Il giorno

AIL Arena, un’occasione per fare città

A cinque anni dal sì popolare, la casa dei Bianconeri è pronta ad aprire le porte al grande pubblico – Un passaggio storico che invita anche a interrogarsi sul ruolo dello stadio nella città contemporanea e sul suo rapporto con il tessuto urbano circostante
©Gabriele Putzu
Francesco Pellegrinelli
30.05.2026 06:00

Quando papa Giovanni Paolo II, il 2 giugno 1984, celebrò davanti a quasi 30 mila fedeli la grande messa allo stadio di Cornaredo – memorabile per i più piccoli fu il giro della pista d’atletica a bordo della papamobile, qualcuno invece ricorderà la targa commemorativa apposta trent’anni dopo dall’allora sindaco Marco Borradori –, l’architetto ticinese Alberto Camenzind commentò sulle pagine del Corriere del Ticino in questi termini: «Chi fa architettura crea spazi. Lo spazio determina comportamenti. Spazio e comportamento generano ambiente. L’ambiente di oggi allo stadio di Cornaredo è creato da una dimensione dello spirito e dell’animo che va ben oltre quella dell’architettura. Anche se, occorre ricordare, senza architettura non sarebbero sorte le cattedrali». E poi la domanda, forse un po’ provocatoria: «È Cornaredo di oggi cattedrale del nostro tempo?».

Come dargli torto. Se da una parte l’architettura influisce sui comportamenti dell’uomo predisponendone lo spirito, dall’altra esiste una dimensione dell’animo che va oltre la struttura fisica e materiale: il coinvolgimento e la passione arrivano dopo, emergono indipendentemente dal contenitore. Poi, però, l’architetto conclude mettendo la palla in gol e segnando un punto a favore della sua professione: «Senza architettura non sarebbero sorte le cattedrali». Come dire: non facciamo miracoli, ma un aiutino allo spirito lo diamo anche noi.

Che l’architettura, del resto, abbia un ruolo sociale nel suo modo di organizzare lo spazio pubblico (anche quando si tratta di edifici residenziali) è un punto fermo di chi difende una progettazione di qualità, e il discrimine, spesso, si misura con la capacità di relazionarsi con lo spazio circostante.

Un principio che vale anche oggi per l’AIL Arena e, più in generale, per il Polo sportivo domani, la cui sfida, ancora prima che calcistica, viene da dire, è urbanistica. Gli interrogativi sul ruolo e sulla presenza degli stadi nelle città contemporanee sono solamente la parte più emergente di un discorso urbanistico e architettonico che compete – o che dovrebbe competere – agli specialisti. Lo stadio, dunque, non è solo calcio. Ma spazio condiviso, integrazione urbana e visione a lungo termine. Elementi che abbiamo messo sotto la lente di Martino Pedrozzi, architetto e professore all’Accademia di architettura dell’USI, intrecciandoli, qui e là, con qualche riferimento (scuserete!) letterario, perché un inizio è quasi sempre anche uno sforzo immaginativo di ciò che viene dopo, e di quello che è stato.

