Lugano

Accoltellò un altro detenuto: aggressione senza un perché

Sei anni di carcere e quindici di espulsione per un richiedente l’asilo tunisino che il 21 agosto dello scorso anno ferì al collo con una lama un altro recluso – Per la Corte, voleva che la vittima morisse o perlomeno ha accettato questo rischio
© TiPress/Pablo Gianinazzi
Nico Nonella
15.07.2026 18:00

«Volava tagliargli la gola e di conseguenza ucciderlo, o perlomeno ha accettato che ciò potesse avvenire». La Corte delle assise criminali presieduta dal giudice Paolo Bordoli non ha avuto dubbi: tra le mura del carcere, il 21 agosto dello scorso anno, seppur per motivi che probabilmente resteranno ignoti, voleva togliere la vita a un altro carcerato. Per questo, l’autore del gesto, un 39.enne richiedente l’asilo tunisino, è stato condannato a 6 anni di carcere a all’espulsione dalla Svizzera per 15 anni. Confermato dunque in pieno l’impianto accusatorio della procuratrice pubblica Petra Canonica Alexakis.

Trasferito Oltralpe

Oltre ai gravi fatti avvenuti al carcere della Stampa – che gli erano valsi le accuse di tentato omicidio intenzionale, in subordine lesioni gravi e lesioni semplici con oggetto pericoloso ed esposizione pericolo della vita altrui – il 39.enne doveva rispondere anche di altri addebiti. L’uomo era accusato anche di aver aggredito con due pugni un avventore di un bar di Chiasso, di una serie di furti e danneggiamenti ai danni di alcuni veicoli sempre nel Mendrisiotto e di violenza e minaccia contro le autorità e i funzionari. In ben 14 occasioni ha insultato o aggredito agenti della Polizia comunale di Chiasso intervenuti per identificarlo, colpendone due, così come – una volta incarcerato a inizio giugno 2025 – il personale del penitenziario della Stampa. L’atto di accusa parla di sputi, ingiurie e tentativi di aggressione fisica. Dal canto suo l’imputato, difeso dall’avvocato Andrea Rigamonti, ha ammesso parte dei fatti imputatigli, ma ha negato di aver voluto uccidere l’altro detenuto, così come gran parte delle aggressioni e delle minacce agli agenti di polizia o alle guardie carcerarie. Dallo scorso marzo è stato trasferito un una struttura carceraria nel Canton Berna.

Scortato da sei agenti

Tornando ai fatti della Stampa, l’aggressione era avvenuta in mattinata poco dopo le 11, durante il passeggio, ai danni di un altro carcerato, un 23.enne cittadino algerino. Il 39.enne aveva afferrato da dietro il giovane, ferendolo con un una lametta da barba che aveva modificato artigianalmente in precedenza. «Si ho aggredito con un coltello, ma non volevo tagliargli la gola, bensì sfregiarlo», ha ammesso l’imputato, dalla stazza fisica imponente e scortato in aula da ben sei agenti di Polizia. A suo dire, sarebbe stato minacciato dalla vittima in virtù di una sorta di faida che vede opposti detenuti tunisini a quelli algerini o marocchini. «Non è stato possibile accertare il movente; le spiegazioni dell’imputato sono state confuse e poco convincenti», ha argomentato la procuratrice pubblica. «L’imputato è un uomo in evidente difficoltà e la sua escalation di atti criminali dimostra che il carcere da solo non è sufficiente». Quel giorno «ha agito con intenzione di uccidere. Lo dimostrano il tipo di lesione inferta e l’arma, modificata per lo scopo». Come abbia fatto a procurarsela rimane un mistero: in aula l’uomo ha detto di averla sottratta a un altro detenuto che lo aveva aggredito, ma la ricostruzione non ha convinto. Nella sua requisitoria, Canonica Alexakis ha chiesto nei suoi confronti una pena detentiva di 6 anni, oltre all’espulsione dalla Svizzera per altri 15. La vittima, costituitasi accusatrice privata, tramite la sua patrocinatrice si è associata alle richieste dell’accusa e ha chiesto un risarcimento di 10 mila franchi.

Si poteva evitare?

Dal canto suo, la difesa si è battuta per una pena non superiore ai 3 anni da espiare. Nella sua arringa, Rigamonti ha paragonato il vissuto in Ticino del suo assistito alle montagne russe, con episodi di violenza (sono 12 gli interventi di Polizia a suo carico da quando è entrato in Svizzera, nel marzo dello scorso anno) a periodi più tranquilli. Incarcerato dopo l’aggressione di Chiasso, una volta dietro le sbarre la situazione è precipitata: dapprima l’episodio più grave, l’accoltellamento, poi le numerose violenza e minacce contro il personale delle strutture carcerarie. «Non è oggetto di questo procedimento, certo, ma una riflessione va fatta: tutto questo si poteva evitare?», ha chiosato Rigamonti. «Avrebbe dovuto lasciare il Paese il 21 maggio 2025, dopo cha la sua domanda di asilo era stata respinta. Fino a quella data non aveva commesso quasi nulla, poi la su partenza è stata ritardata...». L’avvocato difensore ha provato a ridimensionare la gravità della accuse a carico del suo assistito, contestando in particolare il tentato omicidio: «Non ha premuto con forza sufficiente la lametta sul collo della, vittima. Anzi, il movimento è stato molto veloce». Rigamonti ha quindi chiesto di riconoscere l’imputazione di lesioni semplici qualificate e si è battuto per una massiccia riduzione di pena. Di diverso avviso la Corte, completata dai giudici a latere Emilie Mordasini e Claudio Colombi e dagli assessori giurati. «È solo per puro caso che la vittima non è morta». Oltre alla pena detentiva, la Corte ha disposto un trattamento ambulatoriale ha riconosciuto alla vittima un risarcimento di 5.000 franchi.

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