Accoltellò un amico al collo: condannato, ma deve curarsi

Tentato omicidio per dolo eventuale, tentato furto, danneggiamento e violazione di domicilio, violazione ripetuta della Legge federale sugli stupefacenti. È di 3 anni e 8 mesi, sospesi interamente a favore di un trattamento ambulatoriale, la pena inflitta a un 61.enne italiano domiciliato nel Bellinzonese, che nel 2020 ha accoltellato un conoscente a seguito di una lite. Di fronte alla Corte delle Assise criminali presieduta da Amos Pagnamenta (affiancato dalle giudici Renata Loss Campana ed Emilie Mordasini), l’uomo era chiamato anche a rispondere di una sua irruzione nel salone di un parrucchiere della regione, avvenuta due anni più tardi.
Scemata imputabilità
Una storia difficile, segnata da tossicodipendenza, abuso di alcol e disturbi psichiatrici. Questo, per usare le parole della stessa procuratrice pubblica Valentina Tuoni, il quadro della vicenda presentata in aula penale. «Futili», come riconosciuto in fase istruttoria dallo stesso imputato, i motivi che hanno portato al fatto di sangue. Un litigio per una questione di pochi soldi, anticipati dalla vittima per la cena alla quale i due stavano partecipando, in compagnia di altri conoscenti. «E soltanto il caso», ha argomentato la pp, «ha fatto sì che oggi non siamo confrontati con un reato consumato». Nella sua requisitoria, Tuoni ha definito «medio-alta» la colpa dell’uomo, dettata da una «certa intensità criminale nello sferrare colpi ad altezza del collo». Colpa solo parzialmente mitigabile dalla scemata imputabilità di grado lieve rilevata dalla perizia (imputato e vittima erano entrambi in stato di alterazione), e dalla collaborazione in fase di indagine. «Ha sfogato sull’amico la propria rabbia». Una posizione, questa, condivisa dall’accusa privata, rappresentata dall’avvocato Stefano Stillitano, il quale ha sottolineato come le lesioni da difesa riportate alle mani possano aver salvato la vita al suo patrocinato: «Le coltellate non possono essere minimizzate».
Per il caso di rigore
Battendosi per una condanna a lesioni semplici qualificate, la difesa, rappresentata dall’avvocato Samuele Scarpelli, ha da parte sua argomentato che l’uomo, in stato di intossicazione acuta da alcol, ha agito in modo «scellerato» ma senza l’obiettivo di uccidere. «Non avrebbe potuto percepire il rischio» per la vita dell’altro, «e si è subito scusato una volta capite le sue azioni». Reduce da problemi di salute che lo hanno costretto a un lungo periodo in ospedale, ha spiegato Scarpelli, il 61.enne «segue già un percorso terapeutico. È cambiato e sta cambiando». Nato e cresciuto nel Bellinzonese, l’uomo non ha che contatti telefonici con i pochi parenti rimasti in Italia. Ed è anche per questo motivo che la difesa ha chiesto il riconoscimento del caso di rigore che ne evitasse, in caso di condanna per tentato omicidio, l’espulsione (eventualità, questa, evocata anche dalla stessa procuratrice pubblica).
Collaborazione, non pentimento
«Mi si è annebbiato il cervello. Non so a cosa stessi pensando», ha spiegato l’uomo ricostruendo i fatti che hanno portato all’accoltellamento dell’amico. «Mi aveva dato soldi per fare la spesa per tutti, ma poi mi ha accusato di aver fatto la cresta al resto». Poi una prima colluttazione, il ritorno a casa propria e, sulla via, un altro incontro con la vittima. Quindi la decisione, «dopo aver bevuto ancora», di prendere un coltello e aspettare per strada il momento per colpire. «Miravo alla spalla, volevo solo spaventarlo». Azioni che tuttavia, secondo la Corte, mettevano in conto il rischio di sferrare ferite mortali alla vittima. «Agendo in questo modo ha accettato, per motivi incomprensibili e a seguito di una discussione futile, il rischio di uccidere», ha sottolineato Pagnamenta. Riconosciuti anche il tentato furto con danneggiamento e violazione di domicilio («No, non è stato un gesto per richiamare l’attenzione e chiedere aiuto, ma un tentativo di procurarsi denaro per acquistare sostanze»), e tenuto conto della scemata imputabilità e della collaborazione che «non raggiunge tuttavia il livello del sincero pentimento», la Corte ha dunque deciso per la pena di 3 anni e 8 mesi, interamente sospesa in favore di un trattamento ambulatoriale. «Ha già cominciato un percorso terapeutico. Deve andare avanti a fare quello che sta facendo ora».
