera. Parliamo di Claudio Cerasa, direttore del Foglio: «In realtà non vedo alcun problema bilaterale significativo con la Svizzera. Una certa delusione, sì, forse». A suo dire, l'attivismo dell'esecutivo italiano sarebbe principalmente guidato da ragioni di politica interna. Con l'importante riforma giudiziaria all'orizzonte, che sarà votata a fine marzo, la coalizione di governo di destra punta a mostrarsi e presentarsi come custode del «garantismo», opponendosi a una magistratura politicizzata e ideologizzata e proteggendo i cittadini dagli abusi di procuratori e giudici iperattivi. Analogamente, spiega Cerasa, Giorgia Meloni e il leader della Lega Matteo Salvini devono costantemente soddisfare una fetta del loro elettorato, che chiede sanzioni e punizioni severe ancor prima che i fatti siano accertati. La Svizzera, banalmente, è finita in questo tritacarne, con Crans-Montana che dimostra «gli aspetti peggiori della cultura dello Stato di diritto della destra italiana».

I muscoli di Meloni

Non è un caso che, in rapporto alla risposta italiana ai fatti di Crans-Montana ma non solo, si parli di «democrazia muscolare». Riassumendo al massimo, è il concetto politico dell'uomo forte o della donna forte che, con il sostegno della maggioranza, attua rapidamente le decisioni e rappresenta gli interessi senza particolare riguardo per le minoranze o le sensibilità specifiche. È un concetto popolare e contemporaneo, e Giorgia Meloni, come altri politici in Europa, vi è fortemente attrattata. L'elezione diretta del capo del governo, una delle sue principali proposte di riforma, ne è un'espressione. «O la va o la spacca» aveva detto due anni fa durante la presentazione della sua riforma: tutto o niente. È questa determinazione che, ora, sta vivendo anche la Svizzera. Nessun giro di parole, nessuna esitazione, ma una volontà incondizionata di prevalere.

La democrazia svizzera, basata invece sul consenso e sulla consultazione, funziona in modo diverso. Tuttavia, Crans-Montana potrebbe essere un'anteprima di ciò che la Svizzera può aspettarsi in futuro, anche nei rapporti con i vicini, chiosa la NZZ.

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