Winterthur, l'attentatore che la clinica aveva rimandato a casa

Lunedì 25 maggio, scrive il Tages-Anzeiger, N. D. telefona alla Polizia di Winterthur. Dichiarazioni incoerenti, dicono gli agenti. Tanto incoerenti da farlo accompagnare al reparto di psichiatria integrata di Winterthur (IPW). Il giorno dopo, l'uomo è già fuori. Il 27 maggio un medico stabilisce, nero su bianco, che non rappresenta più un pericolo «né per sé né per gli altri». Ventiquattr'ore più tardi, giovedì mattina, lo stesso N. D. estrae un coltello davanti alla stazione ferroviaria di Winterthur e ferisce tre passanti.
Che cosa è successo
L'aggressione si consuma in pochi minuti. La prima vittima, un uomo di 28 anni, viene colpita sulla banchina del binario 3. L'aggressore esce poi nel piazzale antistante l'edificio della stazione e ferisce altre due persone, di 43 e 52 anni. Quest'ultimo, raggiunto da una coltellata alla gamba, viene operato d'urgenza. Gli altri due, feriti rispettivamente alla gamba e al collo, sono stati dimessi in giornata.
Nel suo percorso l'uomo passa accanto a una classe di scuola dell'infanzia. La maestra si frappone tra lui e i bambini. A bloccarlo, poco dopo, sono due dipendenti della sicurezza delle FFS, disarmati. Le immagini girate da alcuni passanti mostrano un uomo corpulento, barba e capelli incolti, pantaloncini, scarpe da ginnastica. Nello stesso video si sente, distintamente, il grido: «Allah Akbar».
Chi è N. D.
L'arrestato è un cittadino svizzero di 31 anni con doppia cittadinanza turca. Nato in Svizzera, naturalizzato nel 2009, trasferitosi in Turchia nell'agosto del 2024 e rientrato, secondo le prime ricostruzioni, lo scorso maggio. Viveva con la madre in un appartamento di Winterthur perquisito nel pomeriggio dalla polizia cantonale: fino alle 14 di oggi, diversi agenti in borghese erano sul posto.
L'indirizzo era noto. Era proprio da lì che N. D. era stato portato via in manette lunedì, diretto all'IPW. I vicini, in questi giorni, avevano sentito urla. «Sembrava una discussione accesa», racconta una residente che frequenta il parco giochi accanto allo stabile. Un'altra persona lo descrive così: «Di solito stava seduto sulla panchina, davanti al computer portatile o al telefono, con sigarette e una bevanda energetica sul tavolo».
Il nome di N. D. non è nuovo agli inquirenti. Già oltre dieci anni fa, quando a Winterthur si formava un attivo ambiente islamista da cui diverse persone partirono per la Siria e l'Iraq, lui frequentava quei circoli. Aveva poco meno di vent'anni. Si dichiarava salafita, auspicava l'introduzione della Sharia anche in Svizzera, rifiutava lo Stato, la democrazia e la magistratura elvetica. Non partì per la jihad, ma rimase.
Un atto d'accusa della Procura federale della primavera 2023, contro il recidivo Visar L. — già condannato per appartenenza all'ISIS — colloca N. D. dentro la cellula jihadista dell'area Winterthur-Zurigo, stimata fra i 40 e i 50 membri. Non era imputato in quel procedimento, ma i registri di sorveglianza lo descrivono come parte attiva della logistica e dell'indottrinamento: incontri clandestini in locali affittati, «sessioni di addestramento» in auto, video di propaganda dell'ISIS, nasheed che glorificano decapitazioni e martirio. La Procura federale non lo iscrive fra i semplici simpatizzanti: lo definisce attivo nel reclutamento.
C'è anche una condanna ordinaria. Nel 2015, davanti al Tribunale distrettuale di Winterthur, dieci mesi di reclusione per una rissa: appena maggiorenne, insieme a due complici minorenni, aveva aggredito un cittadino tedesco di 36 anni, lasciandogli lesioni a mascella, naso, un dito e danni permanenti agli occhi.
Le 24 ore che precedono l'attacco
Veniamo al punto, sempre grazie alle ricostruzioni del Tages-Anzeiger. È in questa cronologia che si concentra la domanda politica della giornata. Lunedì 25 maggio N. D. chiama spontaneamente la Polizia. Viene messo in protezione e affidato all'IPW. Già martedì, però, lascia la clinica e viene riaccompagnato indietro dagli agenti. Il 27 maggio la valutazione medica: non più pericoloso. Esce, stavolta — recita il comunicato dell'IPW — «di sua spontanea volontà». Giovedì mattina, davanti alla stazione, il coltello. La clinica annuncia un'indagine amministrativa esterna sui «processi e le responsabilità» che hanno portato alla dimissione. Collaborerà con gli inquirenti.
La conferenza stampa: Fehr parla di terrorismo
Oggi pomeriggio il consigliere di Stato e direttore della Sicurezza del Cantone di Zurigo, Mario Fehr, definisce l'attacco un «atto di terrorismo» e rende pubblico il nome completo dell'arrestato. Il comandante della Polizia cantonale, Marius Weyermann, ricostruisce la sequenza della telefonata, del ricovero e della dimissione. «Il 27 maggio un medico lo ha valutato e ha stabilito che non rappresentava più un pericolo per sé stesso o per gli altri», spiega. «Ha lasciato la clinica quella sera stessa».
Fehr, sulla valutazione clinica, è netto: «Evidente errore di valutazione». E va oltre. Chiede la revoca della cittadinanza svizzera e il rimpatrio in Turchia: «Non vogliamo assolutamente persone del genere in Svizzera». Non si spiega, aggiunge, l'esitazione della Segreteria di Stato della migrazione (SEM) in casi analoghi.
Anche il presidente della Confederazione Guy Parmelin interviene, via X, parlando di «attacco terroristico». Si dice «scioccato» e «profondamente rattristato», ringrazia Polizia e servizi di soccorso, augura ai feriti una pronta guarigione.
Sul piano procedurale, oggi il fascicolo è in mano alla Procura del Canton Zurigo. Da domani — confermano fonti interpellate dal Tages-Anzeiger — passerà alla Procura federale.
Restano, sul tavolo, due ordini di domande. Le prime per la clinica: che cosa ha visto, e che cosa non ha visto, il medico che il 27 maggio ha firmato la dimissione di un uomo schedato da oltre un decennio dagli inquirenti antiterrorismo? Le seconde per la politica federale, che dovrà decidere se la revoca della cittadinanza invocata da Fehr resterà un titolo di giornata o diventerà un caso.
