La sentenza

Calci e pugni alla testa: «È stato accanimento»

Condannato per tentato omicidio intenzionale l’uomo che sferrò svariati colpi al capo di uno sconosciuto anche quando si trovava inerme a terra – Per la Corte l’imputato ha accettato il rischio che con il suo agire «aggressivo ed efferato» potesse cagionare delle lesioni potenzialmente letali alla vittima
I fatti sono accaduti lo scorso novembre a Chiasso, pochi metri prima della rotonda di Largo Kennedy. © CdT/Chiara Zocchetti
Valentina Coda
07.07.2026 17:58

«Efferatezza», «aggressività» e «accanimento». Sono parole ricorrenti quelle pronunciate dal presidente della Corte delle assise criminali Curzio Guscetti e contenute nelle pagine della motivazione della sentenza. Parole riferite all’agire dell’imputato, che quel 25 novembre dell’anno scorso a monte di corso San Gottardo a Chiasso colpì ripetutamente alla testa con calci e pugni uno sconosciuto – sopravvissuto «per un mero caso fortuito» –, accanendosi su di lui anche quando quest’ultimo giaceva inerme, tramortito e sanguinante a terra. Il tutto, per di più, senza un movente apparente e accettando il rischio di poter cagionare alla vittima lesioni potenzialmente letali. È sulla base di questi presupposti che la Corte ha condannato il 43.enne cittadino italiano a scontare quattro anni dietro le sbarre per tentato omicidio intenzionale per dolo eventuale. Parallelamente alla pena detentiva, all’uomo è stato ordinato di seguire un trattamento ambulatoriale. Poi, una volta scontata la condanna, sarà espulso dalla Svizzera per sette anni.

«Colpiscimi prima tu»

Niente da fare, quindi, per la difesa dell’imputato, rappresentata dall’avvocata Marisa Alfier, che aveva chiesto alla Corte di accogliere la subordinata di tentate lesioni gravi visto che agli atti «non c’è traccia di alcuna frattura». «È irrilevante che la vittima non abbia subito lesioni tali da metterne in pericolo la vita. Ma i colpi inferti potevano sì determinare effettive lesioni potenzialmente letali», ha puntualizzato Guscetti. Inoltre, la pericolosità della potenziale fatalità dei calci assestati alla testa della vittima, oltre ad essere stata «riconosciuta dall’imputato», si configura «allorquando la persona aggredita non è più in grado di difendersi da sola. Una circostanza che si è realizzata: l’imputato ha sferrato una nuova serie di calci in pieno volto e ha schiacciato a pedate la testa della vittima sulla strada anche quando la stessa non si muoveva già da tempo. Il fatto che non si siano verificate lesioni che abbiano portato a un esito letale è da attribuire alla buonasorte». L’aggressione, quella notte, si consuma in pochissimi minuti. I due, perfetti sconosciuti, sono visibilmente ubriachi. È la vittima, su suggerimento dell’imputato – «colpiscimi prima tu, io sono un pugile» – a sferrare i primi colpi. La reazione, di contro, è violenta: nell’atto d’accusa la procuratrice pubblica Margherita Lanzillo (che per l’imputato aveva chiesto 4 anni e 10 mesi di reclusione) parla infatti di sei pugni al capo, un pugno alla pancia, tredici calci in testa e due nella zona lombare. Per riassumere con le parole del patrocinatore della vittima, l’avvocato Emanuele Ganser, «i colpi alla testa sono stati ben diciannove e quasi la totalità è stata sferrata quando la vittima era a terra. È per una mera casualità che in quest’aula io stia rappresentando la vittima e non i suoi familiari». Le circostanze di quanto accaduto vengono descritte in modo dettagliato grazie alla videosorveglianza della Città di Chiasso, che ha ripreso per filo e per segno l’aggressione e ha rinfrescato la memoria all’imputato in sede d’inchiesta, solito a questo tipo di scatti d’ira per via del disturbo psichico di cui soffre e della sua dipendenza da alcol. E proprio la problematica dell’alcol è stata ampiamente trattata durante il dibattimento. Il 43.enne infatti è stato ricoverato una decina di volte alla clinica psichiatrica cantonale e negli anni è stato seguito da diversi specialisti. «È vero, nessuno gli ha mai imposto un trattamento medico contro la dipendenza da alcol, ma nemmeno l’imputato ha chiesto un ulteriore aiuto – ha rilevato Guscetti –. Quando beve esagera, perde il controllo e diventa pericoloso per sé e per gli altri. E quella notte si è trasformato in una mina vagante».

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