«L’architettura pubblica spesso si caratterizza dalla possibilità di essere impiegata in modi diversi. Lo stadio è un luogo di spettacolo dove si assiste a eventi come una partita di calcio ma, in modo del tutto compatibile, anche un luogo dove si celebra una messa, come quella di Wojtyla», premette Pedrozzi. Il quale subito, però, ci porta nell’antica Roma. «Il Circo Massimo era uno stadio che, quando non veniva utilizzato per le gare, diventava una piazza del mercato». Ecco la flessibilità che, secondo Pedrozzi, caratterizza la grande architettura pubblica, «che prima di tutto deve rispondere alle esigenze della società». Lo stadio per eccellenza, il Colosseo, funzionava allo stesso modo. Difficile immaginare quale crogiolo di scambi e attività ospitasse, non solo durante le celebrazioni ufficiali con i combattimenti dei gladiatori. «Sotto i portici perimetrali succedeva di tutto, era un luogo di socialità, di commercio, c’erano i depositi, gli allibratori, le botteghe, la cui attività proseguiva senza interruzione prima e dopo gli spettacoli nell’arena». Pedrozzi cita altri edifici che conservano questa caratteristica «di funzionare sempre»: il Palazzo della Ragione a Padova, sede dei tribunali cittadini, circondato però da botteghe. «La capacità di relazionarsi con lo spazio cittadino è una condizione necessaria per svolgere quel ruolo sociale che si chiede agli edifici pubblici importanti, come i musei, le biblioteche, i teatri», spiega. Senza andare però troppo lontano, Pedrozzi ci porta in centro città, a Lugano: «Il Palazzo civico, nel suo piccolo, è un bell’esempio. È sede della politica cittadina, ma al piano terra troviamo tutta una serie di affacci pubblici – alcuni ristoranti, il tabaccaio, la polizia – che rendono questo stabile permeabile in termini di funzioni e relazioni».

Quindi: l’AIL Arena sarà in grado di dialogare con il resto della città e di assomigliare, in qualche modo, a questi esempi? Forse lo capiremo meglio quando tutto il polo sportivo sarà ultimato, con le torri residenziali, amministrative e gli spazi verdi aperti al pubblico. «In architettura la prova del nove avviene nel momento dell’utilizzo», commenta Pedrozzi. E allora, ci viene in mente Italo Calvino, il quale – nel suo «ultimo poema d’amore alle città̀, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città̀», ossia «Le città invisibili» – scrive: «Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato: la distanza dal suolo d’un lampione e i piedi penzolanti di un usurpatore impiccato; l’altezza di quella ringhiera e il salto dell’adultero che la scavalca all’alba». Come dire: se non puoi metterci dentro la vita, la città è uno spazio vuoto. Misure senza senso.

«Credo che gli elementi architettonici che completeranno il progetto siano necessari affinché diventi veramente un quartiere e non soltanto un grande volume che si accende la domenica per spegnersi dopo la partita. Ci sono stadi costruiti in aree periferiche pensate quasi unicamente con quella funzione, con attorno qualche centro commerciale e nulla più. Qui, invece, siamo al confine nord della città. Per cui – prosegue Pedrozzi – è importante che attraverso il suo funzionamento, attraverso l’interazione tra le persone, questo nuovo quartiere non sia più solamente uno “stadio”, ma un vero e proprio quartiere vissuto». Forse, la connotazione di polo sportivo – aggiunge – è un po’ riduttiva, almeno nelle aspettative di chi attribuisce all’architettura un modo per portare vita e relazioni sociali nel tessuto urbano. «Alla fine era così anche nell’epoca antica, perché uno stadio rappresentava investimenti estremamente importanti, per cui doveva in qualche modo servire per più cose».

Sarà quindi la cattedrale del nostro tempo?, chiedeva Camenzind. Difficile dirlo. Mi viene in mente, però, un racconto di Raymond Carver che si intitola, appunto, «Cattedrale». È la storia di un tizio stanco e poco disposto a condividere. Un giorno la moglie gli porta a casa un «cieco». Lui non ha mica voglia di avercelo tra i piedi. Poi, di sera, i due finiscono per parlare. Alla TV c’è un documentario sulle cattedrali. E il «cieco» non sa come sono fatte. L’altro, allora, prova a spiegarglielo ma non ci riesce: «Non ti preoccupare. Mi è venuta un’idea», gli dice il cieco. «Perché non ti procuri un pezzo di carta? E una penna. Proviamo a fare una cosa. Ne disegniamo una assieme». Il racconto finisce con il tizio stanco e poco disposto a condividere che traccia segni un po’ a casaccio sul foglio con la mano del cieco sulla sua. «Mi sa che ci siamo. Mi sa che ce l’hai fatta», dice il cieco. «È proprio fantastica», gli risponde il tizio. Con gli occhi chiusi.

